22/02/2026
LE PIETRE NON MENTONO, MA LE PERSONE SI
Di Giuseppe La Porta
Il caso del Cristo di Termoli, scambiato prima per San Sebastiano, poi per San Timoteo... quando quest'ultimo era alle sue spalle.
Cari lettori ed amici, come ben sapete, dopo i tanti anni di studio di mio padre e dei suoi colleghi, da me perpetrati non appena raggiunta la maggiore età, mi sento in dovere di difendere, spesso e volentieri, il patrimonio artistico del nostro paese e ancor di più, della nostra regione, del quale nel tempo hanno parlato in tanti, storici dell'arte, dell'architettura, eruditi e professionisti del "settore culturale".
C'è bisogno di molta attenzione nell'attribuire facce e nomi alle pietre, che antichi scalpellini lavoravano per raffigurare santi, esseri allegorici, pontefici, figure di spicco del clero, nobili e benefattori dei cantieri in cui si trovavano.
Talvolta si trovano anche le loro piccole effigi, iniziali o addirittura minuscoli bassorilievi, che li ritraggono in posa, brandendo martellino e scalpello, contro la fredda pietra.
Veri autori del "tempo delle cattedrali", braccio essenziale dei committenti ma anche liberi ed ingegnosi creatori di nuovi stili, altalenanti fra il mondo classico-imperiale e la durezza e simbologia nordica, matrimonio perfetto che non rappresenta una cesura tra un mondo e l'altro, ma solo una grande continuità storica ed una comunicazione tra più popoli.
Veniamo al dunque, infuoca di nuovo in questi giorni, il caso del Cristo di Termoli, statua che adorna la porta maggiore della Cattedrale di Santa Maria della Purificazione.
Il portale tardo-romanico, rientra in quel florilegio di produzioni artistiche mediate tra i venti delle scuole dei Magistri di Foggia, di Guardiagrele, senza tralasciare indiscussi contatti con maestranze operanti fra la Pen*sola iberica, l'Impero Germanico, il Regno di Sicilia e la Terra Santa.
Probabilmente fu opera di un cantiere di poco successivo a quelli di Santa Maria Maggiore a Monte Sant'Angelo, Santa Maria ed il palatium di Foggia e quello dell'ambone di Santa Maria di Canneto.
Si ritrovano delle affinità con i resti trovati nel sito di Ripalta, mentre il titto si può trovare coevo con parte del cantiere di San Giovanni in Venere, del pulpito di Santa Maria a Ferrazzano, del ciborio di Santa Maria a Bari, con quello della porta federiciana al lato di San Severino Abate in Sansevero e la "suppellettile" che verosimilmente ospitò un capitello oggi conservato presso il chiostro di Santa Sofia di Benevento.
Un arco temporale grossomodo posizionato nella prima metà del XIII secolo, almeno tra gli anni 20 e 30 del '200, con una brusca interruzione dell'opera nel 1240 - a causa del primo assalto veneziano contro la città, ed altre della costa tra Abruzzo e Puglia - e una ripresa da nella seconda metà del secolo, che generò sicuramente una serie di incongruenze nel suo apparato scultoreo e nel suo sviluppo volumetrico, basti pensare che ad oggi si notano delle vere e proprie mancanze, sia nel portale, sia nelle arcatelle e nelle bifore, che avrebbero dovuto ospitare momenti del ciclo cristologico, successivi all'Annunciazione, sopravvissuta nella prima bifora.
Questa statua calcarea, completa per così dire, il programma iconografico del portale, mediano tra l'ordine di arcate e bifore, e l'archivolto, che invece pone ai suoi vertici le pseudo statue-colonna raffiguranti gli ipotetici protettori della città adriatica, in quel tempo identificabili come: San Basso Vescovo (Patrono), San Biagio Vescovo, San Timoteo Vescovo (compatrono) e il Santissimo Salvatore, che Luigi Ragni ipotizzava essere titolare della prima chiesa antecedente la "ecclesia Sancte Marie Dei Genitricis" comparsa nelle cronache termolesi solo nel X secolo.
