Afadipsi

Afadipsi Ci occupiamo delle famiglie e
dei soggetti con disagio psichico

26/05/2026

Se la misericordia, nella sua radice biblica più profonda, ci riconduce al termine ebraico raḥamim (רַחֲמִים), che deriva da reḥem (רֶחֶם), parola che significa grembo materno, utero, allora comprendiamo che non siamo davanti a una semplice esortazione morale alla compassione, ma a un’immagine originaria della cura come custodia viscerale della fragilità, come quella presenza silenziosa e generativa che non respinge il dolore ma lo accoglie senza giudicarlo; e così il dolore psichico, la malattia del bambino, l’angoscia muta delle famiglie, cessano di essere problemi da amministrare e tornano ad essere misteri umani da accompagnare con delicatezza, ascolto e fedeltà, perché forse il senso più alto del nostro essere comunità consiste proprio nell’impedire che qualcuno debba attraversare la sofferenza nella solitudine.
Paolo

25/05/2026
24/05/2026

Questa sera, all’Urban Center di Siracusa, nella XXV Giornata del Sollievo, non si è semplicemente preso parte a un evento pubblico, ma si è vissuta una di quelle rare esperienze nelle quali una comunità smette, anche solo per qualche ora, di essere una somma di sigle, ruoli, professioni e appartenenze, e torna a riconoscersi come corpo vivo, come trama umana, come luogo nel quale la fragilità non viene osservata da lontano ma abitata insieme.

Il merito dell’avvio di questo percorso va certamente a Giovanni Moruzzi, che ha avuto l’intelligenza e la sensibilità di non partire dai programmi o dai rituali istituzionali, ma dalle parole, cioè da ciò che fonda il nostro stesso modo di pensare il mondo, soffermandosi con finezza sull’origine e sul significato di termini come cura, ospitalità, ospite, ricordandoci implicitamente che non esiste cura autentica se non laddove qualcuno decide di fare spazio all’altro non soltanto in un luogo fisico, ma dentro il proprio orizzonte umano, accettando che quella presenza modifichi qualcosa di sé.

Poi hanno parlato le associazioni, dieci realtà differenti per storia, linguaggio, missione e sensibilità, tra cui AFADIPSI, e in quella pluralità è accaduto qualcosa di importante, perché senza enfasi artificiale si è resa visibile una verità semplice e spesso dimenticata, e cioè che il prendersi cura non appartiene a nessuno in esclusiva, non è monopolio di una professione, non è delegabile a una sola istituzione, ma è un gesto collettivo che prende forma soltanto quando competenze, umanità e disponibilità reciproca accettano di stare in relazione.

Giusy Digangi, con misura e intelligenza relazionale, ha saputo tenere questo filo senza trasformare il confronto in una successione di testimonianze autoreferenziali, ma costruendo un vero spazio di ascolto, una tessitura autentica, ed è proprio questa parola, tessitura, che forse meglio racconta il senso della serata, perché oggi non serviva rivendicare nulla, non serviva delimitare territori identitari, non serviva dire chi fa di più o chi c’era prima, ma comprendere che davanti alla sofferenza umana ogni frammentazione è una forma di sconfitta.

La presenza dei clown di corsia, dei volontari ospedalieri AVO, di operatori, associazioni, cittadini, e di persone provenienti da percorsi differenti, tra cui anche il collega Giuseppe Costa Gingolph, ha dato concretezza a questa percezione, facendo emergere con forza una consapevolezza che troppo spesso resta astratta, e cioè che la solitudine non è semplicemente uno stato d’animo, ma una condizione corrosiva che consuma dignità, energie, speranza e talvolta persino identità.

Nel mio intervento, come presidente di AFADIPSI, ho scelto di condividere non una teoria ma una verità vissuta, e cioè che raccogliere il testimone da una figura come la dottoressa Carmela Carbonaro, medico psichiatra e primario, significa avvertire immediatamente il peso della responsabilità e insieme quella particolare solitudine che probabilmente ogni presidente di associazione conosce, soprattutto nei contesti territoriali piccoli, dove le risorse sono limitate, i bisogni enormi e le attese spesso sproporzionate rispetto alle forze disponibili.

Ma proprio lì si misura la verità di una scelta.

Perché esiste un momento in cui si può arretrare, proteggersi, limitarsi all’ordinaria amministrazione, oppure decidere di attingere con onestà a tutto ciò che si possiede, energie, tempo, lucidità, relazioni, esperienza, per restituire alla comunità il meglio possibile.

Questa sera ho avuto la conferma che quella scelta ha senso.

Perché nessuna associazione salva da sola nessuno.

