Afadipsi

Afadipsi Ci occupiamo delle famiglie e
dei soggetti con disagio psichico

04/09/2026

La centratura

La centratura non coincide con l’equilibrio, perché l’equilibrio suggerisce ancora l’idea di una composizione possibile, di un punto nel quale il soggetto possa finalmente raccogliersi in una figura compiuta e riconciliata con sé stessa, mentre ciò che abita l’essere umano è precisamente l’impossibilità di questa coincidenza, quella fenditura originaria per cui ciascuno è sempre, almeno in parte, eccedente rispetto all’immagine che offre di sé, alle parole con cui tenta di definirsi e allo sguardo dell’Altro nel quale cerca incessantemente una conferma.

Finché il proprio centro viene cercato nello sguardo dell’Altro, nel riconoscimento ricevuto, nell’approvazione, nell’amore, nel ruolo, nel successo o nella consacrazione, il soggetto rimane inevitabilmente esposto a una dipendenza che non nasce tanto dall’altro reale quanto dal posto simbolico che gli viene attribuito, perché è a quell’Altro, reale o immaginato, che viene consegnata la facoltà di stabilire se si vale, se si è desiderabili, se si è degni, se si esiste abbastanza.

È precisamente qui che la centratura diventa una questione radicale, perché non consiste nel rafforzare l’Io, nel renderlo più sicuro o più impermeabile, ma nel sottrarlo alla pretesa impossibile di essere finalmente confermato da qualcosa che venga dall’esterno e possa colmare una volta per tutte quella mancanza attorno alla quale il desiderio stesso prende forma.

Il desiderio, infatti, non nasce da una pienezza che cerca di espandersi, ma da una mancanza che mette in movimento, e proprio per questo nessun oggetto, nessun amore, nessuna posizione sociale, nessuna vittoria, nessun incarico, nessuna ammirazione possono offrirgli una conclusione definitiva, perché ciò che viene cercato nell’oggetto non coincide mai interamente con l’oggetto posseduto, e ciò che viene cercato nell’altro non coincide mai interamente con ciò che l’altro può dare.

La centratura comincia allora nel momento in cui si smette di interpretare questa mancanza come un difetto da riparare e si accetta che essa costituisca, invece, la condizione stessa del desiderare, del muoversi, dell’amare, del creare e del progettare, perché soltanto chi rinuncia all’illusione di una completezza definitiva può smettere di chiedere alle proprie imprese di salvarlo dalla propria incompiutezza.

Si può desiderare una meta senza fare della meta la prova del proprio valore, si può ambire senza attendere che l’ambizione venga trasformata in consacrazione, si può amare senza pretendere che l’altro diventi il garante della propria identità, così come si può cercare riconoscimento senza consegnare al riconoscimento il potere di decidere chi si è, poiché il vero problema non è il desiderio dell’Altro, inevitabile nella struttura umana, ma il momento in cui ci si lascia interamente catturare dalla fantasia di poter diventare precisamente ciò che l’Altro desidera.

Da questa prospettiva, la centratura non è affatto immobilità e può appartenere, anzi, proprio a chi attraversa molti territori, costruisce, intraprende, studia, fonda, cerca nuove interlocuzioni e continua a spostare più avanti il limite delle proprie possibilità, purché sia ancora capace di distinguere il desiderio autentico dalla domanda di riconoscimento che talvolta gli si sovrappone, perché si può scalare la stessa montagna per ragioni radicalmente diverse, per il desiderio della vetta oppure per la speranza che dalla vetta qualcuno finalmente ci guardi.

La differenza non è visibile nel gesto, ma nel luogo simbolico dal quale quel gesto prende origine, poiché due esistenze esteriormente identiche possono essere governate l’una dal desiderio e l’altra dalla domanda, l’una dalla possibilità di scegliere e l’altra dalla necessità di essere riconosciuta, e proprio questa distinzione rappresenta uno dei confini più sottili tra libertà e dipendenza.

