Collettivo Rotte Balcaniche Alto Vicentino

Collettivo Rotte Balcaniche Alto Vicentino Il collettivo nasce per sostenere attivamente i migranti in cammino di tutto il mondo

(Arabic and English below) Un altro tentativo di evasione da Pastrogor di una dozzina di persone sta affrontando un nuov...
04/09/2026

(Arabic and English below) Un altro tentativo di evasione da Pastrogor di una dozzina di persone sta affrontando un nuovo ciclo di repressione.

Nella notte tra giovedì 27 e venerdì 28 agosto, 12 persone detenute nell’ambito delle procedure previste dal Patto UE hanno divelto le sbarre di una finestra e sono fuggite dal centro di detenzione di Pastrogor, nell’ambito del loro costante tentativo di affermare la propria libertà e di resistere all’oppressione. Sono state successivamente braccate dalla polizia, con l’ausilio di droni e cani. Purtroppo, dopo aver riconquistato la libertà, tutte le persone fuggite, tra cui diversi minorenni, sono state catturate dalla polizia, brutalmente picchiate e detenute presso la stazione di polizia di Svilengrad. Hanno riferito di aver riportato fratture alle braccia e alle gambe, ferite alla testa, morsi di cane e altre gravi lesioni.

Sabato 29 sono state tutte riportate al centro di detenzione di Pastrogor e rinchiuse in isolamento al piano terra, insieme alle persone considerate una minaccia per la sicurezza nazionale. Quasi tutti i loro telefoni sono stati distrutti o sequestrati dalla polizia, nel tentativo di isolare le persone fuggite dagli altri detenuti e di impedire qualsiasi altra forma di comunicazione. Ma la punizione è stata anche collettiva: per tre giorni, a tutte le persone detenute nel centro è stato negato l’accesso all’aria aperta e la polizia ha interrotto l’elettricità.

Alcuni giorni dopo, siamo stati informati che tutte le persone fuggite erano state costrette a scegliere tra firmare il rimpatrio volontario oppure finire in carcere per un periodo indefinito, senza ricevere informazioni sulle accuse a loro carico né sul processo. Sotto questo ricatto, tutte hanno firmato il rimpatrio.

Una persona dall’interno ha riferito: «Sono stati portati direttamente in isolamento [alla stazione di polizia], dove hanno trascorso 24 ore sotto interrogatorio e sono stati picchiati, e poi sono stati riportati qui oggi. Sono in 12 e sono stati messi nel seminterrato, da soli, chiusi in stanze completamente isolate. Sono stati gravemente maltrattati e picchiati con dei bastoni, al punto che alcuni di loro hanno riportato delle fratture».

Questa è la seconda fuga in meno di un mese da questo centro di detenzione per richiedenti asilo, riaperto in vista dell’applicazione del nuovo Patto europeo. Ancora una volta, le persone che vi sono rinchiuse dimostrano la propria determinazione a esercitare la libertà di movimento, rifiutando di accettare passivamente la loro duplice condizione di prigionieri e di persone bloccate, a causa delle frontiere esternalizzate, lontano dalla destinazione che intendono raggiungere.

Solo pochi giorni prima, nel campo chiuso di Sintiki, al confine tra Grecia e Bulgaria, decine di persone avevano attaccato la polizia lanciando pietre e avevano tagliato le recinzioni di quello che è ampiamente considerato il peggior campo della Grecia. Lo stesso giorno, una rivolta era scoppiata nel CPR di Caltanissetta, come accade quasi quotidianamente da anni in Italia, nella disperata lotta contro la detenzione amministrativa portata avanti dall’interno degli stessi centri.

Le politiche dell’Unione Europea hanno già trasformato la detenzione e la brutalità della polizia in una realtà onnipresente per le persone in movimento — pratiche ulteriormente rafforzate dall’attuazione del nuovo Patto. Eppure, la storia delle prigioni e delle frontiere è sempre stata, e sempre sarà, una storia di fughe, attraversamenti e rivolte.

Da Sintiki a Pastrogor fino a Caltanissetta, lunga vita a chi lotta per la libertà, lunga vita a chi fugge, lunga vita ai ribelli che ci mostrano quanto possano essere basse queste mura e quanto sia possibile abbatterle.

Nemmeno la prigione più coercitiva riuscirà mai a spegnere queste scintille di libertà.

Aboliamo il nuovo Patto europeo, aboliamo Frontex, aboliamo le frontiere, aboliamo i centri di detenzione. Solidarietà a tutte le persone detenute, a chi è fuggito, a chi fuggirà e a tutte le altre.