San Sebastiano e Sant'Antonio subentrarono solamente più tardi, come anche San Rocco, cui era dedicata la ca****la adiacente alla basilica.
Tra tutti i santi poi, persisteva San Pietro Apostolo - con una chiesa entro le mura -, seguito da Sant'Andrea, Santa Lucia, San Nicola di Mira, San Giorgio e San Bartolomeo Apostolo, isieme a tanti altri culti, sotto cui furono fondate chiese ed abbazie nella terra dell'antica Contea longobarda di Termoli.
Da alcuni decenni, dei ricercatori hanno avanzato la teoria di trovarsi di fronte alla statua, non di un Cristo, ne di San Sebastiano, bensì di San Timoteo, discepolo prediletto di San Paolo, il cui corpo fu traslato in Termoli al seguito del Sacco di Costantinopoli (fine della IV crociata).
Abbiamo avuto già modo di dimostrarlo, grazie ad uno stralcio di pergamena del 1225 circa, che stranamente proprio qualche ricercatore ha da noi letto, ricopiato e sapientemente evitato di far menzione, ma lasciamo perdere... come per la confutazione del mito di Oliviero da Termoli, da noi sfatato 10 anni fa.
Tutto questo accadde molto tempo fa, quando ero ancora minorenne, e mio padre si occupava attivamente delle sue ricerche nei molti feudi molisani, specie a Petrella.
Parlò del ritrovamento della statua di un santo "togato", fatta per puro caso in una botola dell'episcopio, di cui fu testimone don Marco Colonna, che mi fornì ulteriori informazioni per ricordare al meglio questo accadimento prodigioso, ringraziando chi di dovere e rinnovando la pubblicazione dell'articolo di mio padre, con una basata unicamente sulla questione iconografica del santo ignoto.
Furono apportati lavori di restauro (o meglio ristrutturazione neo-romanica) nella prima metà del '900, sotto l'episcopato di Oddo Bernacchia, e fu in quegli anni fatidici che la statuina fu fatta cadere per errore, già descritta come pericolante dal Ragni.
Con la riscoperta di San Timoteo, nel 1945, l'enfasi del momento, spinse gli eruditi e la diocesi a concentrare molto della storia architettonico-scultorea della basilica, sulla sua figura, tanto da spingere lo stesso Oddo Bernacchia ad attribuire lo stemma seicentesco di Fabrizio Maracchi, all'esimio Stefano, che fece occultare le reliquie sotto il suolo di un presbiterio, cripta mai completata, composta solo dalla piccola grotticella di San Basso, verosimilmente modificata nel XIII secolo, con la fattura della nuova urna in marmo bizantino.
Vi risparmio dall'elencare gli indizi che identificherebbero, secondo alcuni, questa statua di uomo barbuto, con una immagine iconografica di San Timoteo "nella veste di pellegrino", cosa che esiste nelle scene della sua passio, immortalate per esempio nei mosaici delle cattedrali sicule, oppure nei codici miniati del Vaticano e nelle vetrate francesi, sebbene in tutti i casi, Timoteo mostri vestiario, attributi e sembianze totalmente diversi, rispetto a quanto esposto dalla statuina in questione.
Pur trattandosi di un'opera dal contesto sperimentale, la statua dell'uomo barbuto, è l'unica a mostrarci un santo che, a differenza degli altri tre, non possiede gli attributi di un vescovo (stola, infule, mitria, pastorale), bensì di un personaggio neotestamentario, con delle vesti che per comodità vengono definite "apostoliche", privo d'un qualsiasi bastone, erroneamente identificato in una parte monca sul lato della gamba sinistra, parte del panneggio e dei drappelli di quest'ultimo, che in verità doveva solo reggere un manoscritto o una pergamena, in posa benedicente (o giudicante).
Alcuna icona medievale del santo, lo mostra con una barba eccessivamente lunga e capelli altrettanto lunghi, e persino nelle "ricostruzioni" svolte sui rilievi tridimensionali, si è resa giustizia al reale aspetto della scultura, immortalata fortuitamente in molte fotografie dei primi del '900, conservate nel fondo del Gabinetto Fotografico Nazionale.