Anche nella relazione con l’altro la centratura si misura non dalla distanza ma dalla capacità di restare prossimi senza confondersi, di comprendere senza colonizzare, di offrire senza trasformare il dono in credito, di amare senza fare dell’amore una richiesta permanente di conferma, perché quando l’altro viene incaricato di restituirci continuamente l’immagine che desideriamo avere di noi stessi, la relazione smette lentamente di essere incontro e diventa lo specchio nel quale cerchiamo di evitare il confronto con la nostra stessa mancanza.

La centratura non consiste dunque nel trovare finalmente un’immagine stabile di sé, perché ogni immagine appartiene ancora al registro dell’immaginario ed è destinata a incrinarsi, ma nel tollerare che nessuna immagine, nessuna parola e nessuno sguardo possano contenerci interamente, accettando che il soggetto rimanga sempre in parte irriducibile alla propria rappresentazione e che proprio in questo scarto, invece di una condanna, possa aprirsi uno spazio di libertà.

Essere centrati significa allora poter essere non compresi senza sentirsi annullati, non scelti senza sentirsi privi di valore, non celebrati senza sentirsi invisibili, contraddetti senza vivere la contraddizione come una ferita alla propria esistenza, perché la parola dell’Altro conserva il diritto di toccarci ma perde quello, assai più pericoloso, di definirci definitivamente.

Forse il gioiello raro non è dunque la sicurezza, né la serenità, né la forza, ma questa capacità più difficile e meno appariscente di restare fedeli al proprio desiderio senza trasformarlo nella domanda disperata di essere riconosciuti, sapendo che nessuna vetta, nessuna relazione e nessuna consacrazione potranno eliminare la mancanza, ma che proprio nel momento in cui si smette di volerla eliminare essa può cessare di essere una ferita e diventare finalmente il luogo dal quale si sceglie la propria direzione.

Paolo Callari

01/09/2026
01/09/2026

LA TRAGEDIA DI PIETRALATA

La tragedia di Pietralata lascia dentro un silenzio che non è semplice commozione, perché davanti alla morte di una bambina ogni parola rischia di arrivare tardi, di sembrare inadeguata, quasi offensiva nella sua pretesa di spiegare ciò che probabilmente non può essere spiegato fino in fondo.

Il primo pensiero va a lei, alla sua vita interrotta, a ciò che avrebbe potuto essere e non sarà, ma subito dopo il pensiero corre ai suoi genitori, alla loro storia, al dolore che li ha attraversati, alla solitudine che forse si è depositata giorno dopo giorno attorno a quella famiglia fino a diventare qualcosa di troppo grande per essere contenuto da esseri umani lasciati soli davanti alla sofferenza.

Non conosciamo ancora tutto ciò che è accaduto, e sarebbe ingiusto trasformare il dolore in un processo sommario, cercando spiegazioni immediate, colpevoli rassicuranti o diagnosi costruite a distanza, perché le tragedie familiari hanno spesso una profondità che sfugge alle ricostruzioni semplici e perché dietro ciò che vediamo esistono quasi sempre mesi, talvolta anni, di paure, fragilità, tentativi di resistere, richieste di aiuto pronunciate male, ascoltate troppo poco o forse mai pronunciate perché anche chiedere aiuto, quando si è precipitati molto in basso, può diventare una fatica insopportabile.

È questo, forse, l’aspetto che più dovrebbe inquietarci: la possibilità che accanto a noi esistano famiglie che continuano apparentemente a vivere, a uscire di casa, a incontrare persone, a compiere gesti quotidiani, mentre dentro le loro stanze cresce una sofferenza che nessuno vede più, e che lentamente restringe il mondo, spegne le alternative, fa percepire come inevitabile ciò che, con una presenza diversa, con una rete diversa, con un intervento tempestivo, forse avrebbe potuto avere un altro esito.

Da Presidente di AFADIPSI ho incontrato molte famiglie che conoscono il peso della sofferenza psichica, e so quanto possa essere devastante non soltanto la malattia, ma anche tutto ciò che le cresce attorno: la paura, la vergogna, il senso di impotenza, la stanchezza dei caregiver, l’isolamento sociale, l’incertezza su chi chiamare, l’impressione di essere diventati improvvisamente estranei perfino al mondo che continua normalmente fuori dalla propria casa.

