Assopace Palestina

Assopace Palestina L'Associazione si fa promotrice di progetti politici e culturali volti alla realizzazione del disarmo, alla soluzione dei conflitti esistenti nel mondo.

L'Associazione si fa promotrice di progetti politici e culturali volti alla realizzazione del disarmo, alla soluzione dei conflitti esistenti nel mondo, alla risoluzione dello squilibrio tra paesi ricchi e paesi poveri. Al rispetto e alla promozione dei diritti umani e delle libertà dei popoli e delle donne, alla pratica della nonviolenza e all'affermazione di una nuova idea di rapporto con il pia

neta che ponga fine alla violenza fra le persone e sulla natura. L'Associazione si fa promotrice di progetti e iniziative che mirino al superamento di ogni forma di esclusione e discriminazione basata su motivi di razza, sesso, opinioni politiche, credo religioso o appartenenza ad un determinato gruppo etnico, sociale o culturale. In particolare l'Associazione si impegna a contrastare ogni forma di razzismo e a favorire la costruzione di una società multiculturale basata sull'accettazione delle differenze e la valorizzazione delle diversità. L'Associazione opera in maniera specifica con prestazioni non occasionali ed ha per scopo l'elaborazione, promozione, realizzazione di progetti di solidarietà sociale, culturale ed artistica tra cui l'attuazione di iniziative Socio educative e culturali con particolare attenzione al popolo palestinese. Lo spirito e la prassi dell'Associazione trovano origine nel rispetto dei principi della Costituzione Italiana che
hanno ispirato l'Associazione stessa e si fondano sul pieno rispetto della dimensione umana, culturale e spirituale della persona.

04/06/2026
Michele Giorgio, Hackerata la banca dati Onu: esposti 600mila palestinesi di Gaza, Il Manifesto, 4 giugno 2026PALESTINA ...
04/06/2026

Michele Giorgio, Hackerata la banca dati Onu: esposti 600mila palestinesi di Gaza, Il Manifesto, 4 giugno 2026

PALESTINA Rubata una mole enorme di informazioni di chi si ha chiesto aiuti alimentari all’Wfp. Il primo indiziato è Israele

I dati personali di circa 600mila famiglie palestinesi di Gaza sono stati esposti da una delle più gravi violazioni informatiche mai registrate nel settore umanitario. A rivelarlo è stata un’inchiesta della rivista The New Humanitarian, che collabora con le Nazioni unite. Bersaglio diretto dell’attacco, compiuto il 14 maggio ma reso noto solo dopo due settimane, è stato il Programma alimentare mondiale (Wfp).
DAI SISTEMI computerizzati dell’agenzia dell’Onu sono uscite informazioni estremamente sensibili, tra cui nomi, numeri di telefono, documenti d’identità e dati di geolocalizzazione raccolti attraverso la piattaforma digitale utilizzata per registrare le richieste di assistenza alimentare e di piccoli sussidi finanziari.
Il Wfp ha confermato due giorni fa che soggetti non autorizzati sono riusciti ad accedere all’applicazione di auto-registrazione per la Palestina, nota come People Portal. «Il Wfp ha recentemente rilevato un accesso non autorizzato alla sua applicazione di auto-registrazione (Sra) per la Palestina, tramite la quale le persone possono registrarsi per ricevere assistenza alimentare e in denaro dopo la verifica. Ha agito immediatamente per chiudere la piattaforma, contenere l’intrusione e rafforzare i controlli di sicurezza», ha scritto l’agenzia in un comunicato.
