Assopace Palestina

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Assopace Palestina L'Associazione si fa promotrice di progetti politici e culturali volti alla realizzazione del disarmo, alla soluzione dei conflitti esistenti nel mondo.

L'Associazione si fa promotrice di progetti politici e culturali volti alla realizzazione del disarmo, alla soluzione dei conflitti esistenti nel mondo, alla risoluzione dello squilibrio tra paesi ricchi e paesi poveri. Al rispetto e alla promozione dei diritti umani e delle libertà dei popoli e delle donne, alla pratica della nonviolenza e all'affermazione di una nuova idea di rapporto con il pianeta che ponga fine alla violenza fra le persone e sulla natura. L'Associazione si fa promotrice di progetti e iniziative che mirino al superamento di ogni forma di esclusione e discriminazione basata su motivi di razza, sesso, opinioni politiche, credo religioso o appartenenza ad un determinato gruppo etnico, sociale o culturale. In particolare l'Associazione si impegna a contrastare ogni forma di razzismo e a favorire la costruzione di una società multiculturale basata sull'accettazione delle differenze e la valorizzazione delle diversità. L'Associazione opera in maniera specifica con prestazioni non occasionali ed ha per scopo l'elaborazione, promozione, realizzazione di progetti di solidarietà sociale, culturale ed artistica tra cui l'attuazione di iniziative Socio educative e culturali con particolare attenzione al popolo palestinese. Lo spirito e la prassi dell'Associazione trovano origine nel rispetto dei principi della Costituzione Italiana che
hanno ispirato l'Associazione stessa e si fondano sul pieno rispetto della dimensione umana, culturale e spirituale della persona.

17/10/2026

L’aggressione subita dagli esponenti dell’ANPI (Associazione nazionale partigiani italiani) in occasione delle celebrazioni di venerdì 16 ottobre scorso, per ricordare il rastrellamento del Ghetto e la deportazione degli Ebrei romani avvenuta il 16 ottobre 1943 – rimasta sul piano verbale solo per l’intervento delle forze dell’ordine – rappresenta lo sbocco naturale del posizionamento politico della comunità ebraica romana, da tempo completamente allineata ai governi di destra e di estrema destra israeliani. Rispetto agli episodi precedenti, tuttavia, i fatti del 16 ottobre 2026 rappresentano un salto di qualità impossibile da ignorare.

Link nei commenti.

Germano Monti Associazione Nazionale Partigiani d'Italia - ANPI

Coloni israeliani mascherati hanno attaccato un corteo di diplomatici francesi, belgi e polacchi nei pressi del villaggi...
17/10/2026

Coloni israeliani mascherati hanno attaccato un corteo di diplomatici francesi, belgi e polacchi nei pressi del villaggio palestinese di Taybeh, vicino a Ramallah, durante una visita legata alla raccolta delle olive. Alcuni coloni, a bordo di veicoli fuoristrada, hanno circondato le auto, chiesto i documenti d'identità, minacciato i presenti e infranto a sassate il finestrino di un'auto del consolato belga. Tra le persone coinvolte figurera anche Bernard Baudoux, sindaco della città francese di Aulnoye-Aymeries

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17/10/2026
Mario Di Vito, Flotilla, altri dodici indagati. Con Ben Gvir c’è anche Katz, Il Manifesto, 17 ottobre 2026ASSALTO AL BUI...
17/10/2026

Mario Di Vito, Flotilla, altri dodici indagati. Con Ben Gvir c’è anche Katz, Il Manifesto, 17 ottobre 2026

ASSALTO AL BUIO L'inchiesta della procura di Roma. Identificati undici ufficiali. I pm: «Trattamenti degradanti». Il nodo della cooperazione giudiziaria