Per questo davanti a Pietralata non riesco a pensare soltanto a ciò che è accaduto; penso anche a ciò che una società dovrebbe imparare a vedere prima, quando ancora non esiste una tragedia da raccontare, quando esiste soltanto una madre che non ce la fa più, un padre che si chiude nel silenzio, una famiglia che smette lentamente di chiedere, una persona che comincia a credere di non avere più nessuno davanti a sé.

La salute mentale comincia precisamente lì, molto prima degli ospedali e delle diagnosi, nella capacità di riconoscere una solitudine che sta diventando pericolosa, di entrare con delicatezza nella vita di chi si sta ritirando dal mondo, di non lasciare che il dolore diventi una questione privata fino al momento in cui esplode e diventa improvvisamente una tragedia pubblica.

Dovremmo avere il coraggio di domandarci quante volte, come comunità, arriviamo soltanto dopo, quando non resta più nulla da prevenire, quando il dolore è ormai diventato cronaca e tutti pronunciano parole di sgomento mentre nessuno può più restituire ciò che è stato perduto.

Una società civile non si misura soltanto dalla capacità di curare, ma dalla capacità di accorgersi, di restare accanto, di costruire legami abbastanza forti perché nessuno, nei momenti più oscuri della propria esistenza, possa convincersi di essere definitivamente solo.

Oggi, davanti a questa bambina e alla sua famiglia, resta soprattutto il rispetto, un rispetto profondo che impone prudenza nei giudizi e quasi pudore nelle parole, ma insieme resta una responsabilità che non possiamo rimuovere: fare in modo che dietro una porta chiusa, dietro una famiglia che non chiede più nulla, dietro una sofferenza che non sa più trovare voce, ci sia ancora qualcuno capace di vedere, di ascoltare e di arrivare prima che sia troppo tardi.

Perché il contrario della sofferenza non è soltanto la guarigione.

A volte è semplicemente non essere lasciati soli.

Paolo Callari
Presidente AFADIPSI APS

28/08/2026

LA LIBERTÀ DI RESTARE

Per molto tempo ho costruito una parte essenziale della mia identità sull’esserci, sul restare quando altri arretravano, sul prendere in carico ciò che diventava scomodo, confuso o troppo pesante, sul mettere ordine dove l’ordine si era perduto, sul cercare una soluzione quando nessuno sembrava più averne una e sul diventare, quasi senza accorgermene, il luogo nel quale problemi, persone, responsabilità e inquietudini potevano trovare almeno per un tratto un punto di appoggio, perché dentro di me ha sempre agito una convinzione semplice e potente, quella secondo cui, quando qualcosa rischia di andare alla deriva, qualcuno deve assumersi la responsabilità di non lasciarlo andare.

Questa disposizione mi ha accompagnato nel lavoro, nelle relazioni, nelle amicizie, nelle responsabilità familiari e in tutte quelle situazioni nelle quali occorreva tenere insieme ciò che altri lasciavano cadere, e per molti anni l’ho considerata soprattutto una qualità, una forma di affidabilità, una misura della serietà con cui ho scelto di stare al mondo, senza interrogarmi abbastanza sul punto nel quale la disponibilità smette di essere una libertà e comincia a trasformarsi in una necessità interiore.

Esiste una differenza radicale tra il decidere di esserci e il non riuscire più a immaginarsi altrimenti che come colui che deve esserci, perché nel primo caso la cura resta una scelta, mentre nel secondo diventa il luogo attraverso cui si misura il proprio valore, si verifica la propria importanza e si cerca, spesso senza saperlo, quella conferma che nasce dal sentirsi utili, ascoltati, cercati e necessari.

