Assopace Palestina

Assopace Palestina L'Associazione si fa promotrice di progetti politici e culturali volti alla realizzazione del disarmo, alla soluzione dei conflitti esistenti nel mondo.

L'Associazione si fa promotrice di progetti politici e culturali volti alla realizzazione del disarmo, alla soluzione dei conflitti esistenti nel mondo, alla risoluzione dello squilibrio tra paesi ricchi e paesi poveri. Al rispetto e alla promozione dei diritti umani e delle libertà dei popoli e delle donne, alla pratica della nonviolenza e all'affermazione di una nuova idea di rapporto con il pia

neta che ponga fine alla violenza fra le persone e sulla natura. L'Associazione si fa promotrice di progetti e iniziative che mirino al superamento di ogni forma di esclusione e discriminazione basata su motivi di razza, sesso, opinioni politiche, credo religioso o appartenenza ad un determinato gruppo etnico, sociale o culturale. In particolare l'Associazione si impegna a contrastare ogni forma di razzismo e a favorire la costruzione di una società multiculturale basata sull'accettazione delle differenze e la valorizzazione delle diversità. L'Associazione opera in maniera specifica con prestazioni non occasionali ed ha per scopo l'elaborazione, promozione, realizzazione di progetti di solidarietà sociale, culturale ed artistica tra cui l'attuazione di iniziative Socio educative e culturali con particolare attenzione al popolo palestinese. Lo spirito e la prassi dell'Associazione trovano origine nel rispetto dei principi della Costituzione Italiana che
hanno ispirato l'Associazione stessa e si fondano sul pieno rispetto della dimensione umana, culturale e spirituale della persona.

Serena Convertino, L'Espresso, 1 settembre 2026Raid nella notte a Bizzariya: otto arrestati per roghi e aggressioni. Le ...
02/09/2026

Serena Convertino, L'Espresso, 1 settembre 2026

Raid nella notte a Bizzariya: otto arrestati per roghi e aggressioni. Le scritte nel villaggio colpito: "Sgomberi=guai. Siete stati avvertiti" e le minacce ad Huckabee: "Saluti dai terroristi"

Spari, violenze, incendi dolosi. Non si ferma la scia di violenza da parte dei coloni in Cisgiordania. Secondo quanto riferiscono i media palestinesi, nella notte tra lunedì 31 agosto e martedì 1 settembre alcuni coloni avrebbero dato fuoco a una moschea nel villaggio di Bizzariya, nella zona di Nablus, nel nord della Cisgiordania.
Vicino alla stessa moschea, sono infatti comparse anche alcune scritte in ebraico. "Sgomberi [degli avamposti] = guai. Siete stati avvertiti", recita una. Un'altra indirizzata a Mike Huckabee: "Saluti a Huckabee dai terroristi". L'ambasciatore statunitense in Israele, da noto sostenitore degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, il mese scorso aveva preso una dura presa di posizione condannando i coloni che avevano assediato alcune abitazioni palestinesi a Qusra, definendoli "terroristi israeliani". Il casus belli era evidente: tra le abitazioni ve ne era una di proprietà di un cittadino statunitense.
Tra i messaggi, uno è rivolto anche a Roy Sharon, giornalista militare dell'emittente pubblica israeliana Kan, su cui ora pende la minaccia di incendio alla sua automobile. L'emittente ha replicato che le intimidazioni "non impediranno a Roy e alla redazione di Kan di continuare a fornire un’informazione affidabile e professionale, anche sui disordini in Giudea e Samaria", chiedendo alla polizia di individuare i responsabili.
L’incendio della moschea di Bizzariya non è un caso isolato. Nelle stesse ore, la polizia israeliana ha arrestato otto persone tra i 16 e i 20 anni residenti in Cisgiordania e nel centro di Israele, sospettate di essere coinvolte in "gravi episodi di incendio doloso e aggressione nelle colline a sud di Hebron". Sono stati sequestrati anche tre veicoli che, secondo gli investigatori, sarebbero stati utilizzati durante gli attacchi. La polizia ha fatto sapere di considerare "con la massima gravità i casi di violenza e danneggiamento di proprietà che compromettono la sicurezza dello Stato e dell’intero progetto degli insediamenti".

