Beallu Buinzan

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21/08/2026

"𝙐𝙣 𝙡𝙞𝙗𝙧𝙤 𝙘𝙝𝙚 è, 𝙞𝙣 𝙛𝙤𝙣𝙙𝙤, 𝙪𝙣 𝙜𝙧𝙖𝙣𝙙𝙚 𝙖𝙩𝙩𝙤 𝙙'𝙖𝙢𝙤𝙧𝙚 𝙫𝙚𝙧𝙨𝙤 𝙪𝙣 𝙥𝙖𝙚𝙨𝙚 𝙚 𝙡𝙖 𝙨𝙪𝙖 𝙢𝙚𝙢𝙤𝙧𝙞𝙖."

Per chi è interessato

📚 SAN PERIN - CA' DI FÒI - Gianni Gandolfo
Lo trovate qui: https://www.amazon.it/dp/B0HCWYRHR8

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𝐋𝐄𝐓𝐓𝐔𝐑𝐄 𝐁𝐎𝐈𝐒𝐒𝐀𝐍𝐄𝐒𝐈: GIANNI GANDOLFO: “CA DI FÒI”CASA DEI FAGGIRiprendiamo le “Letture Boissanesi”, con la disponibilità ...
17/08/2026

𝐋𝐄𝐓𝐓𝐔𝐑𝐄 𝐁𝐎𝐈𝐒𝐒𝐀𝐍𝐄𝐒𝐈:
GIANNI GANDOLFO: “CA DI FÒI”

CASA DEI FAGGI

Riprendiamo le “Letture Boissanesi”, con la disponibilità su Amazon del libro di Gianni Gandolfo. https://www.amazon.it/dp/B0HCWYRHR8

Due settimane fa abbiamo presentato il libro di Gianni Gandolfo, disponibile su Amazon, pubblicando la recensione di Mattia Ravera dedicata al primo dei due racconti, San Perìn (San Pietrino).

Come annunciato, proponiamo oggi la recensione di Nicola Duberti dedicata a Ca di Fòi (Casa dei Faggi), il secondo racconto contenuto nel volume.

Mattia Ravera e Nicola Duberti, esperti dialettologi, hanno partecipato come relatori all’interessante incontro “In viaggio tra i dialetti – Dal boissanese alle varietà liguri e piemontesi”, organizzato lo scorso gennaio dal Comitato Beallu Buinzan presso l’Oratorio di San Pietro in Vincoli.

A differenza di San Perìn – San Pietrino, legato a vicende realmente accadute e alla memoria del paese, Ca di Fòi – Casa dei Faggi parte dalla quotidianità boissanese per inoltrarsi progressivamente nel fantastico, nel simbolico e nel mistero del rapporto tra i vivi e i morti.

Pubblichiamo oggi integralmente la recensione di Nicola Duberti dedicata a “Ca di Fòi”.

Ca di Fòi: gli spiriti del tempo.

Nel suo racconto lungo Ca di Fòi, Gianni Gandolfo costruisce una storia che parte dalla quotidianità più concreta e finisce per sconfinare nel simbolico, nel visionario e nel profondamente umano. Il testo si apre con un’immagine che appartiene a ogni paese: un corteo funebre che accompagna un uomo verso la sua ultima dimora. È un inizio sobrio, quasi rituale, che introduce subito il tema centrale del racconto: il rapporto tra i vivi e i morti, tra ciò che resta e ciò che se ne va.

Segue la veglia, descritta con l’occhio attento di chi conosce bene le abitudini di paese: i commenti sommessi, i ricordi condivisi, le frasi di circostanza che servono a riempire il silenzio. In questo contesto emerge un dettaglio tenero e domestico: il cestino di fichi, portato come gesto di affetto e di cura, simbolo di una comunità che si stringe attorno ai suoi membri nei momenti difficili.

Il racconto prosegue con la scena del cimitero, dove il rito si compie e dove Gandolfo coglie con precisione il modo in cui, nei paesi, la morte è insieme un fatto privato e collettivo. Subito dopo, il tono cambia: al bar, luogo di ritrovo e di commento, la morte di Giovanni diventa argomento di discussione, tra un bicchiere e una battuta. È qui che compaiono i fratelli Ruggine, figure popolari, un po’ burbere e un po’ filosofiche, capaci di trasformare un fatto tragico in un racconto da condividere.