Ho imparato molto bene a riconoscere ciò che manca agli altri, a intuire una paura dietro l’arroganza, una solitudine dietro l’eccesso di sicurezza, una richiesta d’aiuto dentro una frase sbagliata, una fragilità dietro un comportamento sgradevole, e questa capacità mi ha spesso trasformato in una sorta di luogo di approdo nel quale gli altri potevano arrivare con il proprio disordine senza doverlo prima rendere presentabile, sapendo che avrebbero trovato ascolto, comprensione, orientamento o semplicemente qualcuno disposto a restare.

In questo c’è qualcosa che continuo a considerare prezioso, ma c’è anche qualcosa che va guardato senza indulgenza, perché quando ci si abitua a essere quello che contiene, comprende, organizza, protegge, consiglia, risolve e rimane, si corre il rischio di non sapere più dove finisca la generosità e dove cominci invece il bisogno di confermare, attraverso il bisogno altrui, la propria ragione di essere.

La verità meno comoda è che non sempre si aiuta soltanto perché qualcuno ha bisogno di noi, perché accade anche che siamo noi ad avere bisogno che qualcuno ci cerchi, ci affidi una difficoltà, ci domandi una parola, ci consegni una parte del proprio disordine e, attraverso quel gesto, ci restituisca la certezza che la nostra presenza conta e che senza di noi qualcosa sarebbe più difficile, più incerto o più fragile.

Non c’è necessariamente vanità in questo, e non c’è nemmeno il desiderio consapevole di controllare la vita degli altri, perché spesso c’è qualcosa di più antico e più profondo, cioè l’idea che essere utili significhi meritare un posto, che essere affidabili renda meno esposti all’abbandono e che diventare necessari sia uno dei modi più sicuri per non sentirsi irrilevanti.

È così che una virtù può trasformarsi lentamente in una gabbia, perché chi ha costruito per anni la propria immagine sul reggere, sull’assumersi responsabilità e sul tenere il timone anche quando il mare si faceva cattivo, finisce per concedersi con enorme difficoltà il diritto di essere stanco, confuso, vulnerabile, indeciso o semplicemente indisponibile, come se il venir meno anche soltanto per un momento a quella funzione significasse tradire non soltanto le aspettative degli altri, ma soprattutto l’immagine che ha costruito di sé.

A quel punto non si tratta più di imparare soltanto a dire qualche no, perché il problema non è nei confini ma nell’identità, e non basta ridurre gli impegni, proteggere il proprio tempo o selezionare meglio le persone, se continua a restare intatta l’idea che il proprio valore aumenti quando aumenta il numero di cose che si riescono a sostenere per gli altri.

Il passaggio decisivo consiste allora nel separare la presenza dall’indispensabilità, la responsabilità dall’onnipotenza, la generosità dall’obbligo e l’amore dalla necessità di salvare, perché non tutto ciò che posso risolvere deve essere risolto da me, non ogni persona che soffre deve diventare una mia responsabilità, non ogni crisi deve trovare in me il suo punto di equilibrio e non ogni legame ha bisogno della mia funzione di sostegno per essere autentico.

C’è poi un’altra distinzione che considero ormai essenziale, ed è quella tra l’essere necessari e l’essere scelti, perché si può essere necessari per una funzione, per una competenza, per la capacità di comprendere, risolvere o proteggere, mentre essere scelti significa essere cercati anche quando non c’è nulla da aggiustare, nessuna urgenza da affrontare, nessun peso da portare e nessuna difficoltà da contenere.

Ho imparato ad aspettare, a comprendere e anche a perdonare, ma oggi so che nessuna di queste qualità può giustificare una relazione nella quale la mia presenza venga cercata soltanto quando è utile, perché esserci non significa accettare di essere ricordati a intermittenza e comprendere non significa rinunciare al diritto di sentirsi scelti, desiderati e riconosciuti anche nei giorni ordinari, quando non c’è bisogno del mio aiuto e quando ciò che rimane da offrire è semplicemente la mia presenza.

Arriva infatti un punto nel quale continuare a scegliere chi non ci sceglie più non è fedeltà, ma una forma silenziosa di abbandono di sé, e riconoscere questo limite non significa diventare meno capaci di amare, ma smettere di confondere la profondità di un sentimento con la disponibilità a sopportare qualunque distanza, qualunque assenza e qualunque ritorno dettato soltanto dalla convenienza del momento.