Nessun presidente, nessun volontario, nessun professionista, nessuna famiglia può bastare a sé stessa davanti alla complessità della sofferenza umana.

Solo una comunità che accetta di riconoscersi reciprocamente può contrastare davvero l’isolamento.

Ed è forse questo il significato più profondo del sollievo: non l’assenza del dolore, ma la scoperta che il dolore cambia natura quando smette di essere portato in solitudine.

Il vero lusso per me? Riuscirmi a ritagliare questi momenti❤️Grazie alla professionale ed accogliente Nancy Russo 🙏
19/05/2026

Il vero lusso per me? Riuscirmi a ritagliare questi momenti❤️

Grazie alla professionale ed accogliente Nancy Russo 🙏

19/05/2026

LA MADONNA DELL’ORTO
Custodire la fragilità

Ci sono esperienze umane che sembrano nascere molto prima delle parole chiamate a descriverle, quasi che la vita, nel suo silenzioso apprendistato del dolore e della cura, conosca già ciò che la riflessione scientifica arriverà a nominare soltanto più tardi, ed è questo il pensiero che affiora osservando ciò che AFADIPSI, a Siracusa, sta cercando di costruire con La Madonna dell’Orto, perché ciò che a uno sguardo frettoloso potrebbe apparire semplicemente come un orto, uno spazio condiviso, un luogo di attività comuni, è in realtà qualcosa di molto più delicato e molto più profondo, un tentativo di restituire presenza, dignità e appartenenza a persone che la sofferenza psichica espone troppo spesso a un esilio silenzioso, che non ha cancelli né muri visibili, ma che può essere non meno doloroso di qualsiasi segregazione materiale.

La sofferenza mentale ha infatti una natura particolare, perché non sempre si mostra, non sempre consegna segnali che il mondo sappia riconoscere senza esitazione, e proprio questa sua discrezione, questa sua invisibilità talvolta crudele, può rendere ancora più difficile l’incontro con chi ne è attraversato, perché ciò che non appare rischia di essere frainteso, banalizzato o lasciato solo, mentre dentro una persona possono incrinarsi lentamente il rapporto con sé stessa, la fiducia nel tempo, il desiderio di incontrare gli altri, perfino il sentimento di appartenere ancora alla comunità degli esseri umani.

È forse qui che si colloca il significato più autentico del lavoro di AFADIPSI, perché chi conosce la sofferenza psichica attraverso la vita concreta delle famiglie sa che il dolore non si esaurisce nella diagnosi e non coincide mai con la persona, sa che vi è sempre una distanza infinita tra una definizione clinica e la complessità irripetibile di un volto, di una storia, di una fragilità che continua a chiedere ascolto, e sa anche che una delle forme più amare della malattia è quella che lentamente isola, separa, allontana, fino a fare della solitudine una seconda ferita.

Per questa ragione La Madonna dell’Orto non è una semplice attività ricreativa, e forse definirla così significherebbe non comprenderne davvero l’anima, perché coltivare la terra significa attendere, prendersi cura, rispettare i tempi lenti della crescita, condividere gesti semplici che restituiscono ordine interiore e senso del tempo, e in tutto questo vi è qualcosa che riconduce con discrezione una persona verso sé stessa, verso il proprio corpo, verso gli altri, verso quella percezione di utilità e di presenza che la sofferenza psichica spesso ferisce profondamente.

La riflessione contemporanea più sensibile sulla salute mentale ha progressivamente compreso ciò che molte famiglie avevano intuito molto prima, e cioè che la sofferenza psichica non può essere letta soltanto come un evento biologico o farmacologico, perché l’essere umano vive dentro relazioni, memorie, linguaggi, affetti e ferite condivise, ed è in questa prospettiva che il lavoro di Jaakko Seikkula e l’esperienza del Dialogo Aperto hanno offerto una indicazione preziosa, non come formula salvifica, ma come richiamo a una evidenza umana, quando una persona entra in crisi non sempre la risposta più giusta consiste nel separarla dal suo mondo, ma nel creare ascolto intorno a lei, chiamando alla parola la famiglia, gli operatori, le presenze significative, lasciando che il dolore possa essere attraversato senza la fretta di ridurlo immediatamente a una formula chiusa.

In questa stessa direzione si colloca l’esperienza dell’auto mutuo aiuto, che custodisce una verità umana di grande semplicità e di grande profondità, perché vi sono sofferenze che diventano meno oscure quando incontrano qualcuno che le riconosce non per teoria ma per esperienza vissuta, e vi è qualcosa di profondamente terapeutico nel comprendere che ciò che si sta attraversando non è una colpa, non è una vergogna, non è un fallimento morale, ma una condizione umana che può essere condivisa senza umiliazione.