Il capitolo dedicato a Giacinto introduce un tono più leggero e ironico, con un episodio che mescola superstizione, malintesi e umanità. È un modo per ricordare che, anche nei momenti più seri, la vita di paese conserva sempre una vena di comicità involontaria.

Da qui il racconto si sposta su un piano più profondo con il viaggio ultraterreno, una riflessione sull’anima, sul destino dopo la morte e sulle domande che tutti si pongono e a cui nessuno può rispondere. Gandolfo affronta questi temi con semplicità, lasciando che siano le immagini e le parole della tradizione popolare a parlare.

Il tempo passa, e arriviamo a decenni dopo. La vita è andata avanti, lo studio di Giovanni è ora del figlio Giacomo, e tutto sembra tornato alla normalità. Ma una sera, durante un temporale, Giacomo viene colto da un malessere improvviso: è l’inizio del lungo e inquietante sogno che occupa la parte centrale del racconto.

Nel sogno, Giacomo diventa Giovanni, o forse è Giovanni che ritorna attraverso Giacomo. Le due figure si sovrappongono mentre il protagonista rivive episodi del passato, tra cui la storia della vecchietta che invocava ogni giorno la morte e che, quando tre giovani travestiti da confratelli le annunciarono che era segnata sul libro dei morti, rispose prontamente di dire che non era in casa. È un episodio già noto nella tradizione boissanese, ma qui assume un valore simbolico: la vita, anche quando pesa, è sempre preferibile alla sua assenza.

Il sogno prosegue verso i monti, fino alla Tana del Molle, luogo carico di memoria per gli abitanti di Boissano: rifugio degli sfollati durante la guerra, spazio di paura e solidarietà. Gandolfo lo descrive con precisione affettiva, trasformandolo in un punto di passaggio tra passato e presente.

Da qui il protagonista sale verso San Pietrino, il santuario che domina il paese e che nel racconto diventa un luogo di confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti. La salita continua lungo la Muntà de Peglia, descritta con realismo e nostalgia: la fatica, il caldo, i ricordi della fienagione e le lettere degli emigrati che scherzavano sulla durezza di quel tratto.

Il culmine del racconto arriva alla Ca di Fòi, la casa dei faggi, antico riparo di pietra usato dai contadini. Qui il sogno si trasforma in incubo: all’interno della casa, nella penombra, appare la signora vestita di nero, figura inquietante che incarna la morte stessa. È un momento di grande forza narrativa, costruito con semplicità ma con un ritmo perfetto. Il grido di Giacomo, che si sveglia di colpo, chiude la tensione e riporta il lettore alla realtà.

Il finale è domestico, quasi tenero: la moglie che accende la luce, le domande sussurrate, la stanchezza, il sollievo. Ma il sogno ha lasciato un segno, e il lettore lo avverte chiaramente.

In conclusione, Ca di Fòi è un racconto che unisce memoria locale, introspezione e simbolismo. Gandolfo dimostra di saper passare dal registro popolare a quello visionario senza perdere autenticità. Il risultato è una storia che parla di Boissano, ma anche di tutti noi: del rapporto con i nostri morti, delle paure che ereditiamo, dei luoghi che ci formano e dei sogni che ci inseguono. È una chiusura intensa e profondamente umana, perfetta per concludere un libro che è, in fondo, un grande atto d’amore verso un paese e la sua memoria.