La misura nuova non può essere quanto sono disposto a sopportare per conservare un legame, ma quanto quel legame sa esistere anche quando io smetto di esserne il sostegno, perché voglio restare capace di attendere senza diventare disponibile all’infinito, di perdonare senza cancellarmi, di comprendere senza giustificare ogni assenza e di amare senza trasformare la mia capacità di restare nel permesso concesso agli altri di tornare soltanto quando fa loro comodo.

Questa è una verità difficile soprattutto per chi ha vissuto a lungo come punto di riferimento, perché si può finire per credere che, se si smette di essere utili, si diventa meno importanti, se si smette di risolvere, si viene cercati di meno, e se si smette di reggere, si rischia di scoprire quali relazioni esistono davvero per ciò che siamo e quali invece sono state costruite soprattutto intorno a ciò che siamo stati capaci di offrire.

Questa scoperta non ha nulla di amaro, perché appartiene a quella stagione della vita nella quale non serve più dimostrare quanto peso siamo capaci di portare, ma occorre finalmente capire quali pesi ci appartengono, quali ci sono stati affidati, quali abbiamo scelto e quali invece abbiamo continuato a sostenere soltanto perché non sapevamo più distinguere la generosità dalla necessità di essere necessari.

Per anni ho tenuto acceso un lume alla finestra, e so che molte persone hanno trovato davvero qualcosa di buono in quella luce, una parola, una presenza, una direzione, un momento di tregua o semplicemente la certezza di non essere lasciate sole quando tutto sembrava più difficile, ma oggi so anche che una casa continuamente aperta agli altri rischia di diventare un luogo di passaggio, se colui che la possiede non trova mai il tempo e il coraggio di abitarla.

Arriva quindi un momento in cui non è più necessario essere sempre il presidente, il padre, il consigliere, l’amico affidabile, l’uomo che sa leggere le situazioni, quello che comprende prima degli altri dove sta il problema o quello che si assume la parte che gli altri evitano, perché esiste anche il diritto di non avere una risposta, di non intervenire, di lasciare che qualcuno affronti la propria difficoltà e di scoprire che il mondo può continuare a stare in piedi anche senza la nostra presenza costante.

La libertà comincia esattamente lì, nel momento in cui si comprende che essere presenti non significa essere sempre disponibili, che essere responsabili non significa rispondere di ogni cosa, che amare qualcuno non significa proteggerlo da tutte le conseguenze delle proprie scelte e che la propria importanza non può dipendere dal numero di persone che bussano alla nostra porta.

Voglio continuare a essere un uomo capace di aprire quella porta, perché non desidero diventare più duro, più distante o meno attento al dolore degli altri, ma voglio che quell’apertura torni a essere una scelta e non una funzione obbligatoria, perché soltanto ciò che può essere rifiutato conserva davvero il valore di un dono.

Voglio continuare a essere qualcuno sul quale si può contare, senza però pensare che il mio posto nella vita degli altri dipenda da ciò che riesco a fare per loro, e voglio riconoscere che esiste una forma più alta di dignità nel sapere quando intervenire e quando lasciare che la vita faccia il proprio lavoro, quando prendere un peso e quando restituirlo a chi deve imparare a portarlo, quando aspettare e quando comprendere che aspettare ancora significherebbe soltanto rinviare il rispetto dovuto a se stessi.

Dopo avere trascorso tanti anni a essere il luogo nel quale altri potevano fermarsi, respirare, raccontarsi, chiedere aiuto e talvolta ricominciare, il compito che oggi riconosco come più serio non consiste nel chiudere la porta a chi ha bisogno, ma nel ricordare che quella porta appartiene anche a me, che posso scegliere chi far entrare, chi lasciare andare e chi non attendere più, perché la maturità non consiste nello smettere di accogliere, ma nel non permettere più che la propria capacità di restare venga scambiata per l’obbligo di aspettare chiunque decida di tornare.

