02/09/2026
Alessio Giordano, Altreconomia, n. 295, 1 settembre 2026
La dottoressa statunitense Mimi Syed ha analizzato sul campo 18 casi di utilizzo di droni armati contro i civili, soprattutto bambini, nella Striscia di Gaza. Omicidi compiuti nella certezza di non doverne rispondere. È una pratica sistematica
Quando nell’agosto 2024 la dottoressa Mimi Syed -specialista in medicina d’urgenza e professoressa clinica associata presso la University of Washington e la Washington State University- è arrivata a Gaza per la sua prima missione nel Sud della Striscia, non immaginava che un pattern clinico ricorrente l’avrebbe portata ad avviare un’indagine clinico-forense sull’impiego dei quadricotteri armati contro i civili (un drone a quattro eliche, ndr). “Sia al Nasser Medical Complex di Khan Younis sia all’ospedale Al-Aqsa di Deir al-Balah, ho osservato l’arrivo continuo di bambini con un’unica ferita da arma da fuoco alla testa, al collo, al torace o all’addome”, racconta Syed ad Altreconomia. Nei casi dei bambini sopravvissuti, gli esami diagnostici mostravano l’assenza di altre lesioni associate, un elemento che l’ha portata “a ritenere che non si trattasse di ferite provocate da schegge o di danni collaterali causati da bombardamenti, ma di colpi singoli”.
Molti altri bambini, però, arrivavano già deceduti e non potevano essere sottoposti a una tac post mortem. Anche in quei casi, tuttavia, le testimonianze raccolte da familiari e soccorritori descrivevano la stessa dinamica. “Chiedevo sempre che cosa fosse successo e la risposta era la stessa: un drone quadricottero”, afferma la dottoressa, che tornata nella Striscia nel dicembre 2024, aveva potuto verificare che il medesimo schema continuava a ripetersi. Convinta che quelle osservazioni dovessero essere documentate con il massimo rigore possibile, Syed ha raccolto il materiale completo -fotografie, video, cartelle cliniche- relativo a diciotto casi.
Rientrata negli Stati Uniti, ha scoperto che molti altri operatori sanitari reduci da Gaza avevano osservato episodi analoghi, ma pochi disponevano di una documentazione clinica e forense comparabile. Da qui la decisione di collaborare con esperti di balistica e diritto internazionale per costruire l’indagine confluita nel rapporto “Lethal precision without accountability: Israeli ‘Quadcopter’ use in Gaza”, pubblicato a giugno di quest’anno dal progetto Costs of war della Brown University.
Dottoressa Syed, il vostro gruppo di lavoro riunisce competenze molto diverse: medicina d’emergenza, balistica e diritto internazionale. Qual è stato il valore aggiunto di questo approccio?
MS Ero certa che ciò che avevo visto a Gaza non fosse una serie di episodi isolati, ma comprendevo anche la necessità di documentarlo attraverso prove solide per individuare le responsabilità. Dato che sono un medico e non ho una formazione militare né sono un’esperta di balistica, mi sono rivolta a Wes Bryant, ex membro delle forze speciali statunitensi e già impegnato per il Pentagono nella valutazione e riduzione dei danni ai civili nelle operazioni militari, mentre per l’analisi giuridica ho coinvolto Charles Blaha, che per 32 anni ha lavorato per il Dipartimento di Stato statunitense. L’analisi balistica, in particolare, ha indicato che le traiettorie dei proiettili erano compatibili con spari effettuati da una piattaforma aerea, escludendo l’ipotesi di un cecchino o di un’arma azionata da una posizione a terra. Inoltre ha permesso di identificare i proiettili come munizionamento di standard Nato. Si tratta di proiettili a camiciatura metallica completa calibro 5,56 o 7,62 millimetri, utilizzati dalle forze armate israeliane e statunitensi.
Che cosa rivela l’utilizzo dei quadricotteri sulla natura degli attacchi contro la popolazione di Gaza?
MS In primo luogo i quadricotteri di cui parliamo non sono i grandi droni militari che l’opinione pubblica è abituata a immaginare. Si tratta di sistemi multirotore, modulari, molto più piccoli, leggeri e difficili da individuare ma equipaggiati con sofisticati sensori di intelligence, sorveglianza e ricognizione, compresi sistemi elettro-ottici, infrarossi e di rilevamento termico. Queste tecnologie consentono di osservare e identificare con estrema precisione le persone a terra. Inoltre le evidenze mediche e forensi, le testimonianze oculari ma anche diversi video in cui i soldati israeliani affermano di compiere questo tipo di operazioni, pongono direttamente la questione dell’intenzionalità. Sappiamo, infatti, che questi sistemi dispongono della tecnologia necessaria per distinguere se la persona inquadrata sia un bambino o un adulto. Ripeto, ci troviamo di fronte a bambini che non rappresentavano alcuna minaccia e hanno riportato quasi sempre un’unica ferita da arma da fuoco alla testa oppure al collo o al torace, ovvero le zone del corpo su cui i militari vengono addestrati a sparare quando l’obiettivo è uccidere.