Libertà di movimento per tuttə.

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محاولة هروب جديدة من باستروغور تواجه جولة جديدة من القمع

خلال ليلة الخميس 27 آب والجمعة 28 آب، تمكّن أكثر من 20 شخصًا محتجزين بموجب إجراءات الميثاق الأوروبي الجديد من اقتلاع قضبان إحدى نوافذ مركز احتجاز باستروغور والفرار منه، في إطار محاولاتهم المستمرة لانتزاع حريتهم ومقاومة القمع الواقع عليهم. ولاحقًا، طاردتهم الشرطة باستخدام الطائرات المسيّرة والكلاب. وللأسف، أُلقي القبض على جميع الفارّين، بمن فيهم عدد من القاصرين، بعد استعادة حريتهم، وتعرّضوا للضرب المبرح قبل أن يُحتجزوا في مركز شرطة سفيلنغراد. وقد أفادوا بتعرضهم لكسور في الأذرع والأرجل، وجروح في الرأس، وعضّات كلاب، وإصابات خطيرة أخرى.

وفي يوم السبت 29 آب، أُعيد جميعهم إلى مركز احتجاز باستروغور، ووُضعوا في الحبس الانفرادي في الطابق الأرضي، إلى جانب أشخاص تصنّفهم السلطات على أنهم يشكّلون تهديدًا للأمن القومي. كما حطّمت الشرطة معظم هواتفهم أو صادرتها، في محاولة لعزل الفارّين عن بقية المحتجزين ومنعهم من التواصل بأي وسيلة أخرى. ولم يقتصر العقاب على الفارّين، بل اتخذ طابعًا جماعيًا أيضًا؛ إذ حُرم جميع المحتجزين في المركز من الخروج إلى الهواء الطلق لمدة ثلاثة أيام، كما قطعت الشرطة التيار الكهربائي عن المركز.

وبعد بضعة أيام، أُبلغنا بأن جميع الفارّين أُجبروا على الاختيار بين توقيع أوراق العودة الطوعية أو مواجهة السجن إلى أجل غير مسمى، من دون إطلاعهم على التهم الموجهة إليهم أو على تفاصيل المحاكمة. وتحت وطأة هذا الابتزاز، وقّع جميعهم على العودة.

وأفاد أحد الأشخاص من داخل المركز:

> "اقتيدوا الفارّون مباشرة إلى الحبس الانفرادي في مركز الشرطة، حيث أمضوا 24 ساعة وهم يتعرضون للاستجواب والضرب، ثم أُعيدوا إلى هنا اليوم. عددهم 12 شخصًا، ووُضعوا وحدهم في القبو، داخل غرف مغلقة ومعزولة تمامًا. تعرّضوا لإساءة معاملة وضرب شديدين بالعصي، إلى درجة أن بعضهم أُصيب بكسور".

وهذه هي محاولة الهروب الثانية خلال شهر واحد من مركز احتجاز طالبي اللجوء هذا، الذي أُعيد افتتاحه استعدادًا لتطبيق الميثاق الأوروبي الجديد. ومرة أخرى، يُظهر الأشخاص المحتجزون هناك تصميمهم على ممارسة حقهم في حرية التنقل، ورفضهم الاستسلام لوضعهم المزدوج كسجناء، وكأشخاص تمنعهم الحدود الخارجية من الوصول إلى الوجهة التي يقصدونها.

وقبل بضعة أيام فقط، في المخيم المغلق في سينتيكي، على الحدود بين اليونان وبلغاريا، واجه عشرات الأشخاص الشرطة برشقها بالحجارة، وتمكنوا من قطع سياجات المخيم الذي يُعتبر على نطاق واسع الأسوأ في اليونان. وفي اليوم نفسه، اندلعت انتفاضة في مركز الاحتجاز والترحيل (CPR) في كالتانيسيتا في صقلية، كما يحدث بصورة شبه يومية منذ سنوات في إيطاليا، في سياق النضال اليائس ضد الاحتجاز الإداري الذي يخوضه المحتجزون من داخل هذه المراكز نفسها.

لقد جعلت سياسات الاتحاد الأوروبي من الاحتجاز وعنف الشرطة واقعًا حاضرًا باستمرار في حياة الأشخاص الذين يعبرون الحدود، وهي ممارسات ازدادت حدّة مع تطبيق الميثاق الأوروبي الجديد. ومع ذلك، لطالما كان تاريخ السجون والحدود، وسيظل، تاريخًا من الهروب والعبور والانتفاضات.