Paolo Callari

21/08/2026

Il dolore delle foglie

C’è un’immagine di Massimo Recalcati alla quale torno spesso, perché appartiene a quelle immagini semplici che, senza avere bisogno di molte spiegazioni, riescono a dire qualcosa di essenziale sulla cura, sulla fragilità e sul modo in cui una vita può lasciare la propria impronta in un’altra vita, e mi sembra che dentro quella memoria privata, legata all’infanzia e alla figura del padre, vi sia anche qualcosa che riguarda profondamente noi, le persone che abbiamo incontrato, le famiglie che abbiamo accompagnato e, forse, il significato più autentico di ciò che AFADIPSI ha cercato di essere nel corso della sua storia.

Recalcati racconta di essere cresciuto in un mondo ancora profondamente legato alla cultura contadina, accanto a un padre che, grazie alla propria intraprendenza, aveva dato vita a un’azienda di floricoltura e che viveva il lavoro non semplicemente come una necessità, ma come una vocazione, una forma quotidiana di responsabilità nella quale entravano la conoscenza dei tempi della natura, la pazienza dell’attesa e soprattutto quella particolare attenzione che permette di riconoscere, prima ancora che diventi evidente, il segno di una sofferenza.

Nel Complesso di Telemaco, cercando di comprendere che cosa abbia realmente ricevuto da quell’uomo e da quel mondo apparentemente così lontano dalla vita che avrebbe scelto, Recalcati ricorre a un’espressione che possiede la grazia delle cose esatte: racconta di avere appreso dal padre «l’interesse per il dolore delle foglie», un interesse che nel tempo si sarebbe trasformato nell’attenzione per il dolore degli uomini, come se tra la mano del floricoltore che si china verso una pianta malata e l’ascolto dello psicoanalista che si avvicina alla sofferenza di una persona corresse un filo invisibile, capace di attraversare gli anni senza spezzarsi.

In fondo Recalcati non ha ereditato il mestiere di suo padre, non ne ha ripetuto la vita e non è rimasto nelle serre della propria infanzia, eppure qualcosa di quel padre lo ha seguito molto più lontano di quanto avrebbe potuto fare una professione, perché le eredità più profonde raramente consistono nella ripetizione di ciò che abbiamo ricevuto, mentre sopravvivono piuttosto in un gesto, in uno sguardo, in una maniera di prestare attenzione al mondo che ciascuno, diventando adulto, trasforma fino a renderla propria.

Il padre coltivava le piante e il figlio avrebbe incontrato gli uomini; il padre riconosceva la sofferenza in una foglia che cambiava colore, in una fioritura che tardava, in una crescita che improvvisamente si arrestava, mentre il figlio avrebbe imparato a riconoscerla nelle parole, nei silenzi, nei sintomi, nelle paure e nelle ferite che attraversano l’esistenza, ma il gesto originario rimane sorprendentemente simile, perché tutto comincia dalla capacità di accorgersi che qualcosa o qualcuno soffre, anche quando quella sofferenza non possiede ancora una voce capace di farsi ascoltare.

Chi ha vissuto accanto alle piante conosce, del resto, una verità elementare che talvolta dimentichiamo quando ci occupiamo degli esseri umani: la cura non coincide con il dominio, perché nessuno può ordinare a una pianta di guarire, imporle di crescere più rapidamente o pretendere che fiorisca nel momento stabilito da chi la coltiva; possiamo conoscere ciò di cui ha bisogno, darle acqua quando la terra è arida, proteggerla quando il clima diventa ostile, avvicinarla alla luce oppure sottrarla a una luce eccessiva, riconoscere una malattia e intervenire quando è necessario, ma arriva sempre un momento nel quale la mano deve fermarsi e lasciare che sia la vita stessa, se ancora ne possiede la forza, a trovare la propria strada.

Forse anche la cura degli esseri umani dovrebbe custodire qualcosa di questa antica sapienza, perché prendersi cura di una persona fragile non significa ricondurla alla nostra idea di normalità, sostituirci alla sua volontà o proteggerla fino a sottrarle ogni rischio, ma significa costruire intorno alla sua esistenza quelle condizioni di relazione, fiducia e riconoscimento nelle quali possa tornare a manifestarsi qualcosa che le appartiene e che nessun terapeuta, nessuna famiglia e nessuna istituzione può produrre al suo posto.

