14/01/2026
Ieri a Milano, fuori da San Siro, ci hanno fatto una breve intervista all’uscita di Inter–Napoli. Una cosa leggera, come succede spesso dopo le partite. Da uno screen di quel momento, però, è nato un post che prova a “spiegare chi siamo” infilando dentro una serie di stereotipi sul Sud e su chi tifa una squadra del Nord.
Noi siamo l’Inter Club Tito (PZ), Basilicata. Un gruppo di amici e soci che si organizza, si fa le trasferte quando può, si divide i chilometri, le spese, le ore di sonno e – soprattutto – si porta dietro una passione che non abbiamo mai spacciato per altro. E sì: tifiamo Inter. Non per “compensazione”, non per vergogna delle nostre origini, non per sentirci più “del Nord”, né per prendere le distanze da qualcuno. Tifiamo Inter perché l’Inter ci ha preso nel tempo: storie personali, ricordi, incontri, identità sportive costruite a modo nostro. La passione non è un referendum geografico, e l’appartenenza non è una tessera anagrafica.
E qui vale la pena dirlo con calma: ti**re in ballo la “questione meridionale” per commentare due tifosi con una bandiera in mano può far fare tanti like, ma non è un’analisi. La questione meridionale è una cosa seria, complessa, storica: sta nelle opportunità, nei servizi, nelle strade, nel lavoro che manca e nelle persone che partono. Ridurla a una psicologia spicciola (“tifi chi vince perché non vinci niente”) non illumina niente: semplifica e divide. Spesso è solo un modo per trovare un colpevole facile a un fenomeno che facile non è.
C’è anche un’altra contraddizione evidente: denunciare l’egemonia culturale e poi parlare di “meridionali come questi” come se fossimo un fenomeno da studiare, senza ascoltare chi siamo, finisce per riprodurre esattamente lo stesso sguardo dall’alto che si dice di criticare. Non è confronto: è etichetta. La sociologia, quella vera, non funziona per caricature: non confonde la biografia con la diagnosi e non trasforma le persone in casi clinici.
Noi non rinneghiamo nulla. Siamo lucani e ne siamo fieri. Sappiamo cosa significa partire, tornare, restare, costruire. E sappiamo anche che la frustrazione – quando c’è – non si cura insultando altri territori o cercando una patente di “purezza” nel tifo. La dignità non dipende dalla squadra che scegli, e l’amore per una maglia non è una dichiarazione di guerra alla propria terra.
Sul calcio si può sfottere, ci sta. È gioco, è tifo, è folklore. Ma quando diventa un pretesto per ridicolizzare territori e identità, allora non è più ironia: è un modo elegante (solo in apparenza) per mancare di rispetto.
Noi restiamo quelli di sempre: lucani, tranquilli, fieri. E interisti, con la stessa naturalezza con cui torniamo a casa dopo una trasferta: stanchi, contenti, e con la bandiera piegata nello zaino.
Forza Inter. Sempre. 🖤💙
Il Napulegno
Titonline - Inter
Intervistati dopo Inter - Napoli all'uscita da San Siro, sono quasi tutti calabresi, più altri meridionali come questi dell'Inter Club Tito e qualche rarissimo milanese.
È un fenomeno che necessita di un approccio multidisciplinare per essere compreso: sociologia, psicologia, storia, antropologia.
Non è calcio e basta. O meglio: il calcio si limita solo a mostrarlo nella sua fenomenologia più evidente, ma è una questione storica, sociale, culturale.
In territori dove si nasce in stato di minorità come al Sud, tifare chi vince è un modo per sentirsi dalla parte giusta della storia.
Più che passione, come amano dire, è compensazione: vincere per interposta persona perché sei condannato a non vincere quasi niente.
Anzi, niente: se non ci fosse il Napoli con i suoi quattro scudetti in oltre un secolo di pallone, il Sud non avrebbe vinto letteralmente niente.
C’è poi un aspetto ancora più profondo e scomodo: l’egemonia culturale.
La narrazione di un Nord modello e un Sud problema.
Tifare una big del Nord, è un meccanismo spesso inconscio per prendere le distanze da uno stereotipo imposto.
Non rifiutandolo, ma interiorizzando quella subalternità fino al punto di dire: io non sono come loro, riferendosi alla propria comunità naturale di appartenenza.
Fateci caso, le cose che ripetono a pappagallo sono i consueti luoghi comuni che il Nord utilizza da sempre contro i meridionali.
Parlano dell'ormai abolito Reddito di Cittadinanza, che in realtà era largamente diffuso in tutto il Sud per la banale ragione che è la parte più povera del Paese.
Le accuse di vittimismo, quando non abbassi la testa e fai notare i soprusi, perché loro hanno scelto di sedersi dalla parte comoda dei vincitori di sempre con ogni mezzo necessario.
Dicono monnezzari come se loro fossero dell'asettica Lugano e non invece di sperduti paeselli meridionali e si sciacquano pure la bocca chiamandoci provinciali. Loro a noi.
Terremotati, ma vivono su terre sismiche come le nostre.
Infine, arrivano perfino a invocare il Vesuvio pure quando vivono alle sue falde.
Il Sud ha problemi comuni, gli stessi indici di povertà ed emigrazione, gli stessi ultimi posti nelle classifiche del reddito e della qualità della vita.
È esattamente questo che si illudono di rovesciare quando tifando Juve, Inter o Milan, percepiscono se stessi come milanesi o torinesi.
Infatti, è un fenomeno asimmetrico e non reciproco perché al Nord nessuno tifa squadre del Sud, se non qualche caso sporadico che non fa statistica.
Ed è per questo che sono i nostri più accaniti nemici quando vinciamo, perché gli risulta intollerabile che un meridionale come loro vinca con la squadra della propria terra e non per procura.
Noi siamo lo specchio in cui non riescono a guardarsi perché quello specchio manda in frantumi le loro contraddizioni: napoletani, fieri, meridionali e qualche volta pure vincenti.
Senza rinnegare quello che siamo, senza metterci la maglia a strisce dei colonizzatori, senza dire ”voi” quando in realtà stiamo parlando di ”noi”.
RDI