19/05/2026
LA MADONNA DELL’ORTO
Custodire la fragilità
Ci sono esperienze umane che sembrano nascere molto prima delle parole chiamate a descriverle, quasi che la vita, nel suo silenzioso apprendistato del dolore e della cura, conosca già ciò che la riflessione scientifica arriverà a nominare soltanto più tardi, ed è questo il pensiero che affiora osservando ciò che AFADIPSI, a Siracusa, sta cercando di costruire con La Madonna dell’Orto, perché ciò che a uno sguardo frettoloso potrebbe apparire semplicemente come un orto, uno spazio condiviso, un luogo di attività comuni, è in realtà qualcosa di molto più delicato e molto più profondo, un tentativo di restituire presenza, dignità e appartenenza a persone che la sofferenza psichica espone troppo spesso a un esilio silenzioso, che non ha cancelli né muri visibili, ma che può essere non meno doloroso di qualsiasi segregazione materiale.
La sofferenza mentale ha infatti una natura particolare, perché non sempre si mostra, non sempre consegna segnali che il mondo sappia riconoscere senza esitazione, e proprio questa sua discrezione, questa sua invisibilità talvolta crudele, può rendere ancora più difficile l’incontro con chi ne è attraversato, perché ciò che non appare rischia di essere frainteso, banalizzato o lasciato solo, mentre dentro una persona possono incrinarsi lentamente il rapporto con sé stessa, la fiducia nel tempo, il desiderio di incontrare gli altri, perfino il sentimento di appartenere ancora alla comunità degli esseri umani.
È forse qui che si colloca il significato più autentico del lavoro di AFADIPSI, perché chi conosce la sofferenza psichica attraverso la vita concreta delle famiglie sa che il dolore non si esaurisce nella diagnosi e non coincide mai con la persona, sa che vi è sempre una distanza infinita tra una definizione clinica e la complessità irripetibile di un volto, di una storia, di una fragilità che continua a chiedere ascolto, e sa anche che una delle forme più amare della malattia è quella che lentamente isola, separa, allontana, fino a fare della solitudine una seconda ferita.
Per questa ragione La Madonna dell’Orto non è una semplice attività ricreativa, e forse definirla così significherebbe non comprenderne davvero l’anima, perché coltivare la terra significa attendere, prendersi cura, rispettare i tempi lenti della crescita, condividere gesti semplici che restituiscono ordine interiore e senso del tempo, e in tutto questo vi è qualcosa che riconduce con discrezione una persona verso sé stessa, verso il proprio corpo, verso gli altri, verso quella percezione di utilità e di presenza che la sofferenza psichica spesso ferisce profondamente.
La riflessione contemporanea più sensibile sulla salute mentale ha progressivamente compreso ciò che molte famiglie avevano intuito molto prima, e cioè che la sofferenza psichica non può essere letta soltanto come un evento biologico o farmacologico, perché l’essere umano vive dentro relazioni, memorie, linguaggi, affetti e ferite condivise, ed è in questa prospettiva che il lavoro di Jaakko Seikkula e l’esperienza del Dialogo Aperto hanno offerto una indicazione preziosa, non come formula salvifica, ma come richiamo a una evidenza umana, quando una persona entra in crisi non sempre la risposta più giusta consiste nel separarla dal suo mondo, ma nel creare ascolto intorno a lei, chiamando alla parola la famiglia, gli operatori, le presenze significative, lasciando che il dolore possa essere attraversato senza la fretta di ridurlo immediatamente a una formula chiusa.
In questa stessa direzione si colloca l’esperienza dell’auto mutuo aiuto, che custodisce una verità umana di grande semplicità e di grande profondità, perché vi sono sofferenze che diventano meno oscure quando incontrano qualcuno che le riconosce non per teoria ma per esperienza vissuta, e vi è qualcosa di profondamente terapeutico nel comprendere che ciò che si sta attraversando non è una colpa, non è una vergogna, non è un fallimento morale, ma una condizione umana che può essere condivisa senza umiliazione.
E nella stessa costellazione di pensiero si muove il paradigma delle comunità compassionevoli, che ci ricorda qualcosa che troppo facilmente dimentichiamo, la salute non è soltanto una questione sanitaria, ma una responsabilità umana e collettiva, perché nessuna cura può sostituire interamente il senso di appartenenza, nessun farmaco può generare da solo la continuità di una relazione affidabile, nessuna istituzione, per quanto necessaria, può da sola colmare il vuoto lasciato da una comunità che si ritira.
Forse, allora, il senso più semplice e più vero di tutto questo può essere consegnato a una sola frase, non basta curare la malattia, bisogna impedire che la persona venga espulsa dalla comunità, perché vi è una sofferenza che nasce dal dolore stesso, e ve n’è un’altra, talvolta ancora più crudele, che nasce dall’essere lasciati soli dentro quel dolore.
Se AFADIPSI, con i suoi medici, i suoi psicologi, i volontari, il teatro, il movimento, l’ascolto reciproco, l’orto condiviso, i gruppi di auto mutuo aiuto, riesce anche soltanto in parte a contrastare questo esilio silenzioso, allora non sta semplicemente organizzando attività associative, ma sta custodendo una idea di civiltà, quella secondo cui ogni persona fragile continua a essere, integralmente, una persona umana, e ogni famiglia che non viene lasciata sola rende più umano il volto stesso della comunità.
E dentro questa trama esiste anche una parola che appartiene alla buona etica pubblica, accountability, cioè la responsabilità di rispondere concretamente delle proprie scelte, perché prendersi cura non significa soltanto avere buone intenzioni, ma assumersi il dovere morale e civile di esserci davvero, con continuità, coerenza e affidabilità verso le persone più fragili.
Paolo Callari
Presidente AFADIPSI APS
Siracusa