Questi scatti, insieme a quelli di Alfredo Trombetta e Arthur Haseloff, sono stati utilissimi per il riconoscimento - da parte di mio padre ed altrui suoi colleghi - dell'idividuo ivi scolpito, non un apostolo, bensì Cristo in persona, in una costruzione iconografica simile a quella del Pantocratore, che definisce invece il gemello di San Giovanni in Venere a Fossacesia, parte della Deesis.
È curioso che sempre a Termoli, fu ritrivata una placchetta bizantina in steatite, simile ad altre del XIII-XIV secolo.
La placchetta mostrava un santo barbuto e con i capelli lunghi, dagli stessi ricercatori identificato come un ignoto "martire di cristo", forse Andrea o addirittura Timoteo, se non fosse stato per noi, Antonio Sciarretta e mio padre, che traducemmo correttamente la parola greca "prodromos", come "precursore", e non come "Martire di Cristo".
Una placchetta che mostra San Giovanni Battista in una Deesis, che doveva essere simile a quella di Fossacesia, secondo il mio punto di vista, eseguita dalla stessa persona, che avrebbe potuto essere anche proprietaria delle placchette, portate con sé nella tomba.
Da qui postulai l'ipotesi di aver identificato la tomba di Ysembardo d'Eusebio Alfano da Termoli, riportato dal Ragni come firmatario della lunetta della Presentazione al Tempio e tutt'ora magister autore del ciborio della Cattedrale di Bari (dedicata a Santa Maria e non a San Sabino).
Certo una ipotesi azzardata, ma meglio di niente se dall'altra parte nel frattempo si inciampava in errori, luoghi comuni, convegni e persino una mostra d'arte antica dove fu sgraffignata la placchetta e mai più vista da occhio umano (o quasi).
Non basta organizzare una ricca presentazione o delle cerimonie, per parlare di storia, essendo questa una materia precisa, basata sulla contestualizzazione, confutazione e comparazione delle fonti e dei dati acquisiti, scremati da smodate convinzioni personali, talvolta anche di tipo patologico oserei dire.
Il campanilismo e il revisionismo da fascinazione simbolica, sono le due facce della stessa medaglia, estremi che da sempre hanno scandito le pubblicazioni storiografiche, sempre più contrastate dalle pubblicazioni di carattere accademico e professionale: archeologia discussa da archeologi, epigrafi trattate da paleografi e così via, costruendo via via una consulta incrociata tra professionisti, producendo non più monografie ma libri corali.
Solo al seguito di questi passaggi, se consentito dai risultati e confronti, si può parlare di una scoperta e di una prova provata, ma al di fuori di questo, non si fa altro che unire il proprio pensiero ad altre migliaia di opinioni pseudostoriche.
Non vi è alcuna evidenza ad oggi che la statua, danneggiata dalla caduta, raffigurasse San Timoteo, che invece viene raffigurato nel capitello ad estrema sinistra della facciata, non in una scena di cessione delle lettere come si era proposto, ma in un trittico formato da San Paolo al centro, e i santi Timoteo e Tito imberbi, che ritroviamo anche nel pergamo di Guglielmo al Duomo di Pisa (spostato poi a Cagliari) quello di San Bartolomeo in Pantano a Pistoia, una costruzione iconografica che quindi non era nuova nell'immaginario del panorama romanico tra XII e XIII secolo.
La totale divergenza tra queste due figure allontana dalla possibilità di trovarsi al cospetto di Timoteo, favorendo invece la teoria del Cristo proteso in piedi, non posizionato nel centro della lunetta poiché segnata dalla scena della Presentazione al Tempio, con Simeone, Anna la profetessa, Maria, Gesù e Giuseppe.
Qui subentra un dettaglio che non avevo ancora accennato, quello del Cristo Santissimo Salvatore, a cui era dedicato un altare nella chiesa, esistito sino agli anni 40 del '900, quando fu spogliata dei propri altari e delle tele e marmi annessi, facendo così perire anche la devozione che la cittadinanza anticamente nutriva per quest'ultimo.