N.D.M. per Beallu Buinzan
Boissano, 17.08.2026

BOISSANO, contrada Berruti primi anni '60.Qui ingrandito e restaurato il dettaglio della persona col motocoltivatore col...
16/08/2026

BOISSANO, contrada Berruti primi anni '60.
Qui ingrandito e restaurato il dettaglio della persona col motocoltivatore col rimorchio nella foto che mostra la casa di Pietro.
Le possibilità sono veramente poche. A voi! 🔍

𝐆𝐄̀ 𝐞 𝐎̈𝐇𝐕𝐄 (𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞 𝐬𝐞𝐠𝐮𝐧𝐝𝐚)BIETOLE E UOVA (parte seconda)Riprendiamo il tema “gè e öhve” con il piatto introdotto nella ...
15/08/2026

𝐆𝐄̀ 𝐞 𝐎̈𝐇𝐕𝐄 (𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞 𝐬𝐞𝐠𝐮𝐧𝐝𝐚)

BIETOLE E UOVA (parte seconda)

Riprendiamo il tema “gè e öhve” con il piatto introdotto nella parte conclusiva del precedente racconto sull’argomento: “i raviöi” (i ravioli).

Un piatto relativamente povero, dal punto di vista economico, e ricco allo stesso tempo. Povero perché preparato con ciò che si aveva a disposizione, in un’epoca in cui il tempo e il lavoro necessari per cucinare avevano un altro valore e, per quanto riguardava le materie prime, si viveva in una sorta di autarchia di paese. Ricco, invece, di significati oltre che di sapori: simbolo di famiglia, di legami tra famiglie, di comunità, di amicizie e di quella collegialità di paese che oggi rischia di apparire lontana.

Pensare a questo piatto porta alla memoria di chi scrive una moltitudine di persone. Tornano alla mente i confronti, le critiche e gli elogi che un tempo accompagnavano quasi naturalmente i ravioli e che contribuivano anche a tenere viva la memoria di chi li aveva preparati prima di noi: cuochi e cuoche, madri, nonne.

Forse la più antica attestazione italiana relativa a questo piatto si trova in una pergamena bergamasca del 1187, conservata nell’Archivio storico diocesano, che descrive gli alimenti destinati a un banchetto annuale dei canonici della cattedrale.

Vi compare la formula “farinam et ova ad faciendum rafiolos” (farina e uova per fare i rafioli).

In Liguria i ravioli risultano documentati nel Savonese già nel 1182, in un contratto agrario nel quale “il colono si impegna a fornire al padrone un pasto per tre, alla vendemmia, composto di pane, vino, carne e ravioli”.

Per Bergamo sono noti il documento originale e il testo latino; per Savona, invece, la testimonianza, altrettanto antica e significativa, ci è giunta attraverso la citazione di Massimo Quaini negli Atti della Società Ligure di Storia Patria del 1972.

Secondo quanto riportato da Treccani, sulla base del saggio di Francesco Bianco "I ravioli. Una tradizione interregionale", la prima attestazione certificata del termine in un volgare sembra risalire a un componimento dell’Anonimo Genovese, databile tra la fine del Duecento e l’inizio del Trecento, intitolato De carnisprivio et die veneris. In esso le “raviole” compaiono tra le pietanze di un ricco banchetto nella Genova medievale.

Nel contrasto con il Venerdì, il Carnevale dice:

“te so dir, per bona strena, / ch'e' son monto ben disnao / e aspecto bona cena, / de capon grosi con bone raviole, / bon zervelai, porchete in rosto / - tua la coxina ne ore -, / pin e grasi como un prevosto”.

“Ti posso dire, come buon auspicio, che ho già pranzato splendidamente e mi attendo un’ottima cena: grossi capponi, ottimi ravioli, gustosi cervellati e porchetta arrosto; la tua cucina ne trabocca, tutti cibi ricchi e grassi come un prevosto”. I cervellati erano insaccati di carne, speziati, diffusi nella cucina medievale.

Va però ricordato che, nel corso dei secoli, la permanenza di un nome non implica necessariamente la permanenza della stessa pietanza: termini antichi possono aver indicato preparazioni diverse da quelle che conosciamo oggi, e tracce di queste differenze sopravvivono ancora nei dialetti locali, come nel Cuneese, dove con "raviole" si indicano anche preparazioni assimilabili agli gnocchi.

RAVIOLI A CONFRONTO

Abbiamo già avuto modo di spiegare come la cucina nasca dall’ambiente, dall’economia quotidiana e da ciò che la natura offre.

Per rendere meglio l’idea riportiamo una sintesi estremamente semplice del contesto italiano dal quale emerge chiaramente come si cucinasse con ciò che il territorio metteva a disposizione.

