Together: una compagnia operativa

Together: una compagnia operativa il progetto Together: Una Compagnia Operativa nasce da "una compagnia" di soggetti sociali

16/04/2025

Ogni tanto mi devo ripassare i Fratelli Karamazov ...

Dmitrij

Il primogenito dei Karamazov, Dmitrij o Mitja, nasce dalla prima moglie di Fedor Pavlovic, Adelajda Ivanova, la quale, sposatasi soltanto per un riflesso di suggestioni romantiche, si rende presto conto della depravazione del marito e lo abbandona con il figlio appena nato. Fedor Pavlovic, assorbito nel vortice dei suoi bagordi, si dimentica completamente di Dmitrij, che vive da orfano, sballottato da un tutore all'altro, prima nell'isba del servo Grigorij, poi dal cugino di Adelajda Petr Aleksandrovic Mjusov, infine a Mosca presso parenti. Dmitrij incontra il padre per la prima volta quando, ormai maggiorenne, vuole risolvere con lui la controversia sul denaro dovutogli. La catastrofe sarà poi innescata proprio da tale disputa economica. Dmitrij viene liquidato dal padre come un giovane leggero, sfrenato, incline alle passioni, irruente e amante delle gozzoviglie, a cui basta avere qualcosa da sgranocchiare per accontentarsi, seppur momentaneamente.

I detrattori di Dmitrij lo sviliscono al piano di un invasato, di cui tutta la personalità si esaurirebbe nella schizofrenia di un'anima meschina che spazia incontrollata da un campo all'altro, dal bene al male, senza cercare nulla se non appunto il brivido di questo perenne scambio di estremi. La sua scala dei valori sarebbe tarata non tanto sulla nobiltà dell'atto, né sull'abiezione, quanto piuttosto sull'intensità dell'emozione conseguente, carica di uno sfrenato senso di vita. È forse questa la suggestione che irradia ai loro occhi un uomo che prima corre in aiuto di una nobildonna quale Katerina Ivanova, poi la tradisce, poi sperpera il suo denaro con la frivola Grusenka, sembra aver ucciso il padre, ferisce il servo che l'ha accudito da piccolo e infine vuole gettarsi nell'oblio del suicidio.

Questa immagine di vile edonista non fa altro che inchiodare senza pietà un uomo ai suoi errori. Perché Dmitrij è proprio uomo, nelle ossa, nelle carni e nello spirito: è impastato di umanità fino al midollo, in maniera diretta, a nervi scoperti. Con le sue stesse parole:
« Io sono un Karamazov! Perché, se precipito in un abisso, è a capofitto, con la testa in giù e i piedi in su, e sono anzi contento di esservi caduto in maniera così degradante: lo considero bello! E quando sono al fondo della vergogna innalzo un inno. [...] Che segua pure il diavolo purché rimanga tuo figlio, Signore, io ti amo e conosco la gioia senza la quale il mondo non potrebbe esistere. »

Dmitrij è l'eroe che vive in intima unione con gli elementi primordiali dell'esistenza. Seppur misero e peccatore, rappresenta comunque l'umanità autentica perché inserito nel tessuto fondamentale dell'universo. In Dmitrij batte un cuore buono, ma disorientato e passionale, che ancora non conosce, o meglio, ancora non ha sperimentato il versetto giovanneo dell'epigrafe del romanzo, "se il chicco di grano che cade nella terra non morrà, resterà solo; ma se morrà darà molti frutti".

Fino alla conversione finale, Dmitrij si dibatte per la libertà ricercandola nell'idea del parricidio, ma alla fine il vero riscatto e la nuova consapevolezza si riversano nel cuore di Dmitrij con esuberanza:
« E sente anche che nel cuore gli cresce una commozione mai provata prima, che ha voglia di piangere, che vuole far qualcosa per tutti, perché il piccino non pianga più, perché non pianga mai la sua nera madre emaciata, perché nessuno pianga più da quel momento, e lo vorrebbe fare subito, senza rimandare e senza tenere conto di niente, con tutto l'impeto dei Karamazov. Fratello, in questi due mesi io ho sentito dentro di me un uomo nuovo, è risorto in me un uomo nuovo! Era prigioniero dentro di me, ma non sarebbe mai comparso senza questo fulmine. Cosa mi importa se starò per vent' anni a scavare minerale col martello nelle miniere? non ne ho affatto paura. Anche là nelle miniere, sottoterra, ci si può trovare accanto un cuore umano. No, la vita è completa anche sotto terra! [...] E cos'è poi la sofferenza? Non la temo, anche se fosse senza fine. Ora non la temo. E mi sembra che in me ci sia tanta forza da vincere tutto, tutte le sofferenza, pur di potermi dire: io sono! »

