21/08/2026
Il dolore delle foglie
C’è un’immagine di Massimo Recalcati alla quale torno spesso, perché appartiene a quelle immagini semplici che, senza avere bisogno di molte spiegazioni, riescono a dire qualcosa di essenziale sulla cura, sulla fragilità e sul modo in cui una vita può lasciare la propria impronta in un’altra vita, e mi sembra che dentro quella memoria privata, legata all’infanzia e alla figura del padre, vi sia anche qualcosa che riguarda profondamente noi, le persone che abbiamo incontrato, le famiglie che abbiamo accompagnato e, forse, il significato più autentico di ciò che AFADIPSI ha cercato di essere nel corso della sua storia.
Recalcati racconta di essere cresciuto in un mondo ancora profondamente legato alla cultura contadina, accanto a un padre che, grazie alla propria intraprendenza, aveva dato vita a un’azienda di floricoltura e che viveva il lavoro non semplicemente come una necessità, ma come una vocazione, una forma quotidiana di responsabilità nella quale entravano la conoscenza dei tempi della natura, la pazienza dell’attesa e soprattutto quella particolare attenzione che permette di riconoscere, prima ancora che diventi evidente, il segno di una sofferenza.
Nel Complesso di Telemaco, cercando di comprendere che cosa abbia realmente ricevuto da quell’uomo e da quel mondo apparentemente così lontano dalla vita che avrebbe scelto, Recalcati ricorre a un’espressione che possiede la grazia delle cose esatte: racconta di avere appreso dal padre «l’interesse per il dolore delle foglie», un interesse che nel tempo si sarebbe trasformato nell’attenzione per il dolore degli uomini, come se tra la mano del floricoltore che si china verso una pianta malata e l’ascolto dello psicoanalista che si avvicina alla sofferenza di una persona corresse un filo invisibile, capace di attraversare gli anni senza spezzarsi.
In fondo Recalcati non ha ereditato il mestiere di suo padre, non ne ha ripetuto la vita e non è rimasto nelle serre della propria infanzia, eppure qualcosa di quel padre lo ha seguito molto più lontano di quanto avrebbe potuto fare una professione, perché le eredità più profonde raramente consistono nella ripetizione di ciò che abbiamo ricevuto, mentre sopravvivono piuttosto in un gesto, in uno sguardo, in una maniera di prestare attenzione al mondo che ciascuno, diventando adulto, trasforma fino a renderla propria.
Il padre coltivava le piante e il figlio avrebbe incontrato gli uomini; il padre riconosceva la sofferenza in una foglia che cambiava colore, in una fioritura che tardava, in una crescita che improvvisamente si arrestava, mentre il figlio avrebbe imparato a riconoscerla nelle parole, nei silenzi, nei sintomi, nelle paure e nelle ferite che attraversano l’esistenza, ma il gesto originario rimane sorprendentemente simile, perché tutto comincia dalla capacità di accorgersi che qualcosa o qualcuno soffre, anche quando quella sofferenza non possiede ancora una voce capace di farsi ascoltare.
Chi ha vissuto accanto alle piante conosce, del resto, una verità elementare che talvolta dimentichiamo quando ci occupiamo degli esseri umani: la cura non coincide con il dominio, perché nessuno può ordinare a una pianta di guarire, imporle di crescere più rapidamente o pretendere che fiorisca nel momento stabilito da chi la coltiva; possiamo conoscere ciò di cui ha bisogno, darle acqua quando la terra è arida, proteggerla quando il clima diventa ostile, avvicinarla alla luce oppure sottrarla a una luce eccessiva, riconoscere una malattia e intervenire quando è necessario, ma arriva sempre un momento nel quale la mano deve fermarsi e lasciare che sia la vita stessa, se ancora ne possiede la forza, a trovare la propria strada.