Raid nella notte a Bizzariya: otto arrestati per roghi e aggressioni. Le scritte nel villaggio colpito: "Sgomberi=guai. Siete stati avvertiti" e le minacce ad H

Alessio Giordano, Altreconomia, n. 295, 1 settembre 2026La dottoressa statunitense Mimi Syed ha analizzato sul campo 18 ...
02/09/2026

Alessio Giordano, Altreconomia, n. 295, 1 settembre 2026

La dottoressa statunitense Mimi Syed ha analizzato sul campo 18 casi di utilizzo di droni armati contro i civili, soprattutto bambini, nella Striscia di Gaza. Omicidi compiuti nella certezza di non doverne rispondere. È una pratica sistematica

Quando nell’agosto 2024 la dottoressa Mimi Syed -specialista in medicina d’urgenza e professoressa clinica associata presso la University of Washington e la Washington State University- è arrivata a Gaza per la sua prima missione nel Sud della Striscia, non immaginava che un pattern clinico ricorrente l’avrebbe portata ad avviare un’indagine clinico-forense sull’impiego dei quadricotteri armati contro i civili (un drone a quattro eliche, ndr). “Sia al Nasser Medical Complex di Khan Younis sia all’ospedale Al-Aqsa di Deir al-Balah, ho osservato l’arrivo continuo di bambini con un’unica ferita da arma da fuoco alla testa, al collo, al torace o all’addome”, racconta Syed ad Altreconomia. Nei casi dei bambini sopravvissuti, gli esami diagnostici mostravano l’assenza di altre lesioni associate, un elemento che l’ha portata “a ritenere che non si trattasse di ferite provocate da schegge o di danni collaterali causati da bombardamenti, ma di colpi singoli”.
Molti altri bambini, però, arrivavano già deceduti e non potevano essere sottoposti a una tac post mortem. Anche in quei casi, tuttavia, le testimonianze raccolte da familiari e soccorritori descrivevano la stessa dinamica. “Chiedevo sempre che cosa fosse successo e la risposta era la stessa: un drone quadricottero”, afferma la dottoressa, che tornata nella Striscia nel dicembre 2024, aveva potuto verificare che il medesimo schema continuava a ripetersi. Convinta che quelle osservazioni dovessero essere documentate con il massimo rigore possibile, Syed ha raccolto il materiale completo -fotografie, video, cartelle cliniche- relativo a diciotto casi.
Rientrata negli Stati Uniti, ha scoperto che molti altri operatori sanitari reduci da Gaza avevano osservato episodi analoghi, ma pochi disponevano di una documentazione clinica e forense comparabile. Da qui la decisione di collaborare con esperti di balistica e diritto internazionale per costruire l’indagine confluita nel rapporto “Lethal precision without accountability: Israeli ‘Quadcopter’ use in Gaza”, pubblicato a giugno di quest’anno dal progetto Costs of war della Brown University.

Dottoressa Syed, il vostro gruppo di lavoro riunisce competenze molto diverse: medicina d’emergenza, balistica e diritto internazionale. Qual è stato il valore aggiunto di questo approccio?
MS Ero certa che ciò che avevo visto a Gaza non fosse una serie di episodi isolati, ma comprendevo anche la necessità di documentarlo attraverso prove solide per individuare le responsabilità. Dato che sono un medico e non ho una formazione militare né sono un’esperta di balistica, mi sono rivolta a Wes Bryant, ex membro delle forze speciali statunitensi e già impegnato per il Pentagono nella valutazione e riduzione dei danni ai civili nelle operazioni militari, mentre per l’analisi giuridica ho coinvolto Charles Blaha, che per 32 anni ha lavorato per il Dipartimento di Stato statunitense. L’analisi balistica, in particolare, ha indicato che le traiettorie dei proiettili erano compatibili con spari effettuati da una piattaforma aerea, escludendo l’ipotesi di un cecchino o di un’arma azionata da una posizione a terra. Inoltre ha permesso di identificare i proiettili come munizionamento di standard Nato. Si tratta di proiettili a camiciatura metallica completa calibro 5,56 o 7,62 millimetri, utilizzati dalle forze armate israeliane e statunitensi.

Che cosa rivela l’utilizzo dei quadricotteri sulla natura degli attacchi contro la popolazione di Gaza?
MS In primo luogo i quadricotteri di cui parliamo non sono i grandi droni militari che l’opinione pubblica è abituata a immaginare. Si tratta di sistemi multirotore, modulari, molto più piccoli, leggeri e difficili da individuare ma equipaggiati con sofisticati sensori di intelligence, sorveglianza e ricognizione, compresi sistemi elettro-ottici, infrarossi e di rilevamento termico. Queste tecnologie consentono di osservare e identificare con estrema precisione le persone a terra. Inoltre le evidenze mediche e forensi, le testimonianze oculari ma anche diversi video in cui i soldati israeliani affermano di compiere questo tipo di operazioni, pongono direttamente la questione dell’intenzionalità. Sappiamo, infatti, che questi sistemi dispongono della tecnologia necessaria per distinguere se la persona inquadrata sia un bambino o un adulto. Ripeto, ci troviamo di fronte a bambini che non rappresentavano alcuna minaccia e hanno riportato quasi sempre un’unica ferita da arma da fuoco alla testa oppure al collo o al torace, ovvero le zone del corpo su cui i militari vengono addestrati a sparare quando l’obiettivo è uccidere.