Dmitrij ha scoperto il piacere di schiudersi all'umiltà, di farsi balsamo per ogni ferita: la repulsione per la miseria del mondo è sbocciata nell'impulso di profondersi in ca**tà e amore. Dove lui riesce a scavalcare la barriera dell'odio, suo fratello Ivan, il ribelle, il negatore razionale, vi incespica, si ossessiona, vi "sbatte la testa contro" fino alla febbre cerebrale.

------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Ivan

La madre di Ivan Karamazov (e di Alëša) è Sofì'ja Ivanova, la seconda moglie di Fedor Pavlovic, pia donna che il vecchio dissennato aveva soprannominato "l'urlona", perché preda di crisi isteriche causate da un matrimonio disonorato. Alla sua morte Ivan e il fratello Alëša finiscono prima nell'isba di Grigorij, poi sotto la tutela di una generalessa benefattrice di Sonja e infine presso il premuroso Efim Petrovic, che si occupa di loro fino alla maggiore età. Ivan giunge nella cittadina del racconto su richiesta del fratellastro Dmitrij, in qualità di paciere tra lui e il padre nella disputa per i tremila rubli.
« Un adolescente cupo e chiuso in sé, tutt'altro che timido, ma come penetrato, fin dai dieci anni, della consapevolezza... che il padre loro era uno così e così, di cui c'era da vergognarsi anche a parlarne. Con certe inconsuete e spiccate attitudini allo studio. »

L'arguzia intellettuale di Ivan si manifesta particolarmente nel suo articolo riguardo ai tribunali ecclesiastici, talmente sottile e concettualmente accurato da sembrare sostenere ogni parte della disputa. Solo alla fine esso si svela come una burla e una derisione sfrontata. Già da questo scherno, da questo autoproclamarsi ente super partes, si intuisce la pretesa del superuomo, dell'essere superiore: traspare tra quelle righe di motteggio un certo indiscutibile orgoglio.

Ivan si sobbarca al peso esagerato di ideologie rigidissime, che richiedono una volontà di ferro e spalle larghe per essere portate, che della vita fanno una continua guerriglia intestina tra il sentimento e la ragione. Ivan intraprende questa crociata per orgoglio e per il piacere della ribellione in sé stessa. Entrando nel dettaglio, riportiamo innanzitutto il dialogo tremendo con lo Starec Zosima durante la riunione di famiglia:
« Sareste voi davvero convinti che l'inaridirsi negli uomini della fede nell'immortalità dell'anima debba avere loro tali conseguenze?

- Sì, non c'è virtù se non c'è immortalità. - Beato voi, se così credete, oppure ben disgraziato! [...] Perché, con tutta probabilità, voi stesso non credete nell'immortalità della vostra anima e nemmeno in ciò che avete scritto intorno alla Chiesa e alla questione ecclesiastica. »

Chi già rinnega l'immortalità asserisce che senza di essa non può esserci virtù. Ivan accetta così con audacia di abitare in un mondo senza alcuna scala assiologica, randagio, autosufficiente nell'amoralità. Ivan ragiona in preda a una crisi di onnipotenza. Più avanti, nel grande incontro tra lui e Alëša dove i due fratelli imparano a conoscersi, si manifesta tutta la sua compassione per il creato e in particolare per le sofferenze dei bambini, di cui egli narra anche un paio di aneddoti grotteschi. Ivan non è ateo, ma rifiuta il mondo perché malvagio, "non euclideo", negando di conseguenza il disegno di Dio. Si oppone categoricamente alla speranza nella redenzione finale che avverrà nella nuova venuta, esige che sia fatta giustizia qui, sulla terra, all'istante, e ritorce contro Dio questa ingiustizia del mondo sbagliato. Tutto il sapere del mondo non vale le lacrime di quella bambina che invoca il "Buon Dio".

