23/09/2026
La misura del restare
La sera entrava nello studio con una lentezza quasi materiale, come se fosse rimasta per ore dietro i vetri ad aspettare che le voci si ritirassero una dopo l’altra, e allora le carte sulla scrivania, il telefono capovolto, la tazza ormai fredda accanto a una cartellina, la giacca appesa allo schienale e perfino il rumore lontano della strada sembravano cambiare consistenza, perdere il loro compito, smettere di appartenere alla giornata appena trascorsa e diventare soltanto cose, oggetti immobili dentro una stanza che per qualche minuto non chiedeva più nulla.
Paolo non si alzava subito, perché tra il momento in cui gli altri se ne andavano e quello in cui riusciva a tornare interamente a sé esisteva sempre un intervallo difficile da nominare, una specie di sospensione in cui sentiva di avere lasciato qualcosa di sé in troppi luoghi diversi, in una telefonata fatta per qualcuno, in una decisione presa mentre un altro esitava, in una preoccupazione che non gli apparteneva del tutto, nel volto di una persona che aveva chiesto aiuto senza pronunciare quella parola, e adesso doveva aspettare che quelle parti rientrassero, una alla volta, senza sapere bene se sarebbero tornate tutte o se qualcuna, come accade con certe cose che si prestano per troppo tempo, avesse finito per dimenticare la strada di casa.
Da anni succedeva così, forse da sempre, che una cosa lasciata a metà da qualcun altro finisse lentamente per avvicinarsi a lui, una pratica, un problema familiare, una questione che nessuno voleva affrontare, una telefonata rimandata troppo a lungo, e senza che vi fosse mai stato un momento preciso in cui avesse scelto quella parte, aveva finito per abitarla con tale naturalezza da non distinguere più ciò che davvero gli spettava da ciò che raccoglieva soltanto perché non sopportava di vederlo cadere.
Per molto tempo aveva chiamato tutto questo responsabilità e la parola gli era bastata, perché certe parole, quando ci accompagnano abbastanza a lungo, diventano solide come i mobili di casa e smettiamo di domandarci se siano ancora al posto giusto, ma da qualche anno aveva cominciato a sentirne il peso in modo diverso, meno limpido, e soprattutto aveva iniziato a chiedersi quanto della propria disponibilità verso gli altri nascesse davvero dalla cura e quanto invece da qualcosa di più oscuro, da quel fastidio quasi fisico che provava davanti a ciò che restava incompiuto, irrisolto, fuori controllo.
La domanda gli era sgradevole proprio perché non poteva liquidarla facilmente, e quando gli capitava di riconoscere in sé quella disposizione quasi automatica a intervenire, a prendere in mano, a dire in sostanza che ci avrebbe pensato lui, provava insieme una specie di fierezza antica e un disagio nuovo, come se una qualità che aveva sempre considerato parte della propria struttura gli mostrasse improvvisamente un rovescio che non aveva voluto vedere.
Non era soltanto il desiderio di aiutare, questo almeno aveva dovuto ammetterlo, perché dentro quella disponibilità c’era anche il bisogno di essere necessario, di sapere che la propria presenza modificava davvero il corso delle cose, che senza di lui almeno una parte del mondo sarebbe rimasta un po’ più disordinata, e questa idea, una volta comparsa, aveva continuato a seguirlo con la testardaggine delle verità che arrivano tardi.
Gli era costato tempo capire che alcune forme di generosità non diventano innocenti soltanto perché nascono da buone intenzioni, e che si può voler bene a qualcuno fino al punto di desiderare per lui una vita diversa da quella che ha scelto, convincendosi quasi senza accorgersene che proteggerlo significhi evitargli la possibilità stessa dell’errore, mentre forse proprio l’errore, quella caduta che si vorrebbe impedire con tutte le proprie forze, è una delle poche cose che nessuno può vivere al posto di un altro.