Che cosa potrebbe significare per il futuro delle operazioni militari se l’impiego dei quadricotteri diventasse la norma?
MS A Gaza nuovi sistemi militari vengono testati direttamente sul terreno per valutarne l’efficacia e comprenderne il funzionamento in condizioni reali. La Striscia è diventata una sorta di enorme laboratorio per queste tecnologie. Ma c’è anche un altro aspetto che riguarda la psicologia di questo tipo di attacchi. Oggi è possibile colpire con precisione letale una persona trovandosi a chilometri di distanza, senza correre alcun rischio. Chi controlla il drone non deve preoccuparsi che qualcuno possa rispondere al fuoco. Questa distanza elimina il senso di responsabilità a molti livelli. Uccidere diventa più facile, in un clima di sostanziale impunità, senza nemmeno sapere o preoccuparsi di chi si sta colpendo. Il fatto che dei bambini possano essere deliberatamente presi di mira e uccisi senza che nessuno ne risponda rappresenta un pericolo enorme per l’intera umanità. Vorrei poi aggiungere una riflessione che riguarda il mio Paese, dove è attualmente in discussione una proposta di legge (United States-Israel Defense partnership act of 2025, ndr) per rafforzare ulteriormente l’integrazione tra le industrie e la ricerca militare di Stati Uniti e Israele. Si tratta di un progetto estremamente preoccupante perché porterebbe alla condivisione delle più avanzate tecnologie militari statunitensi con uno Stato che sta compiendo un genocidio e, non dimentichiamolo, è al centro di procedimenti e contestazioni internazionali.

Nel rapporto presentate cinque casi studio di bambini colpiti mentre si trovavano in contesti che non avevano alcuna relazione con operazioni militari. Ci può illustrare quello di Mira Al-Dariny?
MS Mira è una delle prime bambine che ho incontrato nell’agosto del 2024. Aveva quattro anni, era la mattina del compleanno di sua sorella e stava giocando davanti alla tenda in cui viveva con la sua famiglia, nell’area di al-Mawasi -in quel momento indicata come “zona sicura”- quando, secondo quanto riferito dai testimoni oculari e dai suoi stessi genitori, è stata colpita alla testa da un quadricottero. La lesione cerebrale era gravissima però mostrava ancora qualche segno di attività neurologica, così sono riuscita a stabilizzarla e sottoporla a una tac. È stato allora che abbiamo visto chiaramente il proiettile conficcato nel cranio. Mira è stata operata d’urgenza e, contro ogni aspettativa, è sopravvissuta. Quando sono tornata a Gaza, a dicembre dello stesso anno, l’ho rivista ed è stato un momento molto emozionante. Mira sorrideva, parlava e stava iniziando a muovere i primi passi. Oggi è stata evacuata all’estero per ricevere cure specialistiche e proseguire il percorso riabilitativo. Sta molto meglio ma porterà per tutta la vita le conseguenze di quella ferita. La gamba sinistra è paralizzata e il braccio sinistro, in particolare la mano, ha perso gran parte della sua funzionalità.

Quali sono le misure più urgenti che chiedete alla comunità internazionale, in particolare agli Stati Uniti?
MS Le priorità sono molte. La prima, senza dubbio, è ottenere giustizia e attribuzione di responsabilità per quanto già accaduto. Il secondo obiettivo è la sospensione di tutte le forniture militari verso Israele. Non possiamo continuare a fornire armi finché non esisterà un sistema credibile di prevenzione e mitigazione dei danni ai civili. Negli Stati Uniti esistono già strumenti giuridici che dovrebbero regolare situazioni come questa. Penso alla legge Leahy, che viene costantemente ignorata. Questa stabilisce che i Paesi che ricevono assistenza militare dagli Stati Uniti devono utilizzare quelle armi nel rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani. Penso sia ora di tornare ad applicare e, soprattutto, a fare rispettare questa misura.

Quali sono i suoi prossimi progetti?
MS Continuerò a documentare, a scrivere e a sostenere questa causa, contribuendo a portare all’attenzione pubblica ciò che sta accadendo in Palestina. A settembre pubblicherò un libro insieme a una collega palestinese, che racconta gli incontri e il periodo trascorso a Gaza. Inoltre ho un articolo in fase di pubblicazione -realizzato ancora una volta insieme a Bryant e Blaha- che prende in esame gli effetti delle schegge di tungsteno, prodotte da alcune munizioni a grappolo.

