20/05/2026
🇮🇹 Un'Italia che ama i propri “pet”…ma a due velocità.
Il recente rapporto Assalco - Zoomark 2026 fotografa un’Italia in cui gli animali d’affezione sono a tutti gli effetti membri insostituibili delle famiglie. Il mercato del “pet care”, della nutrizione e della cura medica è in costante crescita, sintomo di un investimento affettivo ed economico enorme, si pensi anche alle imminenti Linee Guida del Ministero della Salute sull'uso prudente degli antibiotici nel cane e nel gatto.
⚠️ C’è però un profondo paradosso: com’è possibile che a un mercato così florido e a una cura privata così eccellente corrisponda, sul piano pubblico, una cronica emergenza di abbandoni, cessioni e canili al collasso?
La risposta a questa contraddizione risiede nella necessità di regole uniformi e applicate. L'opinione pubblica spinge da tempo in questa direzione: secondo l'Eurobarometro, il 74% dei cittadini europei chiede una tutela maggiore per gli animali. Questa spinta ha finalmente trovato ascolto a Bruxelles con il primo Regolamento Europeo sul benessere di cani e gatti e sulla loro tracciabilità, che introduce standard minimi per gli allevamenti ed i canili, contrasta le derive morfologiche estreme e punta tutto sull'interoperabilità delle banche dati e sull'uso obbligatorio dei microchip.
Per comprendere la reale portata del fenomeno in Italia, tuttavia, dobbiamo guardare al dato matematico, oggettivo e certo fornito dal SINAC (Sistema Informativo Nazionale Animali da Compagnia). È il SINAC, che conta i microchip reali registrati per legge, a dirci la verità scientifica: i nostri canili sanitari e i rifugi sono in uno stato di costante e insostenibile saturazione.
➡️Il problema: la trappola strutturale e il fallimento del "deposito canificio”.
Ed è qui che emerge il limite della pur storica proposta di Regolamento Europeo. L'Europa rischia di cadere in una "trappola strutturale", concentrandosi quasi esclusivamente sui requisiti logistici degli "stabilimenti" (metri quadri dei box, illuminazione, arricchimento ambientale).
Ma come evidenziato nel dibattito italiano il sovraffollamento dei canili non è una fatalità climatica o geografica, bensì la diretta conseguenza di un sistema di riproduzione e acquisizione incosciente. L'enorme surplus di animali è generato da:
🔺cucciolate casalinghe non controllate.
🔺acquisizioni superficiali, spesso intermediate dal mercato online senza filtri, che mettono cani complessi nelle mani di proprietari totalmente impreparati o, peggio, in contesti di illegalità.
Quando la gestione domestica fallisce, il sistema assistenziale del "canile come deposito" collassa sotto il peso di spese enormi per i Comuni e di vite animali spezzate.
➡️Il benessere, infatti, non si esaurisce quando si chiude la porta di un box a norma UE, ma inizia quando si apre la porta di casa.
🆘L'esempio più drammatico di questo cortocircuito è l'emergenza legata ai Terrier di tipo bull e ai molossoidi all'interno delle strutture ricettive (canili sanitari e canili rifugi). Questi cani, selezionati geneticamente con una forte componente competitiva e predatoria, possiedono al contempo una personalità estremamente fragile e umano-centrica. Hanno un bisogno viscerale di relazioni esclusive e guide coerenti e preparate.
In un canile rifugio, garantire le "Cinque libertà" fondamentali del benessere animale – in particolare quella di manifestare i comportamenti tipici della specie – diventa un’utopia. La reclusione prolungata in un box provoca in queste cani traumi profondi, iperattività, comportamenti compulsivi o autolesionistici. Il risultato? Cani resi irrecuperabili dalla loro storia e dalla detenzione stessa, cani sofferenti e con un indice di adottabilità scarso anche a causa dell’offerta on line di cuccioli di queste tipologie, condannati a rimanere prigionieri a vita e a spese della collettività.
➡️Oltre la logica del "possesso".
La riflessione centrale è che il benessere animale non è un'equazione logistica risolvibile con parametri tecnici. Il benessere è una competenza relazionale. Fino a quando l'ordinamento giuridico tratterà la convivenza con un animale attraverso la lente del mero "possesso" (compro un oggetto, consumo un servizio come descritto nei trend di mercato), continueremo a inseguire l'emergenza.
È necessario invertire la rotta aggredendo la causa alla radice: da un lato stringendo le maglie della riproduzione (vietando le cucciolate incontrollate), dall'altro introducendo una formazione obbligatoria per i proprietari di determinate tipologie di cani, perché sono queste determinate tipologie di cani che stanno saturando i nostri canili ed è quindi logico e pragmatico partire da qui. La formazione non è un carico burocratico, ma una tutela: misura la reale motivazione e preparazione e scoraggia le acquisizioni d'impulso dettate dalla tendenza del momento.
➡️Verso la "tracciabilità culturale".
Per svuotare i canili e garantire la sicurezza urbana e il benessere animale, dobbiamo passare dalla semplice gestione del problema alla governance della responsabilità.
➡️ La tracciabilità tecnica dell'Unione Europea (il microchip) e l'eccellenza merceologica del mercato italiano (il pet food e la cura medica descritti da Assalco) sono pilastri fondamentali, ma rimangono sterili se non vengono accompagnati da una tracciabilità culturale preventiva.
Solo quando l'investimento economico che la società fa per gli animali domestici sarà pari all'investimento culturale nella formazione dei loro proprietari, potremo finalmente dire di aver superato la logica della custodia assistenziale trasformando i canili da "discariche sociali" a luoghi di transito temporaneo.