E nella stessa costellazione di pensiero si muove il paradigma delle comunità compassionevoli, che ci ricorda qualcosa che troppo facilmente dimentichiamo, la salute non è soltanto una questione sanitaria, ma una responsabilità umana e collettiva, perché nessuna cura può sostituire interamente il senso di appartenenza, nessun farmaco può generare da solo la continuità di una relazione affidabile, nessuna istituzione, per quanto necessaria, può da sola colmare il vuoto lasciato da una comunità che si ritira.

Forse, allora, il senso più semplice e più vero di tutto questo può essere consegnato a una sola frase, non basta curare la malattia, bisogna impedire che la persona venga espulsa dalla comunità, perché vi è una sofferenza che nasce dal dolore stesso, e ve n’è un’altra, talvolta ancora più crudele, che nasce dall’essere lasciati soli dentro quel dolore.

Se AFADIPSI, con i suoi medici, i suoi psicologi, i volontari, il teatro, il movimento, l’ascolto reciproco, l’orto condiviso, i gruppi di auto mutuo aiuto, riesce anche soltanto in parte a contrastare questo esilio silenzioso, allora non sta semplicemente organizzando attività associative, ma sta custodendo una idea di civiltà, quella secondo cui ogni persona fragile continua a essere, integralmente, una persona umana, e ogni famiglia che non viene lasciata sola rende più umano il volto stesso della comunità.

E dentro questa trama esiste anche una parola che appartiene alla buona etica pubblica, accountability, cioè la responsabilità di rispondere concretamente delle proprie scelte, perché prendersi cura non significa soltanto avere buone intenzioni, ma assumersi il dovere morale e civile di esserci davvero, con continuità, coerenza e affidabilità verso le persone più fragili.

Paolo Callari
Presidente AFADIPSI APS
Siracusa

19/05/2026
18/05/2026

La sofferenza mentale invisibile

Di fronte ai fatti di Modena, il primo dovere dovrebbe essere il silenzio del pensiero, perché ci sono dolori che non possono essere attraversati con la fretta dei giudizi, né con quella illusione retrospettiva che ci fa credere che tutto fosse riconoscibile, tutto prevedibile, tutto evitabile.

La sofferenza mentale ha una natura appartata e talvolta insondabile. Non ha quasi mai i segni evidenti delle malattie del corpo. Non ha febbre, non ha ferite visibili, non ha quei linguaggi che rassicurano chi osserva dall’esterno. Può abitare uno sguardo apparentemente quieto, una parola interrotta, un silenzio che nessuno ha saputo ascoltare davvero.

Chi attraversa il dolore psichico non smette di essere una persona. Continua ad avere memoria, paura, desiderio di essere compreso, bisogno di non essere lasciato solo. Ed è forse questa la verità più delicata e più esigente da custodire.

I luoghi della salute mentale dovrebbero nascere da questa consapevolezza: essere luoghi di ascolto, di continuità, di presenza umana, prima ancora che di cura tecnica. Perché la sofferenza dell’anima non sempre chiede immediatamente una risposta farmacologica; chiede, anzitutto, una relazione che non umili, una presenza che non fugga.

Il manicomio non coincide necessariamente con muri chiusi o cancelli. Può rinascere, in forme più sottili, ogni volta che una persona viene ridotta alla sua diagnosi, alla sua crisi, al suo disturbo, e non più riconosciuta nella sua irripetibile umanità.

Di fronte a tragedie come questa, forse, più che cercare spiegazioni immediate, dovremmo interrogarci con maggiore umiltà su quanto sappiamo ancora ascoltare il dolore invisibile.

Paolo Callari

https://www.siracusaoggi.it/de-luca-m5sapprovata-legge-su-disabilita-psichica-e-lavoro/?fbclid=IwY2xjawRxDAxleHRuA2FlbQI...
13/05/2026

https://www.siracusaoggi.it/de-luca-m5sapprovata-legge-su-disabilita-psichica-e-lavoro/?fbclid=IwY2xjawRxDAxleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEeoMeq7ldsQh1KjNTakb6IMKKEU2XGBwFDjiO4hPgLldjOM

"Una tappa importante, anche se il cammino per l'inserimento lavorativo dei disabili psichici è ancora lungo". Lo afferma il capogruppo del M5S all'Ars Antonio De Luca a commento del sì di Sala d'Ercole al proprio emendamento che ha riscritto l'articolo 1 del ddl stralcio in discussione oggi all'A...

Indirizzo

Via Luigi Maria Monti 24
Syracuse
96100

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Afadipsi pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Condividi