La dottoressa statunitense Mimi Syed ha analizzato sul campo 18 casi di utilizzo di droni armati contro i civili, soprattutto bambini, nella Striscia di Gaza. Omicidi compiuti nella certezza di non doverne rispondere. È una pratica sistematica

02/09/2026
Edna Mohamed e agenzie di stampa, Al Jazeera, 1° settembre 2026  Il futuro dell’attività di finanziamento di Israele sui...
02/09/2026

Edna Mohamed e agenzie di stampa, Al Jazeera, 1° settembre 2026

Il futuro dell’attività di finanziamento di Israele sui mercati dell’UE rimane incerto, poiché il Lussemburgo ha deciso di non rinnovare il prospetto informativo relativo alle obbligazioni

Il Lussemburgo non rinnoverà l’autorizzazione all’emissione di obbligazioni israeliane, scaduta lunedì, lasciando Israele in una situazione di incertezza riguardo alla sua capacità di ottenere finanziamenti da investitori sui mercati europei.
Il mese scorso, il Ministro delle Finanze lussemburghese Gilles Roth ha dichiarato a RTL (Radio Television Luxembourg) che l’autorità di vigilanza finanziaria, la Commission de Surveillance du Secteur Financier (CSSF), aveva deciso a maggio di non rinnovare l’autorizzazione per il prospetto informativo oltre la data di scadenza del 31 agosto.
Un prospetto obbligazionario è un documento legale che fornisce agli investitori informazioni dettagliate su un’obbligazione e sul suo emittente prima che venga lanciata sul mercato. Viene redatto sotto la supervisione del mercato finanziario in cui vengono emesse le obbligazioni – in questo caso, il Lussemburgo. [...]
Le obbligazioni israeliane, emesse tramite la Development Corporation for Israel (DCI), sono titoli di debito dello stato di Israele che rappresentano un prestito concesso da un investitore al governo israeliano. Gli investitori percepiscono interessi sulle obbligazioni acquistate.
Il capitale raccolto da Israele tramite le obbligazioni non è destinato a scopi specifici, ma fa parte del finanziamento complessivo del governo israeliano, il che significa che può essere utilizzato per finanziare la difesa e le spese militari.

di Edna Mohamed e agenzie di stampa,  Al Jazeera, 1° settembre 2026.   Il futuro dell'attività di finanziamento di Israele sui mercati dell'UE rimane incerto, poiché il Lussemburgo ha deciso di non rinnovare il prospetto informativo relativo alle obbligazioni. Le bandiere dell'Unione Europea...

Sami Mshasha, Mondoweiss, 30 agosto 2026I leader ecclesiastici, gli attivisti e i media palestinesi continuano a lanciar...
02/09/2026

Sami Mshasha, Mondoweiss, 30 agosto 2026

I leader ecclesiastici, gli attivisti e i media palestinesi continuano a lanciare l’allarme: i cristiani palestinesi stanno lasciando la Terra Santa

Oggi, secondo i dati dell’Ufficio Palestinese di Statistica del 2017, rimangono circa 47.000-50.000 cristiani in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, e probabilmente oggi sono ancora meno. A Gaza c’erano quasi 1.500 cristiani prima della guerra; si ritiene che ne siano rimasti meno di 500, anche se non è possibile fornire una cifra precisa a causa degli sfollamenti, delle uccisioni e della distruzione di istituzioni e registri.
Questo declino non avviene tutto in una volta. Avviene silenziosamente: un giovane cristiano palestinese di Gerusalemme parte per studiare e non torna più; una coppia costruisce la propria vita in Cile anziché a Betlemme; una famiglia di Ramallah si trasferisce a Houston, avendo concluso che costruirsi un futuro a casa è semplicemente diventato troppo difficile. Le ragioni sono chiare a tutti: l’occupazione, il regime dei permessi, l’espansione degli insediamenti, l’escalation della violenza dei coloni, le severe restrizioni alla libertà di movimento, il territorio frammentato, la pressione economica e l’assenza di prospettive politiche. Questa è la gabbia — la prigione a cielo aperto — in cui vivono i palestinesi. Ma spiegare l’emigrazione cristiana solo attraverso questa lente non è più sufficiente.
https://www.assopacepalestina.org/2026/09/01/i-cristiani-palestinesi-stanno-scomparendo-gli-avvertimenti-non-bastano/

Annaflavia Merluzzi, «Dagalo a Tel Aviv»: il rapporto segreto tra Rsf e Israele, Il Manifesto, 2 settembre 2026AFRICA Da...
02/09/2026