L’accaduto sta generando forti preoccupazioni ai vertici del Wfp e soprattutto tra i palestinesi. Si tratta di una banca dati enorme: oltre due milioni di abitanti di Gaza hanno fornito le proprie informazioni personali al sistema del Wfp per ottenere cibo. Negli ultimi due anni l’assistenza alimentare fornita da questa agenzia umanitaria è diventata fondamentale alla luce del boicottaggio attuato da Israele contro l’Unrwa, che assiste i profughi palestinesi, che il governo Netanyahu accusa di connivenza con Hamas. A Gaza, dove la popolazione fa ancora i conti, nonostante la tregua, con bombardamenti, sfollamenti e limitate quantità di cibo e acqua potabile, informazioni come la localizzazione e i dati identificativi hanno un valore particolarmente delicato.
UN OPERATORE umanitario della Striscia, che ha chiesto di restare anonimo, ha definito la situazione «spaventosa», sottolineando che dati di questo tipo potrebbero essere usati per rintracciare persone vulnerabili e causare loro danni. Secondo una fonte interna al Wfp citata da The New Humanitarian, una vulnerabilità nel sistema era stata segnalata appena due giorni prima dell’attacco. L’allarme sarebbe stato inoltrato alla sede centrale dell’agenzia dove gli esperti informatici avrebbero assicurato la soluzione del problema. Ma la violazione si è verificata ugualmente e proprio nel giorno in cui il sistema ufficialmente era stato messo in sicurezza.
I palestinesi di Gaza sono stati informati solo a fine maggio dell’attacco. Un dato importante perché, se da un lato nessuno ha rivendicato la violazione, dall’altro non si può non tenere conto che Israele negli ultimi mesi ha imposto nuove regole che richiedono alle organizzazioni umanitarie di fornire dati personali dettagliati sui propri operatori per poter operare a Gaza e nel resto nei Territori palestinesi occupati.
Una decisione annunciata da Tel Aviv lo scorso anno per presunte «ragioni di sicurezza» che la Corte suprema israeliana ha confermato il 20 maggio nonostante le forti critiche espresse da associazioni per i diritti umani e organizzazioni internazionali. Alcune organizzazioni internazionali si sono rifiutate di fornire a Israele i dati dei loro dipendenti palestinesi a Gaza e in Cisgiordania per evitare di esporli a eventuali operazioni di sorveglianza.
IL WFP assicura che i programmi di assistenza continueranno normalmente e invita la popolazione a diffidare di richieste sospette di informazioni personali o pagamenti.
Le conseguenze dell’accaduto, prevedono alcuni, si vedranno in futuro e non nell’immediato. Di sicuro gli autori dell’attacco sono entrati in possesso di una massa enorme di informazioni riguardanti gran parte della popolazione di Gaza che saranno usate. Non è la prima volta che organizzazioni umanitarie vengono colpite da cyberattacchi. Nel 2022 una violazione ai danni del Comitato internazionale della Croce rossa espose i dati di oltre 500mila persone. Anche il Consiglio norvegese per i Rifugiati ha subito attacchi analoghi.
https://ilmanifesto.it/hackerata-la-banca-dati-onu-esposti-600mila-palestinesi-di-gaza