Tutta l'attenzione di Ivan è convogliata in un tormentoso canale di violenze che inonda tutta la creazione con il sangue degli innocenti, e come un filtro è permeabile solo alla sofferenza, ottunde la visione, si fissa su un particolare. Ivan contrappone a questo mondo malvagio un mondo magico, predestinato e telecomandabile, e tuttavia entrambi sono i due estremi dello stesso campo diabolico. Ivan però cancellare ogni significazione nella sofferenza, ignora la possibilità di redenzione che è connaturata in ogni traviamento. non può tornare sui suoi passi e persevera sul suo cammino di autodistruzione. Crea la leggenda del Grande Inquisitore, dove il messaggio di Cristo, troppo esigente per la maggior parte degli uomini, è stato rettificato, o meglio, storpiato, in un accanito ecclesialismo che ha definitivamente trasformato gli individui in massa e ha posto come assoluti, a dispetto della libertà predicata da Cristo, l'autorità, il mistero e il miracolo. Ora, nell'oppressione, le persone vivono felici.

Si ripresenta il motivo del libero arbitrio e il perenne rifiuto della vocazione nell'uomo a una sofferente consapevolezza. L'intorpidimento non è una fede, ma una dipendenza. Fra l'altro, l'arrovellarsi intellettualistico di Ivan produce una caricatura di Cristo, che sarebbe disceso dal cielo non tanto per inserire il mondo nella nuova creazione, ma piuttosto per porgli dei traguardi irraggiungibili, per scuoterlo e basta, come un maestro troppo severo. La dannazione di Ivan si consuma per gradi, in un inesorabile climax, tramite l'affinità con Smerdjakov e Lisa Chochlakov, la visione del Diavolo e infine l'ultimo, lacerante grido: "Chi non desidera la morte di suo padre?".

La salvezza, quell'accorato sospiro di fronte al diavolo:
« D'altronde io vorrei credere in te, vorrei credere d'essere buono e che tu fossi una visione »

Questo sospiro si scontra con il muro impenetrabile del suo orgoglio, e si spegne in una velleità di redenzione. Sembra fisiologico che della forza primitiva dei Karamazov sopravviva solamente quella cieca forza elementare, quella forza terrestre che si scatena nell'uomo. Ciò appare progressivamente nel dialogo sopra citato tra lui e Alëša; esordisce Ivan:
« Qui non c' entra l' intelligenza, né la logica, qui tu ami con le viscere, col ventre, ami le tue prime forze giovanili [...] Amar la vita più del senso della vita?

- Proprio così, amarla più della logica, come tu dici, proprio più della logica, e allora soltanto ne afferrerai anche il senso. -Come vivrai tu?... È mai possibile con un tale inferno nel cuore e nella testa? -C'è una forza che resiste a tutto!- disse Ivan con un freddo sogghigno. -Che forza? -Quella dei Karamazov... La forza dell'abiezione dei Karamazov. »

La figura di Ivan viene tratteggiata anche da Gesualdo Bufalino:
« “Ivan è una sfinge, e tace, tace sempre” afferma Dmitrij. Sì, ma scrive tanto: un Candido russo, un Libro su Cristo, un Dialogo con il diavolo. Come dire che cerca attraverso la scrittura di disarmare le più dolorose aporie etiche e metafisiche, e con ciò fare il callo alla vita. Senza riuscirci, peraltro, ché anzi lo vediamo attraversare il romanzo fra sogni, parabole, misteriose chiaroveggenze, finché precipita nell’isteria. Parricida putativo, accigliato sofista, lacerato dallo spettacolo della sofferenza innocente, egli sembra credere a volte che Dio esista, sembra pensare che, inetto o malvagio, un capocomico ci sia. E allora “ rispettosamente gli restituisce il biglietto”. Altre volte cerca nella negazione una licenza di libera e selvaggia caccia sulla terra. Col cherubico Alesa ed il lussurioso Dmitrij una delle tre facce dell’autore, il bersaglio e la controfigura delle sue più nascoste ossessioni »
(Gesualdo Bufalino)