Annaflavia Merluzzi, «Dagalo a Tel Aviv»: il rapporto segreto tra Rsf e Israele, Il Manifesto, 2 settembre 2026

AFRICA Dal 2021 il Mossad sarebbe in contatto diretto con le Forze di supporto rapido, responsabili di terribili crimini di guerra e contro l'umanità nel paese africano. Secondo un'inchiesta di Africa Intelligence, il leader della milizia è volato due volte nella capitale israeliana

A unire il premier israeliano Benjamin Netanyahu e Abdel Rahim Hamdam Dagalo – il numero due delle Forze di supporto rapido (Rsf), milizia sudanese impegnata dall’aprile 2023 nella guerra civile che sta devastando il paese – non sono solo le rispettive indagini della Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità (che per Netanyahu ha già emesso un mandato d’arresto).
Un’inchiesta di Africa Intelligence ha rivelato che Dagalo, tra il maggio 2025 e il febbraio 2026, si sarebbe recato due volte in Israele per incontrare la divisione africana del ministero degli esteri di Tel Aviv e alcuni agenti dei servizi segreti. Nella prima visita, il miliziano sudanese sarebbe stato accompagnato dal fratello minore Algoney Hamdam Dagalo. Entrambi, insieme all’altro fratello e comandante in capo delle Rsf Mohamed Hamdam Dagalo, sono sanzionati dagli Stati uniti e dall’Onu. Durante il secondo viaggio, con loro ci sarebbe stato anche un consigliere legale della milizia.
LUNGI DALL’ESSERE visite di cortesia, questi eventi ricalcano un quadro dipinto prima dello scoppio della guerra civile in Sudan. Già nel 2021, infatti, Khartoum firmò gli accordi di Abramo – che sancivano la normalizzazione tra Israele e alcuni paesi del mondo arabo – inaugurando le relazioni militari e diplomatiche con Tel Aviv, nonostante una vera e propria implementazione non si sia mai realizzata a causa dell’instabilità sudanese.
All’epoca le due fazioni oggi in guerra, incarnate dalle Forze armate sudanesi di Abdel Fattah Al-Burhan oltre che dalle Rsf, erano unite in un governo di transizione civile a seguito della caduta del dittatore trentennale Omar Al Bashir. Già allora, però, Israele cominciava a costituire due canali separati di dialogo, coerentemente con le tensioni crescenti che avrebbero poi portato allo scoppio del conflitto interno: mentre ufficiali israeliani visitavano le Forze armate sudanesi, il Mossad intesseva rapporti con le Rsf. Questa seconda via si concentrava soprattutto su sicurezza e spionaggio.
Dall’indagine di Africa Intelligence, infatti, emerge che «questa relazione, secondo quanto riferito, prevedeva la fornitura di tecnologia militare e di sorveglianza israeliana» alla milizia, andata avanti fino ai giorni nostri. Nell’ambito della corrente guerra è la BAR Solutions, azienda di aviazione di proprietà del businessman israeliano Barak Orland, a facilitare regolarmente i movimenti cargo regionali nei paesi confinanti con il Sudan, come Uganda e Sud Sudan.