Ma la storia è chiara, come lo sono i fattori generanti delle tradizioni d'un luogo.
È probabile che la statua, infatti, essendo in piedi e non troneggiante, fosse la raffigurazione del Salvatore, nell'episodio evangelico della Trasfigurazione, a quaranta giorni dalla crocifissione, come elemento di congiunzione con le scene della successiva bifora.
A testimoniarlo sono i bassorilievi di tre figure umane, rannicchiate ai piedi di tre dei quattro santi.
Ho già avuto modo anche di trattare di queste ultime, che potrebbero essere la personificazione di benefattori per la realizzazione del cantiere, eseguiti secondo una consueta trasposizione, dove di solito si innestano in un concetto iconograficamente preciso, sostituendo personaggi presenti, o fondendosi tra i presenti.
Ne viene così, che i tre uomini rannichiati, non legati al numero dei santi, dovevano riprodurre le pose di San Pietro, San Giacomo e San Giovanni, testimoni della Trasfigurazione, come si può vedere nelle icone musive della Ca****la Palatina di Palermo e del Duomo di Monreale.
Al contempo, dovevano esaltare le figure dei benestanti patrizi termolesi, uno dei d'Afflitto, uno dei Frisone (rimasti senza volto) e il giudice dei Grimaldi, anche se per loro avremmo proposto una terza identificazione, notando le sembianze di un abito uniforme e di due uomini con il saio, uno dei quali molto simile a frate Elia da Cortona.
Ma non pensiate che in questo gruppo manchi l'importante effige di San Timoteo.
Sappiate infatti che, già prima del crollo di questa statuina, alle sue spalle era mancante quella di un terzo vescovo, come si poteva capire dalle stole rimaste alla base.
Grazie ad una fotografia degli anni 30 del '900, scattata nel giro absidale della chiesa durante i lavori di Bernacchia, si è potuta vedere l'originaria parte mancante della statuina, posata sul dorso di un leoncino stiloforo, anch'esso scomparso (o meglio, rubato).
Un altro uomo barbuto, con capelli corti, testa ampia ed un'aureola ammaccata.
Il personaggio è coerente con l'iconografia orientale ed occidentale "statica" di San Timoteo, come la si vede nella scena del martirio nel menologio di Basilio II ed in altre circostanze.
Doveva con una mano sorreggere il pastorale, mentre con l'altra mantenere la pergamena (lettera di Paolo) o il manoscritto, privo però dell'uomo supino ai suoi piedi.
Su questo ci tengo a precisare che gli uomini ai piedi dei santi sono in verità prostrati a loro, quasi in posa devozionale o di richiesta protezione, e non calpestati come s'è frainteso in questi anni, e non riesco ancora a capire dove abbiano visto le sembianze di un rabbino nella figura umana, che invece si aggrappa al piede del Cristo, quasi come dormendoci al di sopra.
Ho più volte dimostrato che in verità il programma iconografico della cattedrale è teso quasi unicamente ad esprimere concetti legati alla Vergine Maria ed al Ciclo Cristologico, come del resto possiamo ammirare in tutto il panorama romanico italiano.
È vero, per poter parlare di queste pietre e saperle ascoltare, bisogna basarsi su concetti di Storia dell'Arte.
Concetti esatti, non riscritti a proprio piacimento, che non si basano su un ambiente isolato e comunicante con sé stesso, solo per generare dei primati che non esistono.
Anche l'impatto teologico deve essere contestualizzato in base al periodo storico e territoriale in cui nacque e si sviluppò la comunità cristiana termolese, per nulla diverso da quello di tante altre della Capitanata e del Regno di Sicilia.
Altrettanto si può dire per i canoni iconografici e teologici che riguardano questi fregi, legati unicamente al pensiero della committenza ed alla maestria degli scultori.
Trovare in questo Cristo un qualche collegamento con "la missione che Timoteo intraprese su insegnamento di San Paolo, riprodotta come monito teologico e morale da imprimere nei fedeli" è quantomeno improbabile, un pensiero a mio avviso romantico, di una mente devota e teologicamente formata, ma che resta tale, concretizzato solo e soltanto nella propria mente, incompatibile invece con quanto dimostrato dai vari iconologi e storici dell'arte.