---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Alëša

Lo status d'eccezione di Alëša è insito in lui da sempre come un talento naturale; è istintivamente proiettato nella dimensione spirituale, ed è profondo conoscitore dell'animo umano. Fin da piccolo, è un "enfant prodige" della morale:
« Il dono di destare una speciale simpatia egli l'aveva in sé, per così dire, dalla natura stessa, senza artifici e immediato. La stessa cosa gli accadeva anche a scuola [...] I ragazzi capirono che egli non s'inorgogliva per nulla della sua intrepidità, ma sembrava non accorgersi nemmeno di essere ardito e impavido [...] Non serbava mai memoria delle offese [...] aveva una selvaggia, esaltata pudicizia e castità [...] Un altro suo tratto era quello di non darsi mai pensiero a spese di chi vivesse [...] se gli fosse capitato per le mani anche tutto un capitale, non avrebbe esitato a darlo via alla prima richiesta per un'opera buona. »

La genialità di Alëša consiste nel prorompere spontaneo di tutte queste buone attitudini, assolutamente naturale, senza la pratica di un allenamento spirituale. Proprio questo carattere autentico, genuino, lo eleva sulla massa degli uomini, coi loro risentimenti, rivalità e secondi fini. Alëša è immacolato, un emissario della Verità in terra, estraneo alla menzogna, come nell'episodio da Katerina Ivanova dove d'un tratto scopre tutte le carte in tavola fra lei e Ivan:
« Ho visto come in un lampo che mio fratello Dmitrij voi forse non l'amate affatto... fin dal principio... e anche Dmitrij non vi ama punto... ma vi stima soltanto [...] fate subito ve**re qui Dmitrij, che venga qui a prendere la vostra mano e poi prenda quella di mio fratello Ivan, e unisca le vostre due mani. Voi tormentate Ivan solo perché lo amate... e lo tormentate perché il vostro amore per Dmitrij è uno strazio... un inganno... perché avete voluto persuadervi che sia così... »

Alëša parla come mosso da una volontà divina, lo ammette lui stesso quando cerca di convincere Ivan della sua innocenza morale:
« È Dio che mi ha suggerito di dirti tutto questo. »

Alëša rappresenta la forma positiva dell'impetuosità karamazoviana: si getta a capofitto, ma a fin di bene; così lascia l'università e diventa monaco e seguace dello Starec Zosima:
« Era una natura onesta che anelava alla verità, la cercava e credeva in essa, e una volta che vi aveva creduto esigeva di aderirvi subito con tutta la forza della sua anima, e agognava una grande impresa immediata. [...] Persuaso che Dio e l'immortalità esistono, subito, come logica conseguenza si disse "voglio vivere per l'immortalità e non accetto compromessi di sorta". »

L'apice di questa figura illuminata giunge quando, addormentatosi per lo sfinimento presso la tomba dello Starec Zosima, vede in sogno il compimento della redenzione nelle nozze eterne, le nozze di Cana. Risvegliatosi, trabocca di un'indescrivibile estasi religiosa:
« La sua anima piena di estasi aveva sete di libertà, di spazio, d'immensità. Sopra di lui si aprì vasta, a perdita d'occhio, la volta celeste, piena di placide stelle scintillanti. [...] Il silenzio della terra pareva fondersi con quello del cielo, il mistero terrestre si congiungeva con quello stellare... Alëša, come falciato, si prosternò a terra. [...] Non si dava ragione del suo desiderio di baciarla, di baciarla tutta. [...] Era caduto a terra debole adolescente, ma si alzò lottatore temprato per tutta la vita. »

Nella figura di Alëša irrompe stupendamente la potenza salvifica del perdono. Lo stesso accade, seppur in maniera molto più ridotta, per Dmitrij. Entrambi hanno come denominatore comune l'abbandono dell'insolubile scontro generazionale tra padri e figli, e il suo rinnovamento tramite la promessa giovannea. All'altro capo estremo si lacerano invece i ribelli, Ivan e Smerdjakov, presi nella lotta per l'affermazione dell'"io" che li condurrà proprio al risultato opposto, alla sua definitiva perdita. L'uno, Ivan, ipnotizzatosi con l'ideologia del "tutto è permesso", ha indottrinato quasi involontariamente l'altro, il suggestionabile Smerdjakov.