من سينتيكي إلى باستروغور إلى كالتانيسيتا، تحيةً لكل من يناضل من أجل الحرية، وتحيا محاولات الهروب، وتحيا الانتفاضات التي تذكّرنا بمدى هشاشة هذه الجدران، وبأن اختراقها ممكن.

لن يتمكن حتى أكثر السجون قمعًا من إطفاء شرارات الحرية هذه.

لا للميثاق الأوروبي الجديد، لا للحدود، لا لمراكز الاحتجاز.

التضامن مع جميع السجناء، ومع من فرّوا، ومن سيفرّون، ومع جميع الآخرين!

مع حرية التنقل للجميع!

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Another escape attempt by a dozen people from Pastrogor is facing a new cycle of repression.

During the night between Thursday, August 27, and Friday, August 28, 12 people detained under EU Pact procedures tore the bars from a window and escaped from the Pastrogor detention centre, as part of their consistent effort to enforce their freedom and resist their oppression. They were subsequently hunted down by the police, drones and dogs. Sadly, after regaining their freedom, all the escapees, including several minors, were captured by the police, brutally beaten up, and detained in Svilengrad police station. They reported broken arms and legs, head wounds, dog bites and other serious injuries.

On Saturday 29, they were all brought back to Pastrogor detention centre and locked up in solitary confinement in the ground floor, with people considered threats to national security. Almost all their phones were smashed or seized by the police, in an attempt to isolate the escapees from the other detainees and prevent any other form of communication. But the punishment was also collective, since for three days, all inmates in the detention centre were denied outdoor time and electricity was cut off by police.

A few days later, we were informed that all the fugitives were forced to choose between signing the voluntary return or to end up in jail for an indefinite period, without information on the accusations and on the trial. Under this blackmail, all of them signed the return.

A person from inside reported: "They [the escapees] were taken directly to solitary confinement [in police station] where they spent 24 hours being interrogated and beaten, and then they were brought back here today. There are 12 of them, and they were placed in the basement alone, locked in completely isolated rooms. They were severely abused and beaten with sticks, to the point that some of them suffered fractures."

This is the second escape within a month from this detention centre for asylum seekers, which was reopened in preparation for the enforcement of the new European Pact. Once again, the people held there are demonstrating their determination to exercise their freedom of movement, refusing to passively accept their dual condition as prisoners and as people blocked from reaching their intended destination by externalised borders.

Just a few days earlier, at the closed camp of Sintiki, on the border between Greece and Bulgaria, dozens of people had attacked the police by throwing stones and had cut through the fences of what is widely considered the worst camp in Greece. On the same day, a revolt erupted at the Caltanissetta CPR in Sicily, as has been happening almost daily for years in Italy, in the desperate struggle against administrative detention waged from within the centres themselves.

The policies of the European Union have already made detention and police brutality an omnipresent reality for people on the move - practices further strengthened by the implementation of the new Pact. Yet, the history of prisons and borders has always been, and will always be, a history of escapes, crossings, and revolts.

From Sintiki to Pastrogor to Caltanissetta, long live those who fight for freedom, long live the escapees, long live the rebels who show us how low those walls can be and how possible it is to break through those walls.

Not even the most coercive prison will ever be able to extinguish these sparks of freedom.

Abolish the new European Pact, abolish Frontex, abolish borders, abolish detention centres. Solidarity with all prisoners, those who escaped, those who will, and all the others.

Freedom of movement for all.

Due minorenni hanno tentato il suicidio nel centro di detenzione di Pastrogor: il Patto europeo uccide!Nella notte tra v...
29/08/2026

Due minorenni hanno tentato il suicidio nel centro di detenzione di Pastrogor: il Patto europeo uccide!

Nella notte tra venerdì 21 e sabato 22 agosto, due ragazzi di 17 anni detenuti nel centro di detenzione di Pastrogor hanno provato a togliersi la vita ingerendo prodotti chimici per la pulizia e lamette da barba. Sono detenuti lì da diverse settimane in quanto richiedenti asilo, nonostante siano minorenni, dopo essere stati trasferiti dal centro di detezione di Busmantsi, a Sofia.

Dopo il tentativo, sono stati violentemente maltrattati sia dalla polizia sia dai medici. Uno dei due ragazzi è rimasto ricoverato nell’ospedale di Svilengrad solo per poche ore, mentre l’altro vi è rimasto per tre giorni, privo di conoscenza, prima di essere nuovamente rinchiuso nello stesso centro e brutale sistema detentivo responsabile per queste azioni.