Francesca Luci, Valzer pericoloso fra Usa e Teheran. Il Libano resterà il nodo irrisolto, Il Manifesto, 3 giugno 2026IL ...
04/06/2026

Francesca Luci, Valzer pericoloso fra Usa e Teheran. Il Libano resterà il nodo irrisolto, Il Manifesto, 3 giugno 2026

IL GIOCO SPORCO Nella notte tornano gli scontri. Colpita una torre di comunicazione a Qeshm

Americani e iraniani, impegnati in un valzer pericoloso in cui non si limitano a pestarsi i piedi. Decifrare le loro mosse politiche, palesi e occulte, è già di per sé un esercizio arduo. A complicare ulteriormente il quadro si aggiunge l’impossibilità di capire cosa davvero accade nei cieli e nelle acque del Golfo Persico: ogni parte racconta la sua storia, con il fondato sospetto che nessuna delle due corrisponda pienamente alla realtà. Se fosse una disputa innocua, potrebbe anche passare. Ma qui si tratta di vite umane – e, con esse, dell’intera economia mondiale.
NELLA NOTTE di ieri, forze americane hanno colpito obiettivi militari iraniani nell’area di Qeshm, prendendo di mira una torre di comunicazione. Poche ore dopo Teheran ha lanciato missili e droni contro installazioni statunitensi in Kuwait e Bahrain. Il Comando americano ha riferito di aver neutralizzato un’ondata di droni diretta verso le proprie forze in Kuwait. Nel frattempo, il Kuwait ha denunciato attacchi che hanno colpito l’area dell’aeroporto internazionale, provocando una vittima e diversi feriti. L’aeroporto riveste un ruolo strategico per le operazioni militari statunitensi nella regione. Ospita “Cargo City” che, insieme alla base aerea di Ali Al Salem, rappresenta una delle principali porte d’accesso della logistica aerea statunitense nel Golfo Persico.
IL CORPO delle Guardie Rivoluzionarie Iraniano ha rivendicato gli attacchi come «legittima rappresaglia» dopo che le forze americane avevano colpito una petroliera iraniana nei pressi dello Stretto di Hormuz. Washington ha respinto le rivendicazioni di Teheran, ammettendo però — nella stessa dichiarazione — di aver colpito una stazione di controllo terrestre sull’isola di Qeshm, definendola un’operazione di «autodifesa».
«Legittima rappresaglia» o «autodifesa»: entrambe le formule suonano come scudi retorici dietro ai quali si consumano azioni militari concrete, con messaggi da decifrare. Ma il Golfo Persico non è l’unico terreno di confronto. Anche il Libano è diventato uno spazio in cui le parti misurano le proprie forze. La decisione del presidente americano di bloccare Tel Aviv ha portato i caccia israeliani a desistere dal colpire il cuore del Paese, modificando probabilmente l’andamento politico dell’intero confronto mediorientale.
Al centro della tensione tra Washington e Tel Aviv non c’è solo il destino del Libano, ma anche la fragilissima trattativa con l’Iran, che ha minacciato un’escalation totale se gli attacchi non cesseranno. Sicuramente un’operazione militare non avrebbe potuto neutralizzare Hezbollah in modo definitivo, qualora Tel Aviv avesse ottenuto il benestare di Washington per colpire Beirut.
LA STORIA della regione testimonia che i movimenti armati radicati nel tessuto sociale e politico di un paese non si sradicano con le bombe. Molti osservatori sottolineano che un’opzione militare, da sola, non basta se Israele vuole raggiungere una condizione di sicurezza stabile lungo il confine nord. Tel-Aviv ha bisogno di una strategia di lungo periodo che includa necessariamente il dialogo.
Per l’Iran, collegare il fronte libanese alla dinamica del conflitto regionale è stato un indubbio successo strategico. La decisione di Trump di frenare Netanyahu potrebbe tuttavia segnalare qualcosa di più profondo. Malgrado tutte le contraddizioni dell’amministrazione Usa sembra che la Casa bianca sia intenzionata a preservare il canale negoziale con Teheran, evitando che una nuova escalation in Libano faccia saltare un eventuale accordo nucleare o di distensione.
In questo scenario, Israele si trova in una posizione scomoda. Nonostante la retorica dell’indipendenza, Tel Aviv sta vivendo una fase di profonda subordinazione decisionale, dipendente dalle priorità di Washington, che antepone il negoziato con Teheran a qualsiasi avventura militare. Il ruolo israeliano diventa comprimario, non protagonista. I fatti sul terreno però provano che il cessate il fuoco viene interpretato in modo radicalmente diverso dalle parti. Israele rivendica mano libera in quasi tutto il territorio libanese, eccetto Beirut; Hezbollah e le fazioni sciite leggono gli stessi accordi come un cessate il fuoco generale. Non sorprende, dunque, che gli scontri siano ripresi. Il cessate il fuoco è un guscio fragile su cui nessuno vuole davvero scommettere.
IL LIBANO rimarrà quasi certamente un nodo irrisolto. La vera scommessa del governo Trump è riuscire a raggiungere un accordo con Teheran impedendo al tempo stesso una nuova escalation regionale. Un equilibrio difficilissimo, che richiede una visione strategica chiara e la capacità di gestire attori imprevedibili come Netanyahu, senza sottovalutare gli ultraconservatori iraniani, pronti ad agire da sabotatori. Quando manca una genuina priorità per la pace e il benessere delle popolazioni coinvolte, quando a guidare la politica è una visione miope che insegue il consenso interno o solo la gloria della vittoria a scapito della stabilità regionale, le speranze di un esito positivo restano davvero minime.
https://ilmanifesto.it/valzer-pericoloso-fra-usa-e-teheran-il-libano-restera-il-nodo-irrisolto

Stefania Carboni, Open, 3 giugno 2026Secondo Drop Site, media di Gaza, doveva proseguire gli studi in Italia. Fermato me...
04/06/2026

Stefania Carboni, Open, 3 giugno 2026

Secondo Drop Site, media di Gaza, doveva proseguire gli studi in Italia. Fermato mentre era diretto verso Roma. L'accusa: «Prese parte al massacro del 7 ottobre». La denuncia della famiglia dell'uomo in rete