Il trasporto di armi ed equipaggiamento logistico dalla regione raggiungerebbe poi gli hub controllati dalle Forze di supporto rapido. Mentre la dipendenza delle Rsf da attori esterni aumenta, e la guerra civile sudanese si combatte sempre più con tecnologie militari avanzate come droni e artiglieria pesante, Israele si assicura un’influenza su un doppio binario: da un lato consolida il rapporto con la milizia che controlla la regione del Darfur, ricca di risorse come oro e gomma arabica, e parte del Kordofan, configurando di fatto una spaccatura in due del paese che ricorda lo scenario libico.
DALL’ALTRO, si consolida in una scacchiera regionale sempre più polarizzata. A sostegno delle Rsf, infatti, spiccano gli Emirati arabi uniti – inchiodati da vari rapporti Onu sulla «fornitura di armi, mercenari e supporto logistico alla milizia» – insieme all’Etiopia che ospita una base militare delle Rsf, alla Libia, Uganda – che ha già assicurato un contingente militare a Gaza per la forza internazionale di stabilizzazione a guida statunitense -, Ciad e Somaliland, recentemente riconosciuto ufficialmente da Tel Aviv.
Nella fazione opposta, spesso con postura che mal cela ambiguità, si schierano invece l’Egitto, l’Arabia saudita e la Somalia, a cui si aggiunge una ripresa delle relazioni bilaterali tra l’Iran e le Forze Armate sudanesi, a cui Teheran ha fornito droni nel corso di questa guerra. La posta in gioco sono le risorse, il loro traffico, gli sbocchi sul Mar Rosso e il commercio mondiale.
Secondo il centro studi londinese Progress Center for Policies, che si esprime nell’articolo pubblicato di Zaelnoon Suliman dell’unità Affari Africani, la rivelazione di Africa Intelligence indica «una corsa tra le due fazioni in guerra per ottenere il favore e il supporto di Israele, in un momento in cui il Sudan acquisisce sempre maggiore importanza nella dimensione regionale e internazionale». Favore e supporto che Tel Aviv, almeno sulla carta, mostra anche alle Forze armate sudanesi in qualità di soggetto attualmente in controllo di Port Sudan e degli sbocchi sul Mar Rosso.
NONOSTANTE la guerra, le sanzioni e le violazioni ricondotte alle Rsf, quindi, secondo Suliman «Israele tratta le Rsf come un attore chiave nell’equazione del potere» in Sudan, «ritenendo che il futuro della guerra non favorisca al momento nessuna delle parti in causa». Sul fronte che al momento vede maggiormente impegnata Tel Aviv, quello con l’Iran, Suliman colloca il Sudan «al cuore del conflitto, il che fa delle Rsf un potenziale partner per contrastare l’influenza iraniana». Un report della rivista statunitense Foreign Affairs, pubblicato a dicembre 2025, evidenziava infatti come l’Iran e gli Houti yemeniti addestrassero milizie alleate con le Forze Armate sudanesi sulla costruzione di droni.
La guerra in Sudan, definita dal segretario generale delle Nazioni unite Antonio Guterres come «la peggiore crisi umanitaria al mondo» con 14 milioni di sfollati, 25 milioni di persone a rischio carestia, centinaia di migliaia di morti e feriti, che ha visto prodigarsi l’Unione europea bannando le importazioni di oro dal paese lo scorso luglio, trascende i propri stessi confini. Emerge così nettamente il doppio campo di battaglia: da un lato la pelle dei civili, dall’altro le banche, i mercati, le fabbriche di armi.
https://ilmanifesto.it/dagalo-a-tel-aviv-il-rapporto-segreto-tra-rsf-e-israele