L’inchiesta della procura di Roma sugli attacchi israeliani alla Global Sumud Flotilla fa un deciso passo avanti con l’iscrizione di dodici nuovi nomi nel registro degli indagati per tortura, sequestro di persona, lesioni personali, rapina e danneggiamento seguito da naufragio. Il più pesante nei due fascicoli distinti – uno per i fatti dell’ottobre 2025 e uno per quelli dello scorso maggio – è quello del ministro della difesa di Tel Aviv Israel Katz, che si va ad aggiungere al suo collega Itamar Ben Gvir, iscritto dopo il famoso video in cui rivendicava i maltrattamenti agli attivisti nel porto di Ashdod, dove erano appena stati deportati.
LE ALTRE POSIZIONI al vaglio dei pm Stefano Opilio e Lucia Lotti sono tutte di appartenenti all’esercito e alla marina israeliane. Per quanto riguarda la missione di un anno fa della Sumud sono indagati: il capo di stato maggiore dell’Idf Eyal Zamir, il vice ammiraglio David Saar Salama, il capo di stato maggiore Tal Politis, il comandante dello Shayetet 13 (gli incursori che hanno effettuato il blitz a bordo delle imbarcazioni) Eldad Borochovic e il comandante della base navale di Ashdod Eitan Paz.
La catena di comando militare per le operazioni di terra è invece risultata composta dal capo della polizia israeliana Daniel Levy, dal capo del servizio penitenziario Kobi Yaakobi, dal responsabile della polizia penitenziaria del carcere di Ketziot Menachen Bibas, dal comandante della Nahshon (l’unità di scorta del servizio penitenziario) Assaf Zagori e dal comandante del Magav (il corpo di guardia di frontiera) Berik Yitzchak. Per l’attacco di maggio, la procura è riuscita a identificare due anelli della catena di comando: il vice ammiraglio Eyal Harel e il capo di stato maggiore Guy Levy. L’identificazione è stata possibile grazie al coordinamento tra inquirenti di undici paesi europei, che un mese fa si sono visti all’Eurojust, a L’Aia, per condividere le informazioni.
LE INDAGINI svolte in Italia dal reparto antiterrorismo dei carabinieri del Ros hanno ricostruito con precisione la sequela di abusi subiti dai 50 cittadini italiani coinvolti. Gli abbordaggi navali, per la procura, sono «avvenuti in violazione del diritto internazionale marittimo al di fuori delle acque territoriali» con tanto di «distruzione dei mezzi di comunicazione streaming e delle relative apparecchiature» e di «sequestro dei dispositivi elettronici dei partecipanti alla missione». Per quanto riguarda la detenzione e i «trattamenti degradati», nel «quadro degli abusi sistematicamente patiti» dagli attivisti, sono state accertate «percosse, lesioni, minacce di morte, epiteti offensivi ed accuse di terrorismo».
Sul piano delle privazioni primarie, chi indaga sottolinea «il reiterato diniego di somministrazione di generi alimentari essenziali, la deliberata assenza di cure mediche, anche a fronte di evidenti necessità fisiche ed emergenze» e «la privazione del sonno inflitta ai partecipanti detenuti a Ketziot». Infine si fa presente «la totale assenza di adeguata assistenza legale, unita all’impossibilità di comunicare tempestivamente con le rappresentanze diplomatiche o con i difensori durante l’intero periodo del fermo». Questo soltanto per quanto riguarda la missione di ottobre. Per quella di maggio il quadro sarebbe anche peggiore. Le violenze infatti si sono ripetute «con metodi ancora più duri tra i quali percosse al buio, uso di taser, esplosione di proiettili di gomma nei confronti dei partecipanti».
IL NODO RESTA la procedibilità delle accuse: a giugno i pm romani hanno avanzato ai loro colleghi di Tel Aviv una richiesta di assistenza giudiziaria «mirata ad acquisire tutti i dati necessari» a ricostruire i fatti i profili di responsabilità per il primo attacco alla Flotilla. Ad agosto gli inquirenti israeliani hanno fatto sapere di aver ricevuto il tutto ma ancora non hanno dato seguito ad alcunché. La rogatoria internazionale per il secondo attacco è in via di preparazione. Poi, come la precedente, verrà inoltrata al ministero della giustizia, che potrà inoltrarla, bloccarla per eventuali motivi di sicurezza nazionale o non fare niente. In quest’ultimo caso, gli atti verrebbero rispediti ai magistrati capitolini che potranno provvedere in autonomia all’inoltro diretto alle autorità straniere. È proprio così che ha fatto via Arenula lo scorso giugno.
«Ci auguriamo che le autorità nazionali facciano la loro parte nell’agevolare la richiesta di assistenza giudiziaria internazionale allo Stato di Israele affinché la giustizia possa davvero fare il suo corso», afferma in una nota il legal team dalla Flotilla. Interrogati sul punto, dal ministero della giustizia fanno sapere però che ogni discorso «è ancora prematuro».
https://ilmanifesto.it/flotilla-altri-dodici-indagati-con-ben-gvir-ce-anche-katz