In Piemonte ed Emilia-Romagna prevalgono ripieni ricchi di carni, arrosti e formaggi, accompagnati da condimenti sobri, come brodo, b***o o fondo d’arrosto, che ne valorizzano il sapore.

In Lombardia i ripieni sono spesso complessi e possono unire carne, pane, formaggio, amaretti, uvetta e spezie. Particolarissimo è il caso mantovano, con un ripieno di zucca aromatico e agrodolce e un condimento semplice: quasi l’opposto della tradizione ligure.

Nel Triveneto la varietà delle tradizioni ha prodotto numerose paste ripiene, spesso originali e condite semplicemente con b***o e formaggio.

Nel Centro e Sud Italia e in Sicilia il ripieno è spesso generoso e dominato dalla ricotta, con condimenti semplici o ricchi.

In Sardegna i ripieni, poveri per origine ma sostanziosi, variano secondo le zone; emblematici sono i “culurgiones” ogliastrini, con patate, pecorino e menta.

Rispetto ad altre regioni, la Liguria non è storicamente una terra caratterizzata da grandi allevamenti: carne e latticini erano quindi relativamente meno disponibili. Il ripieno dei ravioli risultava così tipicamente, rispetto ad altre regioni, piuttosto magro, preparato con ciò che abbiamo già visto essere offerto più facilmente dal territorio, mentre la ricchezza, quando disponibile, veniva affidata al condimento.

E anche all’interno della Liguria sono presenti differenze e particolarità che sono riconducibili non solo alla tradizione ed alla cultura ma anche alla disponibilità offerte dai luoghi.

Nel più benestante Genovese convivono due tradizioni ben riconoscibili: da una parte il ricco raviolo di carne, già l’Anonimo Genovese li attribuiva al carnevale, dall’altra quello di magro, nel quale trovano spazio borragine e altre erbe spontanee; nello stesso ambito si collocano poi i “pansöti”, caratterizzati dal “prebogión”, cioè un insieme variabile di erbe di campo, e dalla “prescinsêua”, tipica cagliata fresca genovese.

Nel Levante ligure si possono ricordare anche i “gattafin” di Levanto, grandi ravioli di magro ripieni di erbe e formaggio, che hanno la particolarità di essere fritti anziché bolliti.

Nello Spezzino, accanto ai ravioli di carne e verdura, sono attestati anche ravioli di magro con ripieni vegetali più compositi, nei quali alle bietole possono unirsi borragine, ortica e ricotta; localmente, come nella zona di Pitelli, compaiono anche ripieni caratterizzati dalla presenza delle patate.

Nell’estremo Ponente il raviolo di magro è anch’esso ben presente, con bietole e altre erbe, ma acquista particolare rilievo la borragine.

Nella Val Nervia si incontra inoltre la diversa tradizione dei “barbagiuai”, ravioli fritti con ripieni nei quali trovano posto soprattutto zucca e formaggi dal sapore deciso.

Parlando di cucina “di magro” va ricordato che tale scelta, per secoli, ha rispettato in modo rigoroso i precetti religiosi, che imponevano numerosi giorni di digiuno o di astinenza dalle carni: Quaresima, venerdì, vigilie e altre ricorrenze che, secondo le epoche e le consuetudini locali, potevano occupare una parte considerevole dell’anno.

RAVIOLI BOISSANESI

A Boissano il ripieno tradizionale dei ravioli è molto simile a quello della Pasqualina boissanese, proprio perché gli ingredienti sono quelli che il paese aveva a disposizione. È fatto con quelle stesse bietole degli orti del paese, a foglia verde chiaro e costa non troppo larga, con le uova dell’aia di casa, formaggio grattugiato, ancora una volta parmigiano e il più economico pecorino sardo, mescolati secondo disponibilità, maggiorana, immancabile compagna delle uova, aglio, sale, pepe, olio e prezzemolo, se c’è.

Più raramente alle bietole si aggiungeva, o si sostituiva in parte, “e buraxe” (le borragini).

