10/09/2026
In questa foto Lea Garofalo e sua figlia Denise sorridono. C’è luce, sembra esserci felicità. Lea Garofalo non aveva sopportato il regime della ‘ndrangheta in cui viveva. Aveva lasciato il suo compagno Carlo Cosco nel 1996, dopo il suo arresto, e dal 2002 aveva deciso di testimoniare, raccontando ciò che sapeva del potere delle ‘ndrine. E seppe dare informazioni preziose diventando bersaglio, nel maggio 2009 fu aggredita nella sua abitazione da un uomo che si era presentato come un tecnico incaricato di riparare la lavatrice. Cercò di soffocarla. Denise, quel giorno assente da scuola, intervenne e la salvò. Pochi mesi dopo, il 24 novembre 2009, le telecamere del Comune di Milano ripresero Lea all’Arco della Pace, alle 18.37, mentre saliva su un’auto. Carlo Cosco aveva chiesto a Lea di parlare della loro figlia e proprio per questo lei aveva accettato di vederlo. Un tranello, fu portata in un magazzino strangolata e il suo corpo bruciato per tre giorni in un fusto. Denise aveva 19 anni quando scelse di testimoniare contro suo padre, l’uomo accusato di aver ordinato l’omicidio di sua madre. Disse: “Io sono un’orgogliosa testimone di giustizia”. Ma scegliere ha un prezzo che non si esaurisce: diventa la vita stessa, perché tutto quello che segue è determinato da ciò che hai fatto. Sotto protezione fino al 2018, un nome che non era il suo, un’identità da ricostruire da sola. Nessuno può davvero comprendere cosa significhi portare addosso, per una vita intera, la scelta di essersi opposti a un potere diffuso, silenzioso, capace di insinuarsi, sporcare, isolare. Anche quando accanto c’è chi ti vuole bene, sinceramente, il peso resta insostenibile perché si è soli ogni volta che si sceglie qualcosa che, per il solo fatto di averlo scelto, cambia per sempre tutto il resto.
Domenica Denise ha scelto tragicamente di andarsene. Aveva 35 anni, la stessa età di sua madre quando fu uccisa.