Luciana Cimino, Insulti e minacce verso l’Anpi. Fadlum: «Giusto, provocava», Il Manifesto, 17 ottobre 2026DEPORTAZIONE D...
17/10/2026

Luciana Cimino, Insulti e minacce verso l’Anpi. Fadlum: «Giusto, provocava», Il Manifesto, 17 ottobre 2026

DEPORTAZIONE DEL GHETTO DI ROMA La Comunità ebraica di Roma, guidata da Victor Fadlum, ha fatto delle scelte peculiari sugli inviti alle celebrazioni del 16 ottobre, anniversario del rastrellamento. L’esclusione dell’Anpi, ritenuta «troppo politica» ha portato ad altre tensioni

Le celebrazioni del 16 ottobre, anniversario del rastrellamento del Ghetto di Roma si sono aperte e chiuse tra le polemiche. La Comunità ebraica di Roma, guidata da Victor Fadlum, ha fatto delle scelte peculiari sugli inviti. L’esclusione dell’Anpi, ritenuta «troppo politica» dalla cerimonia di ieri mattina al Portico d’Ottavia ha portato ad altre tensioni. «Bastardi antisemiti. Ve ne dovete andar», così è stata accolta la delegazione capitolina degli ex partigiani che aveva deciso di partecipare, come ogni anno, alla commemorazione. «Un’aggressione annunciata dalle grossolane dichiarazioni di Fadlun e verificatasi – denunciano gli ex partigiani – non ci siamo fatti intimidire dalla violenza che grazie alle forze dell’ordine è rimasta verbale». Senza successo la mediazione del dem Fassino, invitato come altri esponenti di centrodestra alla cerimonia con il sindaco Gualtieri.
Verso il termine l’Anpi ha lasciato la piazza, seguita da Aned (Associazione ex deportati), Fiap (Federazione associazioni partigiane) e quella delle vittime di guerra in segno di solidarietà. «Deploriamo questa violenta contestazione – hanno spiegato dall’Aned – Se Fadlun si sente più a suo agio non con chi ha combattuto i persecutori ma con forze politiche i cui gruppi giovanili inneggiano a Auschwitz, è un problema suo». Solidarietà all’Anpi anche da Avs mentre il primo cittadino ha espresso «rammarico».
«Non si va in casa d’altri durante un lutto senza essere ben accetti – la replica di Fadlum – quella dell’Anpi è stata una provocazion, giusto estrometterla». L’intenzione è quella di escludere gli ex partigiani anche da altri appuntamenti. «Le nostre posizioni sulla Shoah sono chiare. Netanyahu è altra cosa. Nella comunità guidata da Fadlun – ha detto l’Anpi – si manifesta da tempo una difficoltà a ripudiare la violenza e condotte democratiche. Continueremo a presenziare nei luoghi della Resistenza».
https://ilmanifesto.it/insulti-e-minacce-verso-lanpi-fadlum-giusto-provocava

Eliana Riva, Fuoco e pietre contro i contadini: i coloni incendiano la Cisgiordania, Il Manifesto, 17 ottobre 2026PALEST...
17/10/2026

Eliana Riva, Fuoco e pietre contro i contadini: i coloni incendiano la Cisgiordania, Il Manifesto, 17 ottobre 2026

PALESTINA A Gaza un nuovo avamposto al confine. La raccolta delle olive macchiata di sangue. Picchiata una giornalista del Washington Post

