20/03/2024
L’attesa di una riforma dell’assistenza agli anziani non autosufficienti, che dura da 25 anni, non è terminata. Lo mostra la versione definitiva del decreto attuativo di quella che avrebbe dovuto essere – appunto – tale riforma (Legge Delega 33/2023, prevista dal Pnrr). Per valutarla è opportuno mettersi nei panni di anziani e famiglie: che cosa cambierà per loro?
Certamente non riceveranno più sostegni di oggi, non potendo contare al momento su risorse aggiuntive di natura strutturale. In ogni modo, lo snodo decisivo è il progetto per il welfare futuro: in assenza di un disegno solido, discutere di finanziamenti non ha senso. Consideriamo allora i tre interventi che assorbono la gran parte delle risorse pubbliche dedicate, cioè i servizi residenziali, i servizi domiciliari e i contributi economici (indennità di accompagnamento): per nessuno è in programma una revisione sostanziale.
Innanzitutto, è stata cancellata la prevista riforma dell’assistenza fornita a casa. Si sarebbe dovuto introdurre un modello di servizi domiciliari specifico per la non autosufficienza, oggi assente nel nostro Paese. Invece, si stabilisce unicamente il coordinamento tra gli interventi sociali e sanitari erogati dagli attuali servizi domiciliari, senza però prendere in considerazione aspetti decisivi quali la durata dell’assistenza fornita e i diversi professionisti da coinvolgere. A mancare è, soprattutto, un piano che risponda alla domanda: “di quali interventi a casa hanno bisogno gli anziani non autosufficienti?”. Abbiamo, dunque, una riforma dell’assistenza agli anziani non autosufficienti che non contempla servizi domiciliari rivolti a loro. Ciò è tanto più sorprendente se si considera con quale forza, dalla pandemia in avanti, l’opinione pubblica, i media e i politici abbiano insistito sulla necessità di potenziare la domiciliarità.
Venendo ai servizi residenziali (case di riposo) siamo ancora in una situazione interlocutoria. Il decreto attuativo, infatti, non contiene indicazioni sostanziali e rimanda a un successivo ulteriore decreto.
La legge 33/2023, infine, comprendeva la riforma dell’indennità di accompagnamento, la misura più diffusa, un contributo monetario in somma fissa (531 euro mensili) senza vincoli d’uso, divenuto un simbolo del cattivo impiego delle risorse pubbliche. Era stato previsto un intervento ispirato alle direttrici condivise dal dibattito tecnico, in particolare: i) mantenimento dell’accesso solo in base al bisogno di assistenza (universalismo), ii) graduazione dell’ammontare secondo tale bisogno, iii) possibilità di utilizzare l’indennità per avvalersi di servizi alla persona regolari e di qualità (badanti o organizzazioni del terzo settore), in questo caso ricevendo un importo maggiore. Di nuovo, non è stato apportato alcun cambiamento.
Infatti, la prestazione universale (o “bonus anziani”) varata per il biennio 2025-2026, su cui si è concentrata l’attenzione pubblica, è costruita sull’assunto che l’indennità non debba essere riformata. Di conseguenza la misura resta tale e quale ma per alcuni beneficiari si prevedono ulteriori risorse (850 euro mensili). La prestazione si colloca nell’antica tradizione italiana di non riformare ma di aggiungere qualcosa all’esistente, lasciandolo così com’è e stratificando il nuovo sopra il vecchio. In ogni modo, questa provvidenza sarà fruita da una platea assai ridotta, 30mila persone con almeno 80 anni (su un totale di un milione) tra gli attuali percettori dell’indennità.
Si notano, al contrario, aspetti positivi riguardanti il percorso di anziani e famiglie nella rete del welfare, tema cruciale per la vita delle persone. Viene rivista la pletora delle valutazioni della condizione di non autosufficienza degli anziani, che determinano gli interventi da ricevere. Oggi ce ne sono troppe (5-6), non collegate tra loro, che moltiplicano gli sforzi degli operatori e rendono assai complicato l’iter per gli interessati. Invece, le valutazioni si ridurranno a due soltanto: una di responsabilità statale e una di competenza delle Regioni. Inoltre, i due momenti valutativi previsti nel nuovo impianto saranno in stretta correlazione, a garanzia della continuità. Questo insieme di novità dovrebbe diventare operativo nel 2025.
Tirando le fila, il decreto contiene sicuramente passi in avanti. Non prevede, però quella riforma complessiva della non autosufficienza prevista dal Pnrr e già adottata da tanti Paesi europei, ad esempio Germania (1995), Francia (2002) e Spagna (2006). Eppure, l’Italia ha un estremo bisogno di una simile riforma: arrivarci è l’obiettivo del prossimo futuro.
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