04/06/2026
Tiresia avrà ancora diritto di cittadinanza?
Ho pensato spesso a Tiresia mentre scrivevo queste righe. Forse perché, in momenti diversi della vita, ciascuno di noi può trovarsi dalla parte di chi vede il mondo attraverso una ferita e proprio per questo ne comprende meglio il significato. Ci sono esperienze che non aggiungono semplicemente dolore all’esistenza, ma modificano il modo stesso di guardare gli altri, rendendo visibili sfumature che prima sfuggivano e consentendo di riconoscere, dietro le parole, i silenzi, dietro le apparenze, le ferite, dietro le maschere, la fragile e irriducibile umanità che ciascuno custodisce.
Vi sono figure che attraversano i secoli senza invecchiare, figure che sembrano appartenere a un passato remoto e che invece continuano a vivere nelle pieghe più segrete della nostra coscienza, come se ogni generazione fosse chiamata a incontrarle nuovamente e a misurarsi con le domande che esse custodiscono. Tiresia è una di queste figure. Non appartiene soltanto alla tragedia greca. Non appartiene soltanto al mito. Appartiene a quella regione dell’esperienza umana nella quale il dolore e la conoscenza si sfiorano, nella quale la perdita diventa talvolta una forma inattesa di rivelazione, e nella quale la fragilità cessa di essere una mancanza per trasformarsi in una possibilità diversa di comprendere il mondo.
Quando penso a Tiresia non riesco a immaginare soltanto il veggente di Tebe che percorre le pagine di Sofocle. Penso ai volti incontrati lungo il cammino della vita, ai volti di uomini e donne che la società ha guardato troppo spesso attraverso la lente della loro fragilità e troppo raramente attraverso quella della loro umanità. Penso a coloro che hanno conosciuto il dolore psichico, la solitudine, la malattia, la disabilità, l’emarginazione, e che proprio attraverso queste esperienze hanno maturato una sensibilità capace di cogliere sfumature dell’esistenza che sfuggono a chi attraversa la vita senza esserne mai profondamente ferito.
Forse il significato più profondo della figura di Tiresia non consiste nella sua capacità di prevedere il futuro, ma nella sua capacità di vedere ciò che gli altri non vedono. Non il futuro, dunque, ma l’umano. Non gli eventi che accadranno, ma i significati che essi racchiudono. Non il destino degli uomini, ma la loro anima. È una differenza sottile, eppure decisiva, perché la vera cecità non è mai stata l’assenza della vista, ma l’incapacità di riconoscere ciò che è essenziale.
La nostra epoca possiede strumenti straordinari per osservare il mondo. Possediamo tecnologie che amplificano lo sguardo, sistemi che raccolgono dati, algoritmi che analizzano comportamenti, reti che trasmettono informazioni con una velocità che nessun’altra generazione ha mai conosciuto. E tuttavia, proprio mentre aumenta la nostra capacità di vedere tutto, sembra diminuire la nostra capacità di comprendere ciò che conta davvero. Le informazioni crescono. La conoscenza si moltiplica. Ma la comprensione dell’essere umano rischia talvolta di impoverirsi.
È in questa frattura che la figura di Tiresia torna a parlarci.
Torna a parlarci ogni volta che una persona viene ridotta alla propria diagnosi invece di essere riconosciuta nella sua storia. Torna a parlarci ogni volta che una fragilità viene interpretata come una mancanza e non come una diversa modalità di abitare il mondo. Torna a parlarci ogni volta che il valore di un essere umano viene misurato esclusivamente attraverso criteri di efficienza, produttività e prestazione, come se la dignità potesse essere calcolata e come se il mistero di una vita potesse essere contenuto all’interno di una statistica.
Eppure vi sono esperienze che non possono essere misurate e che proprio per questo custodiscono una verità preziosa. Vi è una conoscenza che nasce dall’incontro con il limite. Vi è una saggezza che si forma nell’attraversamento della sofferenza. Vi è una profondità dello sguardo che appartiene a chi ha dovuto imparare a convivere con ciò che non poteva essere cambiato. In questo senso Tiresia continua a vivere in mezzo a noi, perché continua a vivere in tutti coloro che hanno trasformato una ferita in comprensione, una prova in consapevolezza, una condizione di vulnerabilità in una più intensa capacità di ascolto.
Forse una civiltà dovrebbe essere giudicata proprio da questo: dalla sua capacità di riconoscere e custodire i propri Tiresia. Non i più forti. Non i più potenti. Non i più visibili. Ma coloro che, pur vivendo ai margini delle definizioni dominanti, continuano a custodire una conoscenza dell’umano che nessun potere e nessuna tecnica potranno mai sostituire.
Ogni volta che una comunità accoglie chi è fragile senza trasformarlo in un oggetto di compassione, ogni volta che riconosce una dignità che precede qualsiasi prestazione, ogni volta che sceglie l’ascolto invece del giudizio, Tiresia ottiene cittadinanza. Non una cittadinanza amministrativa o giuridica, ma quella più profonda e più difficile da conquistare, che consiste nell’essere riconosciuti come parte essenziale della comunità umana.
La vera domanda, allora, non è se Tiresia abbia ancora diritto di cittadinanza. La vera domanda è se noi siamo ancora capaci di riconoscerlo quando ci passa accanto. Se siamo ancora capaci di ascoltare una voce che non grida, di accogliere una presenza che non cerca consenso, di comprendere una verità che non si impone con la forza ma si offre nella discrezione di uno sguardo, di un silenzio, di una parola pronunciata con fatica.
Perché potrebbe accadere che Tiresia continui a vivere tra noi e che siamo noi, travolti dalla fretta, dall’efficienza e dall’ossessione della prestazione, a non essere più in grado di vederlo.
E sarebbe questa la più tragica delle ironie: una civiltà che crede di avere illuminato ogni angolo del mondo e che proprio per questo smarrisce la capacità di riconoscere coloro che custodiscono ancora la luce più rara, quella che non illumina le cose, ma il loro significato.
Forse è questo che il vecchio veggente di Tebe continua a sussurrare alle nostre coscienze dopo millenni di storia: che nessuna società può dirsi veramente umana se non trova un posto per coloro che vedono il mondo in modo differente, e che nessuna comunità può salvarsi dalla propria cecità se prima non impara ad ascoltare i suoi Tiresia.
Perché una città che esclude i suoi fragili perde una parte della propria giustizia; ma una città che smette di ascoltare i suoi Tiresia perde qualcosa di ancora più prezioso: perde la memoria della propria anima.
Paolo Callari