Fu pensando a questo che gli vennero in mente i figli, non come un ragionamento ma come accade con certe immagini che compaiono improvvisamente mentre si pensa ad altro, e per qualche secondo vide soltanto due vite che avevano camminato accanto alla sua e che a un certo punto avevano cominciato, com’era giusto, ad allontanarsi verso direzioni che lui poteva accompagnare soltanto fino a una certa soglia.
Avrebbe voluto dire a se stesso che lo aveva sempre saputo, che aveva sempre compreso la differenza tra proteggere e trattenere, ma non era vero, o non lo era abbastanza, perché un padre può conoscere perfettamente il principio della libertà e poi scoprire che la libertà di un figlio, quando prende una forma che non aveva previsto, può ferire quasi quanto la sua sofferenza.
Rimase qualche minuto a guardare il telefono senza toccarlo, poi lo girò lentamente verso di sé e vide i messaggi accumulati sullo schermo, nomi conosciuti, piccole urgenze, questioni che probabilmente il giorno dopo gli sarebbero sembrate importanti, e sentì il vecchio gesto prepararsi nelle dita, quello con cui da anni apriva, rispondeva, sistemava, prendeva posizione, ma questa volta lasciò che la mano restasse ferma.
Fuori la città aveva acceso le prime luci e sul vetro la sua figura si sovrapponeva al buio della strada, tanto che per un momento gli parve di guardare un uomo che conosceva bene e insieme da troppo tempo, uno di quegli uomini che hanno imparato a entrare nelle situazioni prima ancora di capire se sia davvero necessario farlo e che poi, con gli anni, devono apprendere il movimento opposto, quello assai meno naturale del restare fermi mentre qualcosa accade senza di loro.
Non pensava di essere diventato più saggio, perché la saggezza gli era sempre sembrata una parola troppo pulita per contenere ciò che realmente accade a una persona, e semmai riconosceva in sé una minore disponibilità verso le giustificazioni, soprattutto quelle eleganti, perché sapeva di avere insistito quando sarebbe stato meglio arretrare, di avere preso su di sé responsabilità che appartenevano anche ad altri e di avere talvolta scambiato la propria capacità di reggere per il diritto di decidere quanto peso spettasse a ciascuno.
Questa consapevolezza non gli dava pace e nemmeno colpa, gli dava qualcosa di più scomodo, una misura diversa di sé, meno eroica e forse per questo più vera, e gli faceva pensare che una vita non proceda per assoluzioni o condanne ma attraverso correzioni quasi invisibili, piccoli spostamenti che all’inizio sembrano insignificanti e che soltanto molto tempo dopo mostrano di avere cambiato la direzione.
La stanza intanto si era fatta quasi buia e per qualche secondo Paolo rimase seduto senza accendere la luce, mentre gli oggetti scomparivano lentamente uno dopo l’altro e il vetro restituiva soltanto il contorno del suo corpo, più incerto di quanto fosse apparso durante il giorno, e in quella figura appena visibile riconobbe qualcosa che non seppe nominare subito, forse la stanchezza di chi ha retto troppo, forse il sollievo di chi comincia finalmente a capire che non tutto deve essere retto.
Quando si alzò, prese la giacca e infilò il telefono in tasca senza aprire i messaggi, poi rimase con la mano sulla maniglia, non per esitazione ma perché gli sembrò stranamente possibile lasciare alcune cose dove si trovavano, permettere che restassero incompiute fino al giorno dopo, accettare che il mondo continuasse per qualche ora senza il suo intervento e che questo non significasse né abbandono né indifferenza.
Spense la luce e uscì, e mentre la porta si richiudeva alle sue spalle sentì con chiarezza soltanto una cosa, non ancora abbastanza ordinata da diventare un pensiero, che forse si può restare vicini a qualcuno anche senza trattenerlo, e che talvolta la forma più difficile dell’amore consiste proprio nel resistere al desiderio di impedire all’altro di andare dove deve andare.
Paolo Callari