16/10/2026
Ci vediamo in piazza, domani 17 Ottobre.
Piazzale Democrate, ore 16.00.
Oltre l’ex-Ilva: rompere il ricatto, immaginare un altro Noi.
In questo scenario permanente di sfruttamento, lutti e dolore, nulla si è mai realmente mosso a favore di chi quella fabbrica la subisce: cittadine e lavoratrici. Chi doveva accumulare profitti lo ha fatto, incurante delle prescrizioni imposte dalle sentenze dei tribunali di ogni grado, che obbligavano al risanamento. Nel frattempo, i governi delle più disparate coalizioni hanno continuato, a suon di decreti, a scegliere di salvare la fabbrica anziché la classe operaia e tutte le persone costrette a vivere in condizioni di subalternità.
Mentre la classe lavoratrice, la cittadinanza, studentə e precarə si ritrovano a sopravvivere tra la fine del mese e la fine del mondo, abbiamo assistito all’operato di una classe dirigente sindacale e politica che, anche di fronte alle morti e agli infortuni sul lavoro, ha ridotto lo sciopero — potenziale strumento di conflitto capace di difendere chi lavora e vuole vivere — a una protesta telecomandata di appena ventiquattro ore.
È questo, per le dirigenze sindacali, il tempo che vale la morte di unə collega?
Anziché bloccare i luoghi della produzione e promuovere blocchi stradali prolungati, come quelli a cui assistiamo in queste ore, si preferisce ricondurre la protesta entro forme controllate e compatibili con le istituzioni locali, anch’esse complici di questo sistema. Si blocca per salvare quella stessa fabbrica che ci tiene sotto ricatto, ma non si vogliono mai interrompere i meccanismi che alimentano tale processo quando sono le nostre vite a essere sistematicamente annientate, alienate e annichilite.
queste fratture non si rimargineranno con la chiusura della fabbrica. Le promesse di sviluppo e rinascita, sostenute con forza anche da una parte del mondo ambientalista e dalle attuali istituzioni locali, sembrano perseguire un ulteriore obiettivo: pacificare il conflitto sociale in atto, nascondere le crisi sociali, sanitarie e lavorative riproducendo le medesime gerarchie di potere.
Turistificazione e rigenerazione urbana sono le nuove ricette attraverso cui si mescoleranno vecchi e nuovi processi di industrializzazione nociva. Dalla militarizzazione all’inganno di uno sviluppo sostenibile fondato su crociere e attività offshore, ciò che emerge è un obiettivo fondamentale: distruggere ogni possibilità concreta per le comunità che abitano ai margini di questo territorio, di decidere autonomamente delle proprie vite, dei propri territori, dei propri bisogni e desideri,
In questo scenario, chiunque riesca a conquistare anche un minimo frammento di consenso all’interno di illusori scenari di deindustrializzazione finisce ugualmente per tradire le nostre comunità, continuando ad aderire a un’idea di progresso e sviluppo che arricchisce pochə e continua a escludere tantə.
Ma adesso non è più tempo di piangere su storie che già conosciamo.
Taranto si trova a un punto cruciale della propria storia e, se vuole davvero guardare avanti, deve farlo con consapevolezza. Siamo rimaste un po’ tutte bambine: le stesse bambine che, quando viene chiesto loro di disegnare Taranto, mettono sul foglio il mare, i delfini, la c***a e le ciminiere. Un segno culturale indelebile, che racconta quanto profondamente l’industria abbia colonizzato anche il nostro immaginario.
Non siamo ingenue. Siamo state storicamente inferiorizzate e subordinate, mentre i nostri corpi e i nostri territori venivano devastati: prima con la Marina Militare, poi con il siderurgico e, oggi, con l’illusoria transizione ecologica che vorrebbero imporci, fatta di forni DRI, rigassificatori, dissalatori, data center, discariche e chi più ne ha più ne metta.
Dobbiamo rompere con i continui tentativi di colonizzare i nostri immaginari, i nostri sogni e i nostri desideri individuali, ma soprattutto collettivi.