Michele Giorgio, A Gaza Netanyahu manda in guerra i collaborazionisti, Il manifesto, 2 settembre 2026STRISCIA CONTINUA U...
02/09/2026

Michele Giorgio, A Gaza Netanyahu manda in guerra i collaborazionisti, Il manifesto, 2 settembre 2026

STRISCIA CONTINUA Una rete al servizio di Israele. Almeno cinque i gruppi finanziati, armati e addestrati contro Hamas

Israele le aveva presentate come embrioni di organizzazioni, con finalità politiche oltre che militari, destinate a «sostituirsi ad Hamas». Ma a oltre un anno dalla loro apparizione sulla scena di Gaza, le milizie «anti-Hamas» si stanno rivelando più di ogni altra cosa un’arma letale nelle mani di Israele da usare contro i palestinesi.
Quanto accaduto ieri lo dimostra ampiamente. Miliziani collaborazionisti, che operano nelle aree controllate da Israele all’interno della Striscia, hanno compiuto una complessa operazione armata a Katiba, nella parte occidentale di Gaza, densamente popolata da famiglie sfollate, con il fine di catturare Muin Al Arbid, un alto ufficiale dell’intelligence di Hamas.
DURANTE L’AZIONE sono stati protetti da aerei israeliani che hanno sganciato 12 missili sulla zona, uccidendo almeno quattro persone, tra cui due bambini e una donna, e ferendone molte altre. Hamas afferma che la sua «Forza di dissuasione» ha intercettato in tempo gli aggressori.
«Abbiamo sventato una grande operazione ostile che aveva come obiettivo una figura centrale della leadership, sebbene gli occupanti siano riusciti a rapire un funzionario della sicurezza presente sul posto», ha scritto in un comunicato.
Al di là dell’esito dell’incursione, l’accaduto lascia intravedere un futuro in cui Israele insisterà sull’impiego di miliziani ai suoi ordini, evitando di inviare i propri soldati all’interno di aree densamente popolate di Gaza controllate dalla sicurezza di Hamas.
Una situazione in cui, dal punto di vista israeliano, i palestinesi si ammazzeranno tra di loro e l’occupante starà a guardare. Tel Aviv sta costruendo una rete di milizie collaborazioniste palestinesi alle quali fornisce armi, addestramento, denaro e protezione. Nel giugno 2025 Benyamin Netanyahu ammise che Israele aveva fornito armi a gruppi palestinesi locali.
Proprio nei giorni scorsi, un’inchiesta del quotidiano Haaretz ha sottolineato come si sia creata una sinergia concreta tra i mercenari e l’esercito israeliano, pronto a rendere disponibili anche droni e artiglieria. Sono almeno cinque le formazioni armate che operano nelle aree di Gaza, lungo la «Linea gialla» che delimita il territorio occupato da Israele.
DOPO IL CESSATE il fuoco dell’ottobre 2025 questi gruppi sono diventati più attivi. Il centro Acled ha riferito che sono stati coinvolti in più di 40 attacchi armati che hanno provocato quasi 80 morti palestinesi.
La formazione più conosciuta è quella delle Forze popolari, nate attorno a Yasser Abu Shabab, ucciso lo scorso dicembre, della tribù beduina Tarabin di Rafah. Accusato da più parti di avere alle spalle attività criminali, Abu Shabab era diventato il principale interlocutore palestinese della strategia israeliana di occupazione di Gaza.
Alla guida del gruppo ora c’è Ghassan Duhine, che continua a presentare la milizia come un’alternativa politica al movimento islamico, mentre in realtà svolge principalmente operazioni militari per conto di Israele a Rafah e nella parte est di Khan Yunis.
Questa milizia quasi certamente sarà incaricata di sorvegliare i 50mila palestinesi che potrebbero andare a vivere nella cosiddetta «Green Rafah», un enorme campo recintato nella zona orientale di Rafah dove Israele e il Board of Peace di Donald Trump prevedono di installare abitazioni prefabbricate. Gli abitanti saranno sottoposti a uno screening prima di poter entrare nell’area e la «sicurezza» sarà affidata alla Forza di stabilizzazione internazionale e, senza dubbio, anche ai miliziani collaborazionisti.
A GAZA, al servizio di Israele, opera anche la Forza «antiterrorismo» di Hussam al Astal, attiva soprattutto nella parte sudorientale di Khan Yunis. Anch’essa è usata dall’esercito israeliano per compiere incursioni al posto dei suoi soldati. A Beit Hanoun, nel nord, è presente invece la formazione guidata da Ashraf al Mansi.
A Shujaiyya, nella parte orientale di Gaza City, agisce una milizia legata a clan locali, associata ai nomi di Rami Hilles e Ahmed Jundeya. A Deir al Balah, nel centro, opera la formazione denominata Forze della Terra Libera, guidata da Shawqi Abu Nusayra.
Haaretz riferisce che questi cinque gruppi armati palestinesi ricevono finanziamenti e sostegno diretto israeliano per raccogliere informazioni, catturare uomini di Hamas e di altre organizzazioni combattenti, effettuare incursioni e compiere attacchi nelle aree non direttamente controllate dall’esercito di occupazione.
https://ilmanifesto.it/bibi-manda-in-guerra-i-collaborazionisti

Lina Ghassan Abu Zayed, Pioggia di bombe a Katiba, ci ha salvato una casa distrutta, Il Manifesto, 2 settembre 2026GAZA ...
02/09/2026

Lina Ghassan Abu Zayed, Pioggia di bombe a Katiba, ci ha salvato una casa distrutta, Il Manifesto, 2 settembre 2026

GAZA «Nascosta sotto quel tetto, ho rivissuto le ore terribili della strage di Nuseirat»

