01/11/2026
Tina Anselmi aveva diciassette anni quando la guerra e il nazifascismo le tolsero per sempre l’innocenza: assistette all’impiccagione di trentuno giovani a Bassano del Grappa, tra cui il fratello della sua compagna di banco.
Quel giorno, davanti a quei corpi appesi, scelse da che parte stare.
Si unì alla Resistenza con il nome di battaglia “Gabriella”. Era una ragazza, ma con una forza da gigante.
Pedalava per chilometri come staffetta, portando messaggi, armi, medicine. Trasportò perfino una radiotrasmittente su un camion tedesco, fingendosi una studentessa qualunque.
Nascose dinamite e paracadute nel pollaio di casa, rischiando la vita ogni giorno.
Eppure, come tante altre partigiane, di quella vita parlò poco: un po’ per pudore, un po’ per via di un Paese che per anni non seppe riconoscere le sue eroine.
Tina Anselmi non si definiva un’eroina. Diceva semplicemente che era stata una scelta morale: “Mi ribellava l’idea di uno Stato che negava la dignità umana. Non potevo restare a guardare”, diceva.
Fu quell’esperienza, la libertà conquistata in sella a una bicicletta, la responsabilità di scegliere da che parte stare, a segnare tutta la sua vita.
Da lì nacque l’impegno sindacale per le filandiere della Castellana e poi quello politico nella Democrazia Cristiana, dentro il movimento femminile, in difesa dei diritti e dell’uguaglianza.
Nel 1976 divenne la prima donna ministra del Lavoro della Repubblica Italiana e nel 1978 la prima ministra della Salute. E da quel ruolo fece ciò che oggi chiamiamo storia.
Firmò la legge sulla parità salariale tra uomini e donne. Poi la legge Basaglia, che chiuse i manicomi e restituì umanità a chi era stato rinchiuso e dimenticato.
In seguito, la legge 194, che riconobbe alle donne il diritto di scegliere, che lei, cattolica ma laica fino in fondo, firmò nonostante le pressioni delle gerarchie ecclesiastiche.
E infine, la legge 833 del 1978, che istituì il Servizio Sanitario Nazionale, fondato su universalità, uguaglianza, equità.
Poi arrivò la Commissione d’inchiesta sulla P2, che guidò da sola contro un potere maschile e corrotto, svelando legami tra Stato, massoneria deviata e criminalità.
La isolarono, la delegittimarono, la chiamavano “la Tina vagante”. Ma lei non si piegò mai.
È morta il 1° novembre 2016, nella sua Castelfranco Veneto. Ma ogni volta che qualcuno mette in discussione il diritto all’aborto o il valore della sanità pubblica o la parità tra uomini e donne, il nome di Tina Anselmi torna come un monito.
A lei, la riconoscenza di tutte e tutti noi. Oggi, sempre.