L’Idf rende noto di aver arrestato ieri al valico di Kerem Shalom Mahmoud Al Najjar, perché ritenuto «un miliziano della brigata nord di Hamas che ha preso parte al massacro del 7 ottobre 2023». Secondo il sito di notizie della Striscia di Gaza Drop Site, al Najjar era nella lista degli studenti palestinesi arrivati ieri a Roma. Doveva proseguire gli studi all’università Tor Vergata. Drop Site riporta che al Najjar è stato fermato «mentre era in viaggio verso l’Italia per proseguire i suoi studi universitari presso l’Università di Roma Tor Vergata, dopo mesi di tentativi per ottenere l’autorizzazione all’uscita da Gaza».
Sconosciuto il luogo di detenzione. «Ha perso la moglie e i figli nell’attacco aereo del 25 ottobre scorso»
Mahmoud al-Najjar è originario di Jabaliya, nel nord di Gaza. A rendere pubblico il suo arresto in rete è stato suo fratello, Atiyya al-Najjar. «Mahmoud ha pubblicato tre articoli di ricerca accademica. Si dice che sia stato portato in un luogo sconosciuto, e la sua famiglia non ha ricevuto alcuna informazione sulle sue condizioni o sul suo luogo di detenzione. Nell’attacco aereo israeliano del 25 ottobre 2024 ha perso sua moglie, Alaa Salem, i loro quattro figli, Renat, Yazan, Muhammad e Amro, nonché un suo fratello e parenti», riporta la testata.

Secondo Drop Site, media di Gaza, doveva proseguire gli studi in Italia. Fermato mentre era diretto verso Roma. L'accusa: «Prese parte al massacro del 7 ottobre». La denuncia della famiglia dell'uomo in rete

Ester Nemo, A maggio record di uccisi a Gaza. In Cisgiordania altre 2mila case per coloni, Il Manifesto, 4 giugno 2026PA...
04/06/2026

Ester Nemo, A maggio record di uccisi a Gaza. In Cisgiordania altre 2mila case per coloni, Il Manifesto, 4 giugno 2026

PALESTINA Da ottobre oltre 930 palestinesi uccisi dal fuoco israeliano nella Striscia, 119 solo il mese scorso in un'escalation palese della violenza. Il ministro Smotrich celebra l'allargamento di tre insediamenti illegali

La morsa sulla Palestina non si allenta e viaggia su due gambe: l’offensiva militare a Gaza e l’avanzata coloniale in Cisgiordania. A parlare della prima è stato ieri il premier Netanyahu alla Cnbc ribadendo che sarà Israele a decidere quando e come «agire a Gaza». Una risposta indiretta alle strigliate telefoniche di Trump e a quelle dell’ultradestra di governo che preme per allargare ancora i fronti già aperti.
Di fatto l’azione è già in moto, solo rallentata nella sua magnitudo dopo l’accordo dello scorso ottobre: da allora, maggio è stato il mese record di uccisioni di palestinesi nella Striscia, in attacchi di droni o fuoco di cecchini e artiglieria: 119 uccisi, tra loro 19 bambini e dieci donne. In totale dall’11 ottobre sono 936 le vittime del fuoco israeliano e oltre 3mila le violazioni degli accordi di tregua.
E poi c’è la Cisgiordania, soffocata da chiusure e isolamento e preda dei crescenti pogrom dei coloni. Uno dei modi per svuotare la terra, insieme all’espansione degli insediamenti: ieri l’Alto consiglio per la Pianificazione – dipartimento del ministero della difesa – ha approvato la costruzione di 2.162 unità abitative in tre colonie (1.006 a Gvaot, a sud di Gerusalemme; 922 a Har Bracha, nel nord della West Bank; e 234 a Kiryat Arba, la colonia più antica alle porte della città vecchia di Hebron, dove vive il ministro estremista Ben Gvir).
Immediata la felicitazione di uno dei principali fautori dell’accelerazione coloniale, il ministro delle finanze Smotrich che ha definito l’approvazione «uno sviluppo nazionale che rafforza il nostro controllo sul territorio e impedisce la creazione di uno stato arabo terrorista». Nelle stesse ore – tra le varie aggressioni – l’esercito israeliano ha invaso Ramallah e i coloni israeliani hanno dato alle fiamme campi agricoli tra i villaggi di Odla e Huwara, a Nablus, e appezzamenti a sud di Hebron.
https://ilmanifesto.it/a-maggio-record-di-uccisi-a-gaza-in-cisgiordania-altre-2mila-case-per-coloni

Andrea Spinelli Barrile, Bengasi allunga il fermo degli attivisti della Sumud. Roma non sa che fare, Il Manifesto, 4 giu...
04/06/2026

Andrea Spinelli Barrile, Bengasi allunga il fermo degli attivisti della Sumud. Roma non sa che fare, Il Manifesto, 4 giugno 2026

LIBIA Domenico Nico Centrone e Leonarda Dina Alberizia e altri otto membri della carovana umanitaria Sumud 2 (o Maghreb Sumud) dovranno restare in carcere a Bengasi