La differenza non era soltanto di gusto, ma anche di disponibilità: mentre le nostre bietole erano presenti negli orti quasi tutto l’anno, la borragine aveva una stagionalità più marcata, legata soprattutto ai mesi freschi e alla primavera. Era quindi una presenza più occasionale, non la base costante del ripieno.

Le proporzioni del ripieno sono però certamente diverse da quelle della Pasqualina. Il raviolo non è il piatto della grande festa che si prepara una volta all’anno: ci sono quindi meno uova, meno formaggio e meno olio. Ed ecco comparire l’aglio, a dare una piccola spinta al sapore, così come il prezzemolo, anche se quest’ultimo non sempre presente.

Come per la Pasqualina, delle bietole vengono eliminate le coste; in questo caso, però, le foglie non sono lasciate asciugare, ma bollite, ben strizzate, tritate, e poi impastate con gli altri ingredienti del ripieno.

La pasta è invece semplicemente di acqua e farina: non la pasta matta della Pasqualina, perché qui l’olio nell’impasto non c’è. Anche la farina, come abbiamo visto, era tutt’altro che un ingrediente banale in un paese concentrato soprattutto sulla produzione dell’olio.

Gli ingredienti sono pochi e semplici, ed è nella loro qualità, nelle giuste proporzioni e nei tanti piccoli dettagli della preparazione che si gioca la differenza tra il buono e lo speciale.

Per quanto riguarda l’aspetto, i ravioli non erano certamente tutti uguali come quelli che oggi vengono prodotti dai macchinari.

Venivano confezionati molto pazientemente sul tavolo, disponendo il ripieno sulla sfoglia, ripiegandola e poi tagliando i singoli ravioli. Forma e dimensioni erano quindi molto variabili da uno all’altro, senza contare la mano di chi li preparava: ognuno aveva certamente il suo raviolo.

E qui arriviamo a una particolarità molto boissanese, molto familiare. In località Berruti, nell’ultima casa verso oriente, lato cava, abitavano “u Pèru e sa mumà” (Pietro Bossero, classe 1890 circa).

Una mamma pratica, che confezionava ravioli decisamente grandi e che, proprio per le loro dimensioni, finivano per alimentare quei commenti e quei piccoli dibattiti che i paesani facevano “in sciú scarìn de màrmeru” (sullo scalino di marmo), quando, in assenza dei media di oggi, ci si incontrava di più, si parlava forse di più, anche delle piccole cose della quotidianità.

Non si sa esattamente quanto fossero grandi e non si può escludere che, come spesso accadeva nei racconti di paese, ogni volta che se ne parlava “si facessero crescere un po’”: sei ravioli a porzione, poi cinque, quattro, poi tre… Succedeva, si usava così.

Quando questa tradizione orale arrivò a mio padre, ancora bambino, la storia gli rimase impressa, tanto che mia madre finì per adottare quello “stile” che in famiglia ho sempre visto da che ho memoria: porzioni da due ravioli. Giganteschi. D’altra parte, come abbiamo già accennato nel racconto precedente e vedremo ancora, l’involucro era la parte sulla quale occorreva maggiormente ingegnarsi, mentre il ripieno era quella più ricca e saporita. E non è forse ancora oggi un vanto, tra i produttori, quello della sfoglia sottile?

Ma una descrizione dei “raviöi” non può dirsi completa senza parlare di ciò che li accompagna e ne è parte integrante: il condimento.

E allora… A se veghèmmu ìnta tearza pàrte de “gè e öhve”, che sarà interamente dedicata ai condimenti dei ravioli boissanesi. Perché anche lì, tra un sugo e l’altro, c’è un altro piccolo pezzo della nostra storia.

Nella fotografia le due finestre a destra sono quelle di Cà du Pèru (Casa di Pietro) - Foto primi anni sessanta

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A.G.L. per Beallu Buinzan
Boissano, 15.08.2026

10/08/2026

Ci è stato chiesto delle persone nella immagine di copertina del libro "San Perin".
Qui un'altra foto di quel giorno con più persone che guardano in camera.
Forza diamoci da fare.