Forse anche la cura degli esseri umani dovrebbe custodire qualcosa di questa antica sapienza, perché prendersi cura di una persona fragile non significa ricondurla alla nostra idea di normalità, sostituirci alla sua volontà o proteggerla fino a sottrarle ogni rischio, ma significa costruire intorno alla sua esistenza quelle condizioni di relazione, fiducia e riconoscimento nelle quali possa tornare a manifestarsi qualcosa che le appartiene e che nessun terapeuta, nessuna famiglia e nessuna istituzione può produrre al suo posto.
Recalcati racconta poi che, dopo essere cresciuto tra i fiori e le piante, è cresciuto tra i libri e confessa di avere sempre trattato i propri libri come suo padre trattava le piante, con quella medesima cura, quasi che la biblioteca fosse diventata nel tempo la serra del figlio e che il passaggio dalla floricoltura alla psicoanalisi, anziché segnare l’abbandono del mondo paterno, ne rappresentasse una trasformazione segreta e fedelissima, perché erano cambiati gli oggetti della cura, ma non la qualità dello sguardo con il quale aveva imparato ad avvicinarsi alle cose vive.
Nel ricordo dei fiori, tuttavia, compare anche un’immagine meno rassicurante e proprio per questo più vera, perché Recalcati racconta di avere sempre riconosciuto nei fiori recisi qualcosa che avrebbe poi incontrato negli esseri umani, vedendovi insieme la bellezza, lo splendore e la luce della vita e, nello stesso tempo, l’inesorabilità del loro appassire, fino a ricordare senza alcuna indulgenza l’odore dell’acqua che lentamente si corrompe nei vasi e il destino di quei fiori che, dopo essere stati contemplati per la loro bellezza, tornano infine alla materia dalla quale provengono.
È precisamente in questa compresenza, nella quale la bellezza non cancella la fine e la fine non rende meno vera la bellezza, che si comprende la forza di quella formula secondo la quale i fiori, come gli esseri umani, sono fatti «di luce e di polvere», perché la nostra dignità non deriva dall’essere invulnerabili, autosufficienti o destinati a durare, ma dalla possibilità di conoscere lo splendore pur essendo creature esposte alla perdita, alla malattia, alla dipendenza, al tempo che passa e, infine, alla morte.
La nostra società sembra invece avere costruito una parte considerevole della propria rappresentazione dell’essere umano sull’illusione dell’efficienza, della prestazione, dell’autonomia, della giovinezza e del successo, finendo per confinare la malattia, la disabilità e il disagio psichico in territori separati, quasi appartenessero a un’umanità diversa, mentre proprio l’esperienza della fragilità dovrebbe ricordarci che non esistono da una parte i forti e dall’altra i fragili, ma esseri umani nei quali la medesima vulnerabilità diventa, nei diversi momenti dell’esistenza, più o meno visibile.
Quando incontriamo una persona attraversata dalla sofferenza psichica, dunque, non abbiamo davanti un essere umano diminuito rispetto a noi, ma qualcuno nel quale affiora con maggiore evidenza quella precarietà che appartiene a ciascuno e che abitualmente riusciamo a nascondere dietro il lavoro, i ruoli sociali, le consuetudini, gli affetti e la rassicurante convinzione di poter governare la nostra esistenza, mentre basta talvolta un avvenimento inatteso perché quella distanza immaginaria tra la fragilità degli altri e la nostra improvvisamente scompaia.
È una consapevolezza che AFADIPSI ha maturato nel tempo, attraverso le persone e le famiglie incontrate, attraverso le speranze e le ricadute, attraverso giornate nelle quali un piccolo cambiamento sembrava aprire una possibilità e altre nelle quali ciò che era stato pazientemente conquistato sembrava perdersi, imparando che dietro una diagnosi continua a esserci una biografia, dietro un comportamento apparentemente incomprensibile può nascondersi una domanda che non ha ancora trovato le proprie parole e dietro ogni condizione di fragilità rimane una persona che nessuna definizione clinica potrà mai raccontare interamente.
Abbiamo imparato anche che il tempo della cura raramente coincide con il tempo delle istituzioni, perché le istituzioni hanno comprensibilmente bisogno di prestazioni, procedure, obiettivi e risultati misurabili, mentre il tempo di una persona assomiglia molto di più al tempo di una pianta, nella quale possono esistere stagioni apparentemente immobili durante le quali, sotto la superficie, qualcosa continua silenziosamente a prepararsi senza che noi siamo ancora in grado di vederlo.