--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Smerdjakov

Smerdjakov è il quarto Karamazov, il figlio illegittimo nato dall'unione vergognosa tra Fedor Pavlovic e la jurodivaja demente Lizaveta Smerdjaskaja. Ha sempre vissuto presso il padre in qualità di servo e si ritrova coinvolto nella lotta per Grušenka tra lui e Dmitrij in qualità di mezzano e spia. Sfrutta l'epilessia per farsi scagionare dall'omicidio di Fedor Pavlovic e, dopo l'ultimo colloquio con Ivan, si suicida.

La personalità disturbata di Smerdjakov traspare dalla seguente descrizione antropologica:
« Non si poteva in nessun modo raccapezzare che cosa, per suo conto, volesse. C'era anche di che stupirsi dell'illogicità e della confusione di certi suoi desideri, che involontariamente venivano a galla, ma che però erano sempre poco chiari. Non faceva che interrogare, rivolgeva certe domande tortuose, evidentemente premeditate, ma senza spiegarne il perché. »

La relazione con Ivan è la miccia necessaria alla sua natura per innescarsi con l'impeto di un incubo represso. Smerdjakov trasporta dalla teoria alla prassi il motto del "tutto è permesso": uccide il vecchio, fa incriminare Dmitrij e si impossessa dei tremila rubli. Sfocia infine nell'esito più logico per una natura emancipata: si suicida.

Smerdjakov affronta, seppur distruttivamente, il vecchio io paterno. Ogni Figlio ha il suo punto di origine dal Padre, e solamente da qui, o nell'odio o nel perdono, gli è permesso di tracciare il suo percorso. Ogni Karamazov condivide questo destino del confronto con il vecchio Fedor Pavlovic, il padre indegno di esserlo, l'Edipo. Smerdjakòv è l'uomo del sottosuolo, il “diverso” dagli altri. La malattia neurologica è la sua via d'evasione, il suo rifugio davanti ai grandi eventi al centro della narrazione. Tutti i principi morali che prendono voce con ciascuno dei fratelli e con il grottesco Fëdor Pavlovič vengono prima o poi screditati dalla loro commistione con le più primitive passioni dell'uomo, infine riconosciute come comuni a tutti. Celebre il saggio di Sigmund Freud "Dostoevskij e il parricidio" (1927), che analizza il romanzo dal punto di vista psicanalitico.

siete tutti invitati a visitare la mostra "non come, ma quello.. La sorpresa della gratuità"
29/11/2023

siete tutti invitati a visitare la mostra "non come, ma quello.. La sorpresa della gratuità"

12/11/2023
11/11/2023
Si replica l'appuntamento con il maestro Marcelo Cesena.MERCOLEDÌ 8 NOVEMBRE alle ORE 10 :30, presso l'Oratorio di San F...
30/10/2023

Si replica l'appuntamento con il maestro Marcelo Cesena.
MERCOLEDÌ 8 NOVEMBRE alle ORE 10 :30, presso l'Oratorio di San Filippo Neri a Canicattini Bagni, si terrà un altro concerto - testimonianza del maestro.
Vi aspettiamo!

«Per insegnare il latino a Giovannino non basta conoscere il latino, bisogna soprattutto conoscere Giovannino».È con que...
25/10/2023

«Per insegnare il latino a Giovannino non basta conoscere il latino, bisogna soprattutto conoscere Giovannino».
È con questa consapevolezza e facendo tesoro di un'esperienza che la nostra Comunità ha già vissuto in passato che torniamo a metterci in gioco per i giovani del quartiere!!
In locandina tutte le info 👇🏻👇🏻👇🏻

Un appuntamento da NoN perdere!MARTEDÌ 7 NOVEMBRE alle ORE 18:00, presso l'Urban Center, si terrà un concerto - testimon...
25/10/2023

Un appuntamento da NoN perdere!
MARTEDÌ 7 NOVEMBRE alle ORE 18:00, presso l'Urban Center, si terrà un concerto - testimonianza del maestro Marcelo Cesena.
Vi Aspettiamo!

Indirizzo

Viale Ermocrate N°70
Syracuse
96100

Sito Web

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Together: una compagnia operativa pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Condividi