Recalcati racconta poi che, dopo essere cresciuto tra i fiori e le piante, è cresciuto tra i libri e confessa di avere sempre trattato i propri libri come suo padre trattava le piante, con quella medesima cura, quasi che la biblioteca fosse diventata nel tempo la serra del figlio e che il passaggio dalla floricoltura alla psicoanalisi, anziché segnare l’abbandono del mondo paterno, ne rappresentasse una trasformazione segreta e fedelissima, perché erano cambiati gli oggetti della cura, ma non la qualità dello sguardo con il quale aveva imparato ad avvicinarsi alle cose vive.

Nel ricordo dei fiori, tuttavia, compare anche un’immagine meno rassicurante e proprio per questo più vera, perché Recalcati racconta di avere sempre riconosciuto nei fiori recisi qualcosa che avrebbe poi incontrato negli esseri umani, vedendovi insieme la bellezza, lo splendore e la luce della vita e, nello stesso tempo, l’inesorabilità del loro appassire, fino a ricordare senza alcuna indulgenza l’odore dell’acqua che lentamente si corrompe nei vasi e il destino di quei fiori che, dopo essere stati contemplati per la loro bellezza, tornano infine alla materia dalla quale provengono.

È precisamente in questa compresenza, nella quale la bellezza non cancella la fine e la fine non rende meno vera la bellezza, che si comprende la forza di quella formula secondo la quale i fiori, come gli esseri umani, sono fatti «di luce e di polvere», perché la nostra dignità non deriva dall’essere invulnerabili, autosufficienti o destinati a durare, ma dalla possibilità di conoscere lo splendore pur essendo creature esposte alla perdita, alla malattia, alla dipendenza, al tempo che passa e, infine, alla morte.

La nostra società sembra invece avere costruito una parte considerevole della propria rappresentazione dell’essere umano sull’illusione dell’efficienza, della prestazione, dell’autonomia, della giovinezza e del successo, finendo per confinare la malattia, la disabilità e il disagio psichico in territori separati, quasi appartenessero a un’umanità diversa, mentre proprio l’esperienza della fragilità dovrebbe ricordarci che non esistono da una parte i forti e dall’altra i fragili, ma esseri umani nei quali la medesima vulnerabilità diventa, nei diversi momenti dell’esistenza, più o meno visibile.

Quando incontriamo una persona attraversata dalla sofferenza psichica, dunque, non abbiamo davanti un essere umano diminuito rispetto a noi, ma qualcuno nel quale affiora con maggiore evidenza quella precarietà che appartiene a ciascuno e che abitualmente riusciamo a nascondere dietro il lavoro, i ruoli sociali, le consuetudini, gli affetti e la rassicurante convinzione di poter governare la nostra esistenza, mentre basta talvolta un avvenimento inatteso perché quella distanza immaginaria tra la fragilità degli altri e la nostra improvvisamente scompaia.

È una consapevolezza che AFADIPSI ha maturato nel tempo, attraverso le persone e le famiglie incontrate, attraverso le speranze e le ricadute, attraverso giornate nelle quali un piccolo cambiamento sembrava aprire una possibilità e altre nelle quali ciò che era stato pazientemente conquistato sembrava perdersi, imparando che dietro una diagnosi continua a esserci una biografia, dietro un comportamento apparentemente incomprensibile può nascondersi una domanda che non ha ancora trovato le proprie parole e dietro ogni condizione di fragilità rimane una persona che nessuna definizione clinica potrà mai raccontare interamente.

Abbiamo imparato anche che il tempo della cura raramente coincide con il tempo delle istituzioni, perché le istituzioni hanno comprensibilmente bisogno di prestazioni, procedure, obiettivi e risultati misurabili, mentre il tempo di una persona assomiglia molto di più al tempo di una pianta, nella quale possono esistere stagioni apparentemente immobili durante le quali, sotto la superficie, qualcosa continua silenziosamente a prepararsi senza che noi siamo ancora in grado di vederlo.

