09/06/2026
Vercelli, maggio 1945.
La guerra è finita da pochi giorni.
Ma nel Nord Italia la pace non è ancora arrivata. Le città sono piene di armi, rancori, vendette, prigionieri, conti lasciati aperti da venti mesi di guerra civile.
Tra Piemonte orientale, Vercellese, Biellese e Novarese, gli ultimi giorni del conflitto sono stati durissimi. Reparti tedeschi in ritirata, colonne della Repubblica Sociale, formazioni partigiane, rese, catture, esecuzioni sommarie.
In questo clima si inserisce l’eccidio dell’ospedale psichiatrico di Vercelli.
I prigionieri sono militi della Repubblica Sociale Italiana. Uomini ormai disarmati, catturati dopo la fine dei combattimenti e concentrati nello stadio di Novara, trasformato in campo di prigionia.
Molti avevano deposto le armi con la promessa di aver salva la vita.
Una promessa tradita.
Il 12 maggio 1945 alcuni di questi prigionieri vengono prelevati e trasferiti a Vercelli.
Non vengono portati davanti a un tribunale.
Non vengono sottoposti a un processo.
Vengono condotti dentro l’ospedale psichiatrico cittadino.
Un luogo enorme, costruito pochi anni prima, tra i più grandi complessi manicomiali d’Italia. Un luogo nato per custodire e curare, che in quei giorni diventa teatro di morte.
Tra il 12 e il 13 maggio, secondo le ricostruzioni, vengono uccisi decine di prigionieri.
Le cifre variano: la questura indicò 51 nomi, mentre altre ricostruzioni arrivano a circa 65 vittime.
Le testimonianze raccolte negli anni raccontano fucilazioni, pestaggi, sevizie e uomini legati a terra e schiacciati vivi con i camion.
Non fu uno scontro.
Non fu una battaglia.
Non fu giustizia.
Fu un’esecuzione sommaria.
Un eccidio compiuto a guerra finita, contro uomini che non rappresentavano più alcun ostacolo militare.
Il caso arrivò anche sul piano giudiziario e politico. Nel dopoguerra vennero aperte indagini, furono chiamati in causa esponenti e comandanti partigiani, ma il procedimento non arrivò mai a un vero dibattimento e non ci fu alcuna condanna definitiva per quei fatti.
Così Vercelli rimase per decenni una ferita scomoda.
Una pagina brutale della guerra civile italiana, troppo spesso lasciata ai margini perché non rientrava nel racconto comodo dei vincitori.
Ma la memoria non può essere comoda.
Non può scegliere solo i morti utili.
Non può cancellare i vinti.
Non può voltarsi dall’altra parte davanti a uomini disarmati, uccisi senza processo.
Ricordare Vercelli significa questo: restituire voce a chi fu eliminato due volte.
Prima nel corpo.
Poi nel silenzio.