Per avere una ulteriore conferma di ciò, sia per la statuina del Cristo, sia per la placchetta di San Giovanni e la statuina di San Timoteo, ci siamo confrontati con esperti sul campo dell'iconografia bizantina, in primis Assunta Fraraccio, che ringrazio, e poi il prof. Ivan Polverari, che a punto ravvisa appieno l'immagine di un Cristo in piedi e slanciato in avanti, con capo lievemente chino verso il fedele che sale i gradini della chiesa.
Si notano almeno tre tipologie diverse di programma iconografico, uno intermedio, legato ai protettori della città, rappresentati secondo una precisa immagine accettata largamente, statica e con i propri attributi, il caso proprio di San Timoteo Vescovo e Martire, non come "pellegrino", come lo si rappresenta invece nel trittico paolino e nelle scene della Vita dell'Apostolo, riapparendo come Vescovo di Efeso nelle scene della Dormizione di Maria, a cui avrebbe assistito.
Questo programma, si fonde - per mezzo della Trasfigurazione di Cristo - al secondo, unicamente basato sul titolo del tempio mariano: Santa Maria della Purificazione, a metà fra la vita di Cristo e la figura della Vergine Maria, oggi purtroppo incompleto.
Il terzo programma è il più incongruente, segnato da un trittico che celebra la figura di San Timoteo, vicino San Paolo e Tito, con opportune aureole e panneggio apostolico, cui succedono alcune protomi umane inserite nel calato dei capitelli.
Non si tratta di santi, ma di personaggi "laici", le cui sembianze sono compatibili con quelle "ideologiche" di Federico II di Svevia, la sua stirpe ed i suoi familiares, secondo un uso molto diffuso in vari luoghi del regno (soprattutto nelle chiese).
Si tratterebbe di opere comunissime anche per altri sovrani occidentali, benefattori o protettori di questi luoghi sacri, al contrario di quanto si crede tutt'ora (vedi Casamari, Ferrazzano, Aquisgrana, Assisi e Bitonto).
Qui potremmo in effetti trovare un vero e proprio primato, riscoprendo forse il programma iconografico "federiciano" più completo del Regno di Sicilia, anche più di quelli conclamati dei capitelli della Cattedrale di Foggia e della lunetta di Santa Maria Maggiore a Monte Sant'Angelo (forse per questo motivo malvista da qualche devoto filo-guelfo😆).
Certo, rimane la profonda importanza della figura di San Timoteo, che fu essenziale per permettere l'arricchimento del tesoro della basilica, ed il suo medesimo ampliamento.
Ciò però non deve pregiudicare uno studio pulito ed essenzialmente "schientifico" nei confronti del complesso architettonico.
La catechesi deve essere guidata da una buona contestualizzazione, senza l'uso di sensazionalismo e senza fare diabolico abuso del mistero della fede.
San Timoteo non necessita di nuove leggende o mistificazioni idolatriche per essere rilanciato nel tessuto sociale della nostra diocesi.
Fare questo vuol dire solo e soltanto andare contro i suoi stessi insegnamenti, ed arrecare un danno alla storia del nostro monumento "genitore", la Cattedrale, già tanto tragicamente colpita dalle avversità della natura e dell'uomo (creatore e distruttore).
Non è forse Timoteo, seguendo gli insegnamenti del suo "padre spirituale" Paolo, ad incarnare appieno il concetto di fedeltà dottrinale, preservazione ed amore per le Sacre Scritture, una vita virtuosa tra la preghiera costante, la fede, la mitezza e la ca**tà?
Travisare ciò che le pietre ci dicono, può cagionare un profondo squarcio nella verità storica, offuscandone il senso - ben più semplice e diretto - ed alterando l'opinione del fedele al cospetto del suo tempio, argomento di ritflessione, che spero possa dare spunto a nuovi risvolti in ambito di ricerca.
La storia è fatta di concretezza, di fatti e ipotesi ponderate, la leggenda e il mistero sono fatti di opinioni e punti di vista senza contesto.