𝐋𝐄𝐓𝐓𝐔𝐑𝐄 𝐁𝐎𝐈𝐒𝐒𝐀𝐍𝐄𝐒𝐈: 𝐆𝐈𝐀𝐍𝐍𝐈 𝐆𝐀𝐍𝐃𝐎𝐋𝐅𝐎: “𝐒𝐀𝐍 𝐏𝐄𝐑𝐈𝐍”SAN PIETRINORiprendiamo le “Letture Boissanesi”, con la disponibilità su...
07/08/2026

𝐋𝐄𝐓𝐓𝐔𝐑𝐄 𝐁𝐎𝐈𝐒𝐒𝐀𝐍𝐄𝐒𝐈:
𝐆𝐈𝐀𝐍𝐍𝐈 𝐆𝐀𝐍𝐃𝐎𝐋𝐅𝐎: “𝐒𝐀𝐍 𝐏𝐄𝐑𝐈𝐍”

SAN PIETRINO

Riprendiamo le “Letture Boissanesi”, con la disponibilità su Amazon del libro di Gianni Gandolfo. https://www.amazon.it/dp/B0HCWYRHR8

Il volume raccoglie due racconti diversi per tono e ispirazione, ma profondamente legati a Boissano, ai suoi luoghi, alla sua storia e alla sua memoria.

Il primo, “San Perìn” (San Pietrino), ripercorre vicende realmente accadute, tradizioni, racconti tramandati e momenti della vita della comunità boissanese legati al suo santuario più amato.

Il secondo, “Ca di Fòi” (Casa dei Faggi), parte dalla quotidianità del paese per inoltrarsi progressivamente nel fantastico, nel simbolico e nel mistero del rapporto tra i vivi e chi è già oltre.

Chi volesse conoscere meglio il contesto storico e le radici della devozione boissanese verso San Pietrino può ritrovare sulla pagina Facebook di Beallu Buinzan il nostro precedente post “San Perin – Radici lontane”, pubblicato il 22 maggio 2023. https://www.facebook.com/share/p/1Ed48pB9i2/

Le recensioni dei due racconti sono state curate dai dialettologi Mattia Ravera e Nicola Duberti, meravigliosi relatori all’interessante incontro “In viaggio tra i dialetti – Dal boissanese alle varietà liguri e piemontesi”, organizzato dal Comitato Beallu Buinzan presso l’Oratorio di San Pietro in Vincoli il 17 gennaio 2026.

Pubblichiamo oggi integralmente la recensione di Mattia Ravera dedicata a San Perìn e prossimamente pubblicheremo la recensione di Nicola Duberti dedicata a “Ca di Fòi”.

𝐒𝐚𝐧 𝐏𝐞𝐫𝐢̀𝐧: 𝐮𝐧 𝐬𝐚𝐧𝐭𝐮𝐚𝐫𝐢𝐨, 𝐦𝐢𝐥𝐥𝐞 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐞.

La breve opera di Gianni Gandolfo dedicato a San Perìn è, prima di tutto, un gesto di cura verso la memoria di Boissano. Non è un volume celebrativo né un saggio storico in senso stretto: è un racconto corale che restituisce, con semplicità e precisione, la vita di un paese e del suo santuario più amato. Gandolfo scrive come chi conosce ogni pietra del monte, ogni sentiero e ogni soprannome, mettendo tutto questo a disposizione del lettore con estrema naturalezza.

L’opera si apre con la descrizione del territorio e dei luoghi che circondano San Perìn: fasce, grotte e toponimi dialettali che non sono semplici coordinate geografiche, bensì frammenti di identità. L’autore li presenta senza retorica, come si farebbe parlando con un vicino più giovane che non ha fatto in tempo a vedere com’era una volta. È un modo efficace per dare subito un contesto e per ricordare che la storia di un paese passa anche dai nomi che gli abitanti danno alle cose.

Una parte importante del volume è dedicata alla vita agricola di un tempo: l’aratura degli uliveti, l’alpeggio dei buoi, il taglio del fieno e la fatica delle salite. Gandolfo racconta questi aspetti con un linguaggio semplice ma preciso, capace di far rivivere un mondo che oggi non esiste più, ma che ha formato generazioni di boissanesi. Episodi come quello dell’abigeato ai Büveiràu, o la descrizione della mandria che dorme in cerchio, hanno il sapore di una memoria condivisa che rischierebbe di perdersi senza una voce che la fissi sulla carta.