Spari, fuoco e pietre contro i palestinesi che tentano di raccogliere le olive sui propri terreni, una violenza cieca che travolge chiunque provi a difendere i coltivatori o testimoni quello che ormai ogni giorno accade, da nord a sud della Cisgiordania occupata. Ieri, nel villaggio di Abu Falah, a nord-ovest di Ramallah, sono arrivati a decine dal vicino insediamento, armati di pistole e bastoni, con il volto coperto e il cappuccio abbassato sulla testa. I palestinesi erano arrivati pochi minuti prima, accompagnati da attivisti e giornalisti internazionali.
LA RACCOLTA è stata concitata, in uno stato di angoscia per i possibili attacchi che, infine, sono giunti. Non è il primo anno che accade, ma non si erano mai visti i palestinesi muoversi con tali gesti frenetici e approssimativi, occhi rivolti di continuo verso le colline, in una corsa contro il tempo.
Solitamente, l’appuntamento della raccolta viene condiviso con tutta la famiglia, ma ieri ad Abu Falah donne e bambini sono rimasti a casa, perché i coloni non risparmiano nessuno. Neanche la stampa e a farne le spese, questa volta, è stata la fotogiornalista statunitense del Washington Post, Heidi Levine, di 63 anni, circondata e aggredita da un gruppo di israeliani mascherati che l’hanno picchiata senza sosta per diversi minuti. Levine ha raccontato da un letto di ospedale di essere stata spinta a terra e presa a calci: «Avevo il giubbotto e il caschetto antiproiettili, altrimenti forse ora non sarei stata qui, perché continuavano a darmi calci e calci, forse una cinquantina. Poi i colleghi palestinesi mi hanno soccorsa».
RICOVERATA A RAMALLAH, ha riportato una costola fratturata, numerose lacerazioni e una grave ferita a un dito che richiederà un intervento chirurgico. I coloni le hanno rubato l’attrezzatura e il telefono personale e hanno continuato a scagliare pietre contro i giornalisti e i palestinesi in fuga, utilizzando le fionde a corda, uno degli strumenti simbolo della resistenza palestinese durante le Intifada, in un’appropriazione sempre più evidente anche dell’immaginario e delle pratiche di lotta palestinesi.
Quando l’esercito israeliano è arrivato sul posto ha completamente ignorato i coloni e ha invece attaccato i residenti del villaggio e i giornalisti, contro cui ha lanciato gas lacrimogeni. Un uomo palestinese è stato colpito alle gambe dagli spari dei soldati, che hanno puntato i fucili contro i paramedici e i reporter. «Sono dei mostri – ha dichiarato Levine – Sono terroristi e sai cosa? Purtroppo, nessuno di loro sarà perseguito, ne sono sicura».
Il rastrellamento di Abu Falah è solo l’ultimo di centinaia di attacchi in pochi giorni, pogrom durante i quali gli israeliani hanno dato alle fiamme automobili, edifici e alberi. Nonostante le testimonianze dei giornalisti, delle persone presenti sul posto e i filmati diffusi, l’ufficio del premier Benyamin Netanyahu ha messo in dubbio la ricostruzione dell’aggressione, sostenendo che circa duecento palestinesi e «attivisti di sinistra» avrebbero affrontato una quarantina di coloni israeliani e che occorra ancora stabilire chi abbia dato inizio agli scontri. Sorvolando sul fatto che gli israeliani si trovassero armati e a volto coperto in un villaggio dell’area B, sotto controllo amministrativo dell’Autorità palestinese.
Per altro, gli attacchi di ieri non si sono limitati ad Abu Falah. A Turmus Ayya, nell’area di Ramallah, i coloni hanno incendiato tre automobili negli uliveti, mentre a Deir Jarir hanno ferito tre palestinesi impegnati nella raccolta.
Ad Abwein hanno sottratto le olive e due veicoli, costringendo gli agricoltori ad abbandonare i campi. Altri tre palestinesi sono rimasti feriti ad Asira al-Qibliya, a sud di Nablus, mentre a Deir Ballut, nell’area di Salfit, i soldati israeliani hanno intimato ai contadini aggrediti dai coloni di non tornare sui propri terreni.
MA I COLONI non si fermano alla Cisgiordania, e pretendono anche l’occupazione di Gaza. Ieri il gruppo Nachala, guidato dalla colona estremista Daniela Weiss, ha stabilito un insediamento ai confini con la Striscia. Nella notte tra giovedì e venerdì a decine sono entrati in un bosco a pochi passi da Gaza, montando tende e strutture con l’obiettivo dichiarato di fondare il primo degli insediamenti che intendono allargare all’intera Striscia, per ebraicizzarla cacciando la popolazione palestinese. L’esercito è rimasto a guardare e ha fatto sapere che non interverrà a meno che non proveranno ad entrare dentro Gaza.
https://ilmanifesto.it/fuoco-e-pietre-contro-i-contadini-i-coloni-incendiano-la-cisgiordania

16/10/2026

Indirizzo

Supino
03019

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