Abbiamo un bisogno impellente di tornare a immaginare e sognare le nostre vite in maniera radicalmente diversa e migliore:
Essere una zona di sacrificio non significa soltanto non poter respirare liberamente. Significa, soprattutto, non poter scegliere come vivere, essere costrette a normalizzare le imposizioni che arrivano dall’alto e vedere sistematicamente negata la possibilità di autodeterminare il proprio presente e futuro.
Gli interessi politici che attraversano Taranto sono molteplici e non si riducono alla mera continuità produttiva dell’Ex-Ilva. Taranto è anche strategica per ragioni militari e geopolitiche, nel Mediterraneo.
La visita, avvenuta tempo fa, dell’ammiraglio Dragone, presidente del Comitato militare della NATO, è stata più che esplicativa: «Taranto è strategica militarmente, avamposto da sempre della NATO nelle sue difese nel Mediterraneo allargato».
Militarizzazione e industrializzazione nociva non sono fenomeni separati, ma due facce della stessa medaglia.
La questione, pertanto, non si riduce alla semplice alternativa tra chiusura e continuità della fabbrica. La domanda è un’altra: come possiamo liberarci insieme di un modello di sviluppo che schiavizza e ingabbia tanto la cittadinanza quanto l’intera classe operaia?
Eppure, nonostante le tante contraddizioni che hanno segnato questo territorio, anche questa volta Taranto e la Puglia si dimostrano capaci di riscoprirsi resistenti.
L’anno scorso, come in tante altre parti del mondo, noi attivistə solidali con la Palestina abbiamo bloccato le navi coinvolte nel trasporto di merci destinate a sostenere l’economia del genocidio in Palestina da parte dell’entità israeliana, come la Sea Salvia. Un’azione che ha reso evidente quanto il nostro territorio, attraverso i suoi porti e le sue infrastrutture logistiche, sia centrale nel sostenere le economie di guerra e gli interessi che alimentano i conflitti.
Ma la guerra non resta confinata ai territori bombardati, né si esaurisce nella distruzione di intere comunità. Le sue conseguenze attraversano i confini, si riflettono nelle nostre economie e incidono direttamente sulle nostre vite: nell’aumento dei prezzi, nel costo dei carburanti, degli affitti, nelle bollette sempre più alte nell’impossibilità di curarsi.
Mentre si investono risorse enormi nel riarmo e si alimentano conflitti che devastano intere popolazioni, come quella palestinese, il costo di queste politiche ricade anche su chi fatica ad arrivare alla fine del mese.
La guerra e il caro vita non sono fenomeni separati: sono manifestazioni di un sistema economico che antepone il profitto e gli interessi geopolitici ai bisogni delle persone. È proprio in questa connessione che la solidarietà con la Palestina incontra le lotte per il reddito, per la sanità e la salute, per la scuola, per l’ambiente e per il diritto sostanziale a una vita dignitosa e bella per tuttə.
Sappiamo, quindi, quanto sia fondamentale creare un cortocircuito, interrompere i flussi e bloccare quei meccanismi che sembrano intoccabili, soprattutto quando le nostre richieste vengono ignorate e le nostre condizioni di vita continuano a peggiorare. Quando non veniamo ascoltatə, la possibilità di fermare la macchina economica diventa uno strumento di pressione e di conflitto.
Per questo guardiamo con solidarietà ai blocchi e alle mobilitazioni che stanno attraversando Taranto e la Puglia, comprese quelle degli autotrasportatori. Queste proteste, pur nascendo da condizioni e rivendicazioni specifiche, portano alla luce i nervi scoperti dell’economia contemporanea: la dipendenza dai rifornimenti, dalla circolazione delle merci e dalla disponibilità di carburante.
È proprio qui che si apre uno spazio di possibilità politica: mettere in relazione le lotte, riconoscere i legami tra le ingiustizie che attraversano territori diversi e costruire forme di solidarietà capaci di contrastare, insieme, le economie di guerra e un modello economico che continua a impoverire le nostre vite.
Taranto Libera, Palestina Libera, Dal Fiume fino al Mare!