Alle 8 in punto del mattino, io e mia sorella Eman siamo uscite dal nostro rifugio per raggiungere il campus di Gaza City. Nulla di insolito: siamo andate all’università, abbiamo sostenuto gli esami e siamo uscite pensando a cose semplici, mangiare qualcosa e trovare un modo per tornare a casa. Ho detto a Eman che potevamo andare a Rimal, pranzare lì e poi trovare un mezzo di trasporto. Non sapevamo che, appena cinque minuti dopo aver lasciato l’università, una mattina come tante si sarebbe trasformata in ore di terrore.
ABBIAMO INIZIATO a sentire degli spari. I rumori si sono rapidamente avvicinati e hanno cominciato a sovrapporsi: spari da una direzione, esplosioni da un’altra e il rombo degli aerei sopra di noi. Nel giro di pochi minuti, sono caduti più di dieci attacchi di aerei da ricognizione, mentre il rombo dei caccia riempiva il cielo. Riuscivo a sentire quelli che mi sembravano F-16 e F-35 che volavano sopra le nostre teste. Poi sono comparsi i quadricotteri, che volavano a bassa quota e sganciavano bombe.
Ho guardato Eman e abbiamo iniziato a cercare un posto dove nasconderci. Non c’erano molte opzioni. La zona è piena di tende delle famiglie sfollate, diventate parte del paesaggio di Gaza, che in momenti come questo rivelano quanto siano davvero fragili. Una tenda può essere una casa, ma non protegge da un attacco aereo, da una bomba sganciata da un quadricottero o dai frammenti che volano in ogni direzione. Ci siamo nascoste sotto il tetto di una casa distrutta. Sembrava la nostra migliore possibilità di sopravvivenza, almeno c’era del cemento sopra le nostre teste, qualcosa di solido. Ma non appena mi sono infilata sotto, mi si è stretto il petto. Ho cominciato a sentirmi intrappolata. Mi sembrava che le pareti mi si stringessero addosso. Sentivo le esplosioni fuori e percepivo la polvere che cadeva intorno a noi, ma allo stesso tempo un altro tipo di paura stava montando: una paura che riguardava quello che era successo più di due anni prima. Ho provato a chiamare la mia famiglia. Volevo solo sapere se stavano bene. Ho chiamato una volta, poi di nuovo, ma ogni tentativo si concludeva con lo stesso messaggio: numero irraggiungibile. Ho provato a chiamare i miei amici che vivono nel nord di Gaza, sperando di sentire la voce di qualcuno o scoprire cosa stesse succedendo lì. Neanche quelle chiamate sono andate a buon fine.
AVEVO GIÀ PROVATO quella sensazione. L’8 giugno 2024 mi trovavo nel nostro appartamento quando un’unità delle forze speciali israeliane entrò a Nuseirat e il nostro appartamento fu bombardato. Rimasi ferita, insieme ai miei familiari, e Eman era con me. Ricordo tutta la mia famiglia distesa sul pavimento. Ricordo di aver cercato di chiamare un’ambulanza, senza sapere chi di loro avesse bisogno di aiuto per primo né se qualcuno sarebbe riuscito a raggiungerci. Continuavo a comporre il numero di emergenza e ad aspettare, ma non riuscivo a contattare nessuno. Eravamo intrappolati tra carri armati e raffiche di fuoco e il mondo esterno mi sembrava terribilmente lontano, anche se avevo un telefono in mano. Quel giorno si concluse con un massacro: quasi 300 palestinesi uccisi per liberare quattro ostaggi israeliani.
IERI, SEDUTA sotto quel tetto distrutto, ho provato quasi esattamente la stessa sensazione. Le esplosioni mi hanno riportata a quel giorno e il telefono mi ha riportato alla mente l’immagine della mia famiglia distesa sul pavimento mentre cercavo disperatamente di contattare un’ambulanza.
FONTI LOCALI hanno segnalato ieri delle interferenze nelle comunicazioni ma per me è stato di più: la solita sensazione di essere tagliata fuori dal mondo, di trovarsi nel momento più spaventoso e di non poter dire alle persone che ami che sei ancora viva. Io e Eman siamo rimaste sotto il tetto crollato mentre il rumore dei bombardamenti e degli spari continuava. Non sapevamo dove si trovasse l’unità delle forze speciali, se si stesse avvicinando o se si fosse ritirata. Con il passare delle ore, sono emersi resoconti: un’unità delle forze speciali israeliane si era infiltrata nella zona di Katiba, a ovest di Gaza City, in un’operazione che, secondo Israele, aveva come obiettivo un alto funzionario della sicurezza interna di Hamas, Muein al-Arabid, che sarebbe stato catturato. Hamas nega la cattura.
Dopo che l’unità – che secondo diverse fonti stampa sarebbe stata composta anche da miliziani palestinesi legati a Israele, da mesi coinvolti nell’occupazione e la spoliazione della popolazione civile – è stata scoperta e sono scoppiati gli scontri, l’operazione è stata accompagnata da pesanti bombardamenti aerei. Quattro palestinesi sono stati uccisi, tra cui due bambini e una donna, e decine feriti. Nelle stesse ore una bambina, Israa Al-Hissi è stata uccisa a Deir al-Balah. I numeri possono sembrare freddi quando compaiono in una riga di un articolo. Ma ogni numero è una persona con un nome, una famiglia e progetti per una giornata iniziata come le altre.
IERI, SOTTO IL TETTO di una casa distrutta a Katiba, una parte di me era ancora nel nostro appartamento l’8 giugno 2024. Certi giorni non finiscono quando cessano i raid. Rimangono nel modo in cui respiri, nella tua paura degli spazi chiusi e nel modo in cui la tua mano cerca istintivamente il telefono alla prima esplosione.
https://ilmanifesto.it/pioggia-di-bombe-a-katiba-ci-ha-salvato-una-casa-distrutta

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