03/06/2026
L’intervento integrale della regista di “C’è ancora domani” in piazza del Quirinale per gli ottant’anni della Repubblica
03 Giugno 2026
Aggiornato alle 01:38
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Ecco il testo del monologo con cui Paola Cortellesi, attrice e regista del capolavoro “C’è ancora domani”, ha commosso i presenti alla festa per gli ottant’anni della Repubblica in piazza del Quirinale e gli spettatori di RaiUno in tv:
Ottant’anni fa nasceva la Repubblica Italiana.
Nacque dalla lotta partigiana degli uomini e delle donne della resistenza. Nacque da una scheda piegata in una cabina elettorale, da un gesto semplice e insieme rivoluzionario; dal voto di un popolo che usciva stremato dalla guerra, dalla dittatura, dalla fame e dal lutto. E nacque, per la prima volta, anche dal voto delle donne.
Dopo aver potuto esprimere la loro preferenza nelle elezioni amministrative di marzo, il 2 e 3 giugno del 1946 le italiane entrarono nei seggi per partecipare a pieno titolo alla scelta tra Monarchia e Repubblica e all’elezione dell’Assemblea Costituente. Finalmente, almeno li dentro, la loro voce aveva lo stesso peso di quella di chiunque altro.
Prima di quel momento, la maggior parte delle donne italiane era cresciuta dentro un’idea precisa di subordinazione e obbedienza. Sotto il regime fascista le donne non erano soltanto escluse dalla vita pubblica ma furono progressivamente ricondotte, anche per legge, a un unico ruolo considerato “naturale”: moglie, madre, custode del focolare.
La propaganda fascista celebrava la maternità come missione patriottica: dare figli alla nazione. Ma dietro quella retorica c’era un progetto preciso di limitazione dell’autonomia femminile.
Alle donne fu proibito di dirigere scuole medie e superiori di Insegnare materie considerate di alto profilo come filosofia e storia nei licei. l’istruzione di bambine e ragazze fu orientata verso “lavori donneschi” ovvero, mansioni domestiche.
Gli studi superiori e le professioni intellettuali venivano altamente sconsigliati, E nel caso in cui una studentessa avesse avuto l’arroganza di proseguire gli studi avrebbe comunque trovato tasse universitarie raddoppiate rispetto a quelle degli studenti.
Accanto alle norme, anche gli scritti ideologici del tempo teorizzavano la subordinazione femminile. In questi passaggi del volume “Politica della famiglia” del 1938, scritto dall’economista fascista Ferdinando Loffredo, affiora, a voler pensar male, un certo pregiudizio misogino, seppur velatamente accennato tra le righe:
«La indiscutibile minor intelligenza della donna ha impedito di comprendere che la maggiore soddisfazione può essere da essa provata solo nella famiglia»
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