Per questo un laboratorio, un orto coltivato insieme, il teatro, il movimento, il disegno, una conversazione o semplicemente la possibilità di ritrovare volti conosciuti non sono spazi marginali lasciati liberi dalla terapia, ma possono diventare luoghi nei quali una persona ricomincia lentamente a sperimentare ciò che la sofferenza e l’isolamento avevano progressivamente consumato, vale a dire il sentimento elementare e preziosissimo di avere ancora un posto nel mondo degli altri.
A questa immagine del dolore delle foglie Recalcati ne accosta, ne La luce delle stelle morte, un’altra che sembra provenire da una distanza infinita e che tuttavia parla della stessa cosa, ricordandoci che esistono stelle la cui luce continua a viaggiare nell’universo e a raggiungere il nostro sguardo quando la stella dalla quale quella luce è partita non esiste più, sicché ciò che è finito può continuare misteriosamente ad agire nel presente senza che sia necessario negarne la perdita.
Il padre che osservava le piante malate continua allora, molti anni dopo, nello psicoanalista che ascolta il dolore degli uomini; la serra continua nella biblioteca, la cura di una foglia continua nell’attenzione per una parola, un sintomo, un silenzio, e ciò che sembrava appartenere definitivamente al passato ritorna non come nostalgia, ma come eredità trasformata, dimostrando che alcune delle cose decisive che riceviamo dagli altri sopravvivono proprio perché non tentiamo di conservarle intatte, ma permettiamo loro di diventare altro dentro di noi.
Forse accade qualcosa di simile anche nella storia di un’associazione come AFADIPSI, dove gli anni passano, le persone cambiano, alcuni volti scompaiono e altri arrivano, le istituzioni mutano linguaggi e organizzazioni e molto di ciò che abbiamo fatto sembra inevitabilmente consegnato al passato, mentre continua invece a vivere nella memoria di una famiglia che per qualche ora non si è sentita sola, nella dignità restituita a una persona che era stata guardata soltanto attraverso la propria diagnosi, nella fiducia ricostruita lentamente o nel ricordo di qualcuno che, durante un momento difficile della propria esistenza, ha trovato una porta aperta e qualcuno disposto ad aspettarlo senza pretendere che diventasse immediatamente diverso da ciò che era.
Sono anche queste, forse, le nostre stelle lontane, luci delle quali non conosceremo mai interamente il viaggio e che tuttavia continuano a propagarsi molto oltre il momento nel quale abbiamo compiuto il gesto che le ha generate, ricordandoci che nella cura esistono conseguenze che nessuna statistica riuscirà a registrare interamente e che nessuna rendicontazione potrà misurare fino in fondo.
Per questo il compito di AFADIPSI non può essere quello di promettere l’abolizione della sofferenza, perché sarebbe una promessa che nessuno può mantenere, e non può nemmeno consistere nel proteggere le persone dalla vita fino a sottrarre loro la possibilità di viverla, ma dovrebbe continuare a essere quello, molto più discreto e molto più esigente, che Recalcati sembra avere ricevuto da suo padre quando ancora viveva tra le serre: imparare ad accorgerci del dolore delle foglie, avvicinarci senza spezzarle, possedere abbastanza competenza per comprendere quando intervenire e abbastanza rispetto per sapere quando attendere, continuando a riconoscere, anche quando la sofferenza sembra occupare tutto lo spazio, quella parte di una persona che nessuna diagnosi è autorizzata a cancellare.
Perché tra la luce nella quale un fiore si apre e la polvere alla quale un giorno ritornerà si distende quel tempo fragile, irripetibile e misterioso che chiamiamo vita, e forse prendersi cura significa proprio questo: non pretendere di sottrarre il fiore al suo destino, ma fare in modo che, finché gli sarà dato, possa avere la sua parte di luce.
Paolo Callari
Presidente AFADIPSI APS