01/05/2026
Compagnə della comunanza,
oggi siamo qui non soltanto per rivendicare diritti, ma per affermare una verità che ancora troppo spesso viene negata: nel 2026, in questo Paese, essere giovani significa troppo spesso vivere nella precarietà, nel ricatto, nello sfruttamento.
E per moltissimə giovani q***r, tutto questo si moltiplica.
Perché alla precarietà del lavoro si aggiunge la precarietà dell’identità.
Alla paura del futuro si aggiunge la paura del giudizio.
Alla necessità di trovare uno spazio nel mondo si aggiunge, ancora troppo spesso, la necessità di nascondersi.
Nascondersi a scuola.
Nascondersi nei luoghi di lavoro.
Nelle famiglie.
Nei territori più ostili.
E a volte perfino da sé stessə.
Troppə giovani q***r imparano troppo presto che, per sopravvivere, spesso viene richiesto loro di essere meno visibili, meno autentici, meno liberi.
Questo non accade per caso. Accade perché il clima politico, sociale e culturale che ci circonda continua a essere contaminato da pulsioni reazionarie e fasciste, da una violenza simbolica e concreta che spinge molte identità q***r a scegliere la sopravvivenza del silenzio invece della libertà.
E allora noi oggi diciamo con forza che non basta più la solidarietà di facciata.
Non bastano le belle parole nei mesi del Pride.
Non bastano i comunicati stitici.
I partiti, i sindacati, soprattutto quelli che si definiscono progressisti, devono assumersi fino in fondo la responsabilità storica e politica dei diritti q***r.
Perché i nostri diritti non sono temi accessori.
Non sono merce elettorale.
Non sono slogan da corteo.
Non sono qualche like in più sui social.
Sono una necessità storica e politica, perché rivoluzionaria.
Sono democrazia.
Sono giustizia.
Sono dignità umana.
Ed è necessario dirlo chiaramente: se in Italia ancora manca una piena legge sui diritti LGBTQIA+, che ciò tuteli anche sul lavoro, se il matrimonio egualitario resta incompiuto, se troppe famiglie vengono negate, se le identità non conformi non trovano riconoscimento, una delle cause profonde è anche il permanere di strutture patriarcali dentro le nostre case, nel nostro lavoro, nella stessa sinistra.
Un patriarcato che troppo spesso considera i nostri corpi, le nostre vite, le nostre relazioni, le nostre famiglie, come secondarie rispetto ad altre priorità.
Un patriarcato che decide quando i nostri diritti siano “convenienti”.
Un patriarcato che continua a marginalizzare, gerarchizzare, escludere.
Per questo la liberazione q***r non può esistere senza una frattura culturale radicale col patriarcato, una frattura sistemica, proprio perché l’essenza q***r lo scardina nelle sue fondamenta.
E lo vediamo ovunque, anche nello scenario internazionale:
quando due volti diversi dello stesso patriarcato si scontrano — fondamentalismi religiosi, nazionalismi, colonialismi, militarismi — a pagare è sempre il popolo.
Lo pagano i civili.
Lo pagano i corpi vulnerabili.
Lo pagano coloro che osano opporsi, interferire, portare solidarietà, che vengono bombardati con i droni in acque internazionali, in un atto cerimoniale, fuori da qualsiasi legalità.
Chi tenta di spezzare questa logica viene troppo spesso delegittimato, criminalizzato, silenziato. Escluso.
Per questo la nostra lotta non può limitarsi ai confini nazionali.
Deve essere profondamente intersezionale, antimilitarista, internazionalista e solidale.
Ma… É necessario che questa riflessione dobbiamo rivolgerla anche a noi stessə.
La comunanza, noi tutte, abbiamo il dovere politico e morale di interrogarci continuamente.
Non ci arroghiamo il diritto alla purezza.
Non siamo immuni da millenni di condizionamenti culturali.
Quanto patriarcato sopravvive ancora nei nostri linguaggi?
Nelle nostre leadership?
Nei nostri spazi?
Nelle nostre esclusioni?
Perché non può esistere vera rivoluzione se riproduciamo, anche inconsapevolmente, le logiche del dominio che pretendiamo di combattere.
La nostra lotta deve essere trasformazione profonda.
Deve essere autocritica.
Ma soprattutto, deve essere visione.
E allora oggi, da questa piazza, vogliamo affermare soprattutto questo:
Noi non siamo soltanto resistenza.
Noi siamo rivoluzione.
Noi siamo immaginazione politica.
Abbiamo il dovere di costruire insieme una rivoluzione del pensiero, dei corpi, delle relazioni, delle istituzioni.
Un mondo dove nessuna persona debba più nascondersi.
Un mondo dove l’identità non sia paura.
Un mondo dove il lavoro non sia sfruttamento, strumento di potere.
Un mondo dove la libertà non sia privilegio.
Un mondo dove la cura, la giustizia e l’autodeterminazione sostituiscano la violenza del sistema patriarcale.
Abbiano il dovere costruire un sogno comune.
Q***r.
Transfemminista.
Intersezionale.
Rivoluzionario.
Perché il mondo che sogniamo insieme dovrà essere il mondo che un giorno voteremo al posto di questo.
Il mondo che costruiremo.
Il mondo che consegneremo a chi verrà dopo di noi.
E fino ad allora,
Non dovremo mai smettere di sognarlo. #