Che cosa potrebbe significare per il futuro delle operazioni militari se l’impiego dei quadricotteri diventasse la norma?
MS A Gaza nuovi sistemi militari vengono testati direttamente sul terreno per valutarne l’efficacia e comprenderne il funzionamento in condizioni reali. La Striscia è diventata una sorta di enorme laboratorio per queste tecnologie. Ma c’è anche un altro aspetto che riguarda la psicologia di questo tipo di attacchi. Oggi è possibile colpire con precisione letale una persona trovandosi a chilometri di distanza, senza correre alcun rischio. Chi controlla il drone non deve preoccuparsi che qualcuno possa rispondere al fuoco. Questa distanza elimina il senso di responsabilità a molti livelli. Uccidere diventa più facile, in un clima di sostanziale impunità, senza nemmeno sapere o preoccuparsi di chi si sta colpendo. Il fatto che dei bambini possano essere deliberatamente presi di mira e uccisi senza che nessuno ne risponda rappresenta un pericolo enorme per l’intera umanità. Vorrei poi aggiungere una riflessione che riguarda il mio Paese, dove è attualmente in discussione una proposta di legge (United States-Israel Defense partnership act of 2025, ndr) per rafforzare ulteriormente l’integrazione tra le industrie e la ricerca militare di Stati Uniti e Israele. Si tratta di un progetto estremamente preoccupante perché porterebbe alla condivisione delle più avanzate tecnologie militari statunitensi con uno Stato che sta compiendo un genocidio e, non dimentichiamolo, è al centro di procedimenti e contestazioni internazionali.
Nel rapporto presentate cinque casi studio di bambini colpiti mentre si trovavano in contesti che non avevano alcuna relazione con operazioni militari. Ci può illustrare quello di Mira Al-Dariny?
MS Mira è una delle prime bambine che ho incontrato nell’agosto del 2024. Aveva quattro anni, era la mattina del compleanno di sua sorella e stava giocando davanti alla tenda in cui viveva con la sua famiglia, nell’area di al-Mawasi -in quel momento indicata come “zona sicura”- quando, secondo quanto riferito dai testimoni oculari e dai suoi stessi genitori, è stata colpita alla testa da un quadricottero. La lesione cerebrale era gravissima però mostrava ancora qualche segno di attività neurologica, così sono riuscita a stabilizzarla e sottoporla a una tac. È stato allora che abbiamo visto chiaramente il proiettile conficcato nel cranio. Mira è stata operata d’urgenza e, contro ogni aspettativa, è sopravvissuta. Quando sono tornata a Gaza, a dicembre dello stesso anno, l’ho rivista ed è stato un momento molto emozionante. Mira sorrideva, parlava e stava iniziando a muovere i primi passi. Oggi è stata evacuata all’estero per ricevere cure specialistiche e proseguire il percorso riabilitativo. Sta molto meglio ma porterà per tutta la vita le conseguenze di quella ferita. La gamba sinistra è paralizzata e il braccio sinistro, in particolare la mano, ha perso gran parte della sua funzionalità.
Quali sono le misure più urgenti che chiedete alla comunità internazionale, in particolare agli Stati Uniti?
MS Le priorità sono molte. La prima, senza dubbio, è ottenere giustizia e attribuzione di responsabilità per quanto già accaduto. Il secondo obiettivo è la sospensione di tutte le forniture militari verso Israele. Non possiamo continuare a fornire armi finché non esisterà un sistema credibile di prevenzione e mitigazione dei danni ai civili. Negli Stati Uniti esistono già strumenti giuridici che dovrebbero regolare situazioni come questa. Penso alla legge Leahy, che viene costantemente ignorata. Questa stabilisce che i Paesi che ricevono assistenza militare dagli Stati Uniti devono utilizzare quelle armi nel rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani. Penso sia ora di tornare ad applicare e, soprattutto, a fare rispettare questa misura.
Quali sono i suoi prossimi progetti?
MS Continuerò a documentare, a scrivere e a sostenere questa causa, contribuendo a portare all’attenzione pubblica ciò che sta accadendo in Palestina. A settembre pubblicherò un libro insieme a una collega palestinese, che racconta gli incontri e il periodo trascorso a Gaza. Inoltre ho un articolo in fase di pubblicazione -realizzato ancora una volta insieme a Bryant e Blaha- che prende in esame gli effetti delle schegge di tungsteno, prodotte da alcune munizioni a grappolo.
La dottoressa statunitense Mimi Syed ha analizzato sul campo 18 casi di utilizzo di droni armati contro i civili, soprattutto bambini, nella Striscia di Gaza. Omicidi compiuti nella certezza di non doverne rispondere. È una pratica sistematica