Per questo un laboratorio, un orto coltivato insieme, il teatro, il movimento, il disegno, una conversazione o semplicemente la possibilità di ritrovare volti conosciuti non sono spazi marginali lasciati liberi dalla terapia, ma possono diventare luoghi nei quali una persona ricomincia lentamente a sperimentare ciò che la sofferenza e l’isolamento avevano progressivamente consumato, vale a dire il sentimento elementare e preziosissimo di avere ancora un posto nel mondo degli altri.

A questa immagine del dolore delle foglie Recalcati ne accosta, ne La luce delle stelle morte, un’altra che sembra provenire da una distanza infinita e che tuttavia parla della stessa cosa, ricordandoci che esistono stelle la cui luce continua a viaggiare nell’universo e a raggiungere il nostro sguardo quando la stella dalla quale quella luce è partita non esiste più, sicché ciò che è finito può continuare misteriosamente ad agire nel presente senza che sia necessario negarne la perdita.

Il padre che osservava le piante malate continua allora, molti anni dopo, nello psicoanalista che ascolta il dolore degli uomini; la serra continua nella biblioteca, la cura di una foglia continua nell’attenzione per una parola, un sintomo, un silenzio, e ciò che sembrava appartenere definitivamente al passato ritorna non come nostalgia, ma come eredità trasformata, dimostrando che alcune delle cose decisive che riceviamo dagli altri sopravvivono proprio perché non tentiamo di conservarle intatte, ma permettiamo loro di diventare altro dentro di noi.

Forse accade qualcosa di simile anche nella storia di un’associazione come AFADIPSI, dove gli anni passano, le persone cambiano, alcuni volti scompaiono e altri arrivano, le istituzioni mutano linguaggi e organizzazioni e molto di ciò che abbiamo fatto sembra inevitabilmente consegnato al passato, mentre continua invece a vivere nella memoria di una famiglia che per qualche ora non si è sentita sola, nella dignità restituita a una persona che era stata guardata soltanto attraverso la propria diagnosi, nella fiducia ricostruita lentamente o nel ricordo di qualcuno che, durante un momento difficile della propria esistenza, ha trovato una porta aperta e qualcuno disposto ad aspettarlo senza pretendere che diventasse immediatamente diverso da ciò che era.

Sono anche queste, forse, le nostre stelle lontane, luci delle quali non conosceremo mai interamente il viaggio e che tuttavia continuano a propagarsi molto oltre il momento nel quale abbiamo compiuto il gesto che le ha generate, ricordandoci che nella cura esistono conseguenze che nessuna statistica riuscirà a registrare interamente e che nessuna rendicontazione potrà misurare fino in fondo.

Per questo il compito di AFADIPSI non può essere quello di promettere l’abolizione della sofferenza, perché sarebbe una promessa che nessuno può mantenere, e non può nemmeno consistere nel proteggere le persone dalla vita fino a sottrarre loro la possibilità di viverla, ma dovrebbe continuare a essere quello, molto più discreto e molto più esigente, che Recalcati sembra avere ricevuto da suo padre quando ancora viveva tra le serre: imparare ad accorgerci del dolore delle foglie, avvicinarci senza spezzarle, possedere abbastanza competenza per comprendere quando intervenire e abbastanza rispetto per sapere quando attendere, continuando a riconoscere, anche quando la sofferenza sembra occupare tutto lo spazio, quella parte di una persona che nessuna diagnosi è autorizzata a cancellare.

Perché tra la luce nella quale un fiore si apre e la polvere alla quale un giorno ritornerà si distende quel tempo fragile, irripetibile e misterioso che chiamiamo vita, e forse prendersi cura significa proprio questo: non pretendere di sottrarre il fiore al suo destino, ma fare in modo che, finché gli sarà dato, possa avere la sua parte di luce.

Paolo Callari
Presidente AFADIPSI APS

Indirizzo

Via Luigi Maria Monti 24
Syracuse
96100

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