Domenico Nico Centrone e Leonarda Dina Alberizia e altri otto membri della carovana umanitaria Sumud 2 (o Maghreb Sumud) dovranno restare in carcere a Bengasi, in Libia. Lo ha deciso ieri mattina la procura di Bengasi, il cui procuratore generale ne ha disposto, dopo dieci giorni di fermo, la proroga della custodia cautelare: con i due italiani ci sono anche argentini, un uruguayano, una statunitense, una sp****la, una portoghese, una polacca e un canadese. Ieri il consolato italiano a Bengasi ha fatto sapere di aver presentato una richiesta di visita consolare e, con la Farnesina, di continuare «a seguire la vicenda in raccordo con le autorità locali al fine di consentire il rientro in Italia dei connazionali il prima possibile».
UNA NOTA PROCEDURALE e laconica che ha tutta l’aria dell’imbarazzo di chi non sa bene cosa fare: andando oltre le frasi di circostanza la questione è urgente e, come sempre quando si parla di connazionali detenuti all’estero, dolorosa. Secondo quanto fanno sapere al manifesto fonti da Bengasi, è l’incertezza a regnare in queste ore. E a logorare detenuti e famiglie: la vicenda potrebbe risolversi a breve, in pochi giorni, se finisse con una semplice espulsione amministrativa ma i tempi potrebbero allungarsi in modo indefinito se emergessero contestazioni ulteriori da parte della procura, oltre all’ingresso irregolare in territorio libico: immigrazione clandestina. Un tema, quello dell’immigrazione illegale, caldissimo sui giornali e tra l’opinione pubblica: sui social, proprio in questi giorni, sta prendendo più forza la campagna del movimento «No agli insediamenti e no alla naturalizzazione. La Libia ai libici», che si oppone a qualsiasi ipotesi di reinsediamento o concessione della cittadinanza ai migranti irregolari e, in generale, vede l’immigrazione come la madre di tutti i problemi.
Un tema caldo che non è solo giuridico ma politico e sociale. Una mobilitazione che prova a esercitare una pressione costante su media e politica, ponendo al centro del dibattito nazionale il principio di sovranità come linea rossa invalicabile. È proprio questa incertezza a rendere la vicenda fragile: «Domenico Centrone è una persona etica e buona – scrive la sorella Maria in una lettera aperta – Se si è spinto con la delegazione dei dieci attivisti per negoziare il passaggio degli aiuti lo ha fatto con tutte le oneste intenzioni di chi vuole aiutare Gaza e il popolo palestinese. Sono certa che non fosse intenzione di mio fratello violare qualsiasi autorità o confine, ma solo chiedere permesso».
LE PAROLE di Maria Centrone sembrano quasi una risposta alle voci che, in procura a Bengasi ma anche sui media libici, circolano senza verifiche né conferme: non è chiaro se ai dieci attivisti della Sumud sia stato effettivamente convalidato il fermo né se questo fosse avvenuto rispettando le procedure. L’opacità delle indagini è un elemento critico da tenere in considerazione. Nel frattempo, su alcuni media libici si raccontano teorie cospirative su «agenti stranieri arrestati» e non meglio precisati «servizi esteri». E poi c’è una terza questione, non marginale, che riguarda l’interlocutore della diplomazia: con chi si dialoga per lavorare al ritorno di Nico e Dina?
La gestione della vicenda dipende totalmente dalle autorità giudiziarie di Bengasi, che hanno un nome e un cognome, Khalifa Haftar, con cui l’Italia ha rapporti stretti, ma che restano autorità parallele: in occasione del ricevimento per la Festa della Repubblica, il 2 giugno, l’ambasciatore italiano a Tripoli Gianluca Alberini ha ricordato il lavoro dell’ambasciata a Tripoli e del consolato generale a Bengasi per facilitare la mobilità tra i due Paesi, vantando per l’Italia una posizione «senza pari» nel rilascio dei visti Schengen ai cittadini libici e citando i collegamenti aerei diretti tra Libia e Italia.
TUTTAVIA, quando sono le procedure, la legge e la giustizia, in Libia l’opacità diventa lo scenario in cui muoversi: «Nico si merita il sostegno di questo paese, tutto, in maniera compatta – scrive Maria Centrone nel suo appello – Altrimenti mi viene spontaneo chiedermi: che cos’è diventata l’Italia? Che cosa siamo diventati?»
https://ilmanifesto.it/bengasi-allunga-il-fermo-degli-attivisti-della-sumud-roma-non-sa-che-fare

03/06/2026

Indirizzo

Supino
03019

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Assopace Palestina pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta L'organizzazione

Invia un messaggio a Assopace Palestina:

Condividi