11/06/2026
Il grande inganno dell'ex Ilva: se tutti parlano, chi ascolta i tarantini?
Il dibattito intorno all'ex Ilva di Taranto è un coro polifonico dispiegato sopra la città che, fingendo di credere ancora al futuro dell’acciaieria, ci stordisce come una vera e propria emissione tossica.
Confindustria e Federacciai sbandierano il sondaggio secondo cui l’80% degli italiani sosterrebbe il rilancio dello stabilimento. Un'operazione subdola che fotografa il sentimento di chi vive a distanza, associa la fabbrica a un astratto interesse strategico nazionale, omettendo il dato specifico di Taranto e il reale prezzo del rilancio dal punto di vista economico, sanitario e ambientale.
Solita logica industriale tesa al profitto, per il quale non si guarda in faccia a nessuno.
A qualsiasi costo …
Eppure, a proposito di costi, l’analisi di Pratesi, ex manager di Arcelor, parla di 20 mld per il rilancio della fabbrica, previa bonifica …
Il governo dimostra di non aver imparato nulla dal passato o finge di non capire come siamo arrivati al presente.
Il Ministro dell'Ambiente Pichetto Fratin si spinge a definire la potenziale cessazione dell'attività una sconfitta ambientale, dimenticando il processo in atto per disastro ambientale causato dall’ex-ilva.
Immancabile l’ottimismo del Ministro Urso che assolve il suo governo dallo stallo in cui è piombato l’argomento Taranto mentre indica il futuro radioso che si aprirà con la chiusura dell’eterno bando di vendita.
Chissà se la notizia fresca di Flacks, acquirente con Danieli, Metinvest e un’altra italiana da scoprire, non finirà nello sciacquone come la cordata Eni e Arvedi che ha fatto capolino a fine maggio.
In questa partita il sindacato appare più che mai messo all'angolo. Le sigle metalmeccaniche si limitano alla solita lagna di essere esclusi dai tavoli e inviano lettere alla Regione per denunciare la "bomba sociale” che, ci permettiamo di aggiungere, hanno contribuito a costruire, tavolo dopo tavolo.
Per dare prova della sua esistenza lo Slai-Cobas, lancia una petizione per l’immediata nazionalizzazione della fabbrica.
Tutti attori e comparse che ripetono il copione di una decarbonizzazione che non avverrà mai, che fingono di ignorare la storia dei deleteri enne decreti salva-ilva, che fingono di ignorare il termine di sospensione produttiva, al 24 agosto, ordinata dal Tribunale di Milano.
Ci sarebbe da annoiarsi se il rifiuto ottuso dell’unico Piano B che apra al futuro, attraverso la chiusura e la bonifica di tutto il sito industriale, non continuasse a causare un aumento drammatico di infortuni gravi e mortali, di malattie e morte di persone sempre più giovani, se non continuasse a soffocare ogni sviluppo sano per noi e per l’ambiente.
Una chiusura che, invece, prima o poi avverrà per consunzione se non per ordinanza della magistratura e che pagheremo solo noi operai, noi cittadinanza e noi terra compromessa.
Quando alle istanze cittadine lo Stato risponde con decisioni che le silenziano o le colpevolizzano addirittura, quando non si intravede neanche l’ombra di una vera vertenza che mobiliti tutta la classe lavoratrice, per la rivendicazione del diritto all’unica transizione possibile, allora la protesta può cedere il passo alla rassegnazione, può accadere che diventiamo spettatori e spettatrici di un disastro continuo, inermi anche se sappiamo che il prezzo più alto continuerà a pagarlo solo chi respira e vive in questa città.
Così ci vogliono. Ma noi cosa vogliamo?