Accanto alla dimensione del lavoro, trovano spazio numerosi episodi di vita quotidiana, spesso divertenti, che mostrano il lato più umano e spontaneo della comunità. La storia della vecchietta che comunica con l’amica a valle muovendo la lanterna, o quella dei giovani che si travestono con le cappe della confraternita per spaventarla, sono racconti che circolavano già oralmente e che qui trovano una forma definitiva. Gandolfo li riporta con rispetto e ironia, senza mai scadere nella caricatura.

Il cuore del libro è la Festa di San Perìn, descritta in tutte le sue componenti: il falò della vigilia, i mortaretti, la processione, il pranzo sull’erba, i giochi dei giovani, l’asta dei mazzi di fiori. È una sezione ricca e vivace, che restituisce l’atmosfera di un tempo in cui la festa era davvero un appuntamento atteso da tutto il paese. Le descrizioni sono puntuali ma leggere, e chi ha vissuto anche solo una di quelle giornate ritroverà facilmente volti, gesti e profumi familiari.

Non manca la parte più seria, legata alla guerra e allo sfollamento del 1944. Gandolfo racconta la fuga verso il monte, le notti nelle grotte e le difficoltà di quei giorni con un tono sobrio e senza drammatizzazioni. È una memoria personale e collettiva che trova spazio accanto alle storie più leggere, a dimostrazione che la vita di un paese è fatta di tutto: paura, fatica, ma anche solidarietà e capacità di ripartire.

Il libro si chiude con gli anni della ricostruzione, la teleferica e la sua tragica vicenda, i restauri del santuario e i preparativi della festa negli anni Sessanta. Qui emerge il lato più affettuoso dell’autore: i nomi dei volontari, i cuochi improvvisati, le battute, le bottiglie di vino e il walkie-talkie che annuncia al mondo che San Perìn è in festa. È un finale che lascia un senso di continuità: le cose cambiano, ma lo spirito resta.

In sintesi, San Perìn – San Pietrino è un’opera che si legge con piacere perché parla di noi, dei nostri luoghi e delle nostre storie. Sostiene di non essere un’opera importante, ma lo diventa proprio per questo: perché raccoglie e custodisce ciò che rischia di andare perduto. È un libro che fa bene a chi lo legge e fa bene al paese che lo ha generato.

M.R.R. per Beallu Buinzan
Boissano, 07.08.2026

“Qui ad Atene noi facciamo così.Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questoviene chiamato dem...
27/06/2026

“Qui ad Atene noi facciamo così.
Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo
viene chiamato democrazia.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro
dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell'eccellenza.
Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di
altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una
ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così.
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non
siamo sospettosi l'uno dell'altro e non infastidiamo mai il nostro
prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.
Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia
siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle
proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici
affari per risolvere le sue questioni private.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato
anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo
proteggere coloro che ricevono offesa.
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che
risiedono nell'universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è
buon senso.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo,
ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita ad una
politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.
Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della
democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà
sia solo il frutto del valore.
Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell'Ellade e che ogni
ateniese cresce sviluppando in sé una felice versatilità, la fiducia in sé stesso,
la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la
nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così.”

(Tuc. II, 37, 1)

30/04/2026

Ci è stato comunicato dagli organizzatori che l'orario dell'aperitivo parrocchiale dovrebbe ve**re modificato. Attendiamo aggiornamenti.

In un momento in cui è facile sentirsi distanti, crediamo che iniziative come queste possano aiutare a ritrovare un sens...
12/04/2026

In un momento in cui è facile sentirsi distanti, crediamo che iniziative come queste possano aiutare a ritrovare un senso di comunità e identità condivisa. È da qui che vogliamo ripartire: dallo stare insieme, dal dialogo, dalle nostre radici.

Grazie a chi c’era e a chi continua a crederci ogni giorno.
Un ringraziamento speciale a Rita, Andrea, Rosy e Paul 💚

L'evento è stato organizzato dal Comitato Civico Beallu Buinzan

Indirizzo

Via Polenza 23
Toirano
17054

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