La storia delle prigioni ci insegna che il corpo è il campo di battaglia finale e che il più estremo atto di evasione è anche il più tragico. Non si tratta di “incidenti”, ma del risultato delle politiche europee di frontiera e confinamento, sistematicamente costruite per produrre disperazione, sottomissione, morte. Non possono essere considerati solo come tentati suicidi, ma come tentati omicidi da parte dello Stato.

Il mattino seguente, i nostri compagni si sono recati all’ospedale di Svilengrad durante il regolare orario di visita, ma è stato loro impedito, senza alcuna spiegazione, di far visita ai due ragazzi. Sono invece stati sopraggiunti dalla polizia, che ha prima perquisito la nostra auto e poi emesso degli assurdi divieti di ingresso nell’ospedale e nel paese di Pastrogor, per motivi di ordine pubblico, nonché sequestrato arbitrariamente alcuni nostri beni.

Dopo le mobilitazioni delle ultime settimane, la polizia sta cercando di indebolire le proteste dividendo le persone all’interno del centro con trasferimenti punitivi, e impedendo strategicamente ai solidali di visitare alcuni detenuti. Nel frattempo, il cibo è sempre più scadente e scarso - stanno utilizzando la fame come arma -, e i prolungamenti delle detenzioni fino a 18 mesi nel pre-removal detention center di Lyubimets allontanano le prospettive di scarcerazione.

È evidente che la realtà dei confini europei sta pienamente diventando quella di veri e propri campi di concentramento, nei quali è ora costretta a vivere la maggior parte dei richiedenti asilo. Migliaia di giovani, che hanno bruciato i confini alla ricerca di una vita dignitosa, si trovano dal 12 giugno rinchiusi senza sapere perché e per quanto. Dal Mediterraneo ai moderni l***r istituiti con il nuovo Patto, fino a tutti i luoghi dello sfruttamento lavorativo delle persone illegalizzate: i medesimi oppressi, i medesimi oppressori.

Eppure, c’è e ci sarà sempre chi alzerà la testa per ribellarsi e scappare da un destino costretto dietro le sbarre di una galera. Non vogliamo solo cibo migliore, vogliamo poter andare dove vogliamo. Non vogliamo solo centri più puliti e procedure più efficienti, vogliamo la libertà. Non vogliamo una polizia più educata, vogliamo un mondo senza polizia.

Libertà per tutti i prigionieri. Fuoco a tutti i centri di detenzione. La solidarietà è l’arma che non possono piegare.

Abbiamo aspettato tanto questo giorno. Il nostro fratello Abdulrahman è libero, dopo 5 anni di prigionia. Nessuno potrà ...
22/08/2026

Abbiamo aspettato tanto questo giorno. Il nostro fratello Abdulrahman è libero, dopo 5 anni di prigionia. Nessuno potrà restituirgli tutto questo tempo e sofferenza, ma oggi festeggiamo la libertà. E continueremo fino a che tuttx saremo liberx.

Abdulrahman Al-Khalidi è libero / Abdulrahman Al-Khalidi is free
Era la notizia che avremmo sempre voluto darvi ❤️

✍🏾 Melting Pot e Collettivo Rotte balcaniche
ITA ↪︎ https://www.meltingpot.org/2026/08/abdulrahman-al-khalidi-e-libero

Ogni volta che scrivevamo di questa profonda ingiustizia, ogni volta che sentivamo Abdul, ogni volta che partecipavamo ai presidi per chiedere la sua liberazione, ogni volta che traducevamo e diffondevamo i suoi testi, lo facevamo con la speranza di poter arrivare, un giorno, a scrivere queste parole:

🎉 Dopo quasi cinque anni di detenzione amministrativa in Bulgaria, Abdulrahman è finalmente libero.

Abdulrahman Al-Khalidi is free / Abdulrahman Al-Khalidi è libero
It was the news we had always hoped to be able to give you ❤️

✍🏾 Melting Pot and Collettivo Rotte Balcaniche
ENG ↪︎ https://www.meltingpot.org/en/2026/08/abdulrahman-al-khalidi-is-free

Every time we wrote about this profound injustice, every time we spoke with Abdul, every time we took part in demonstrations calling for his release, every time we translated and shared his writings, we did so with the hope that one day we would be able to write these words:

🎉 After almost five years of administrative detention in Bulgaria, Abdulrahman is finally free.

FOR IMMEDIATE RELEASE21 August 2026Sofia, BulgariaAbdulrahman Al-Khalidi Being Transferred to Sofia; Detention Measure E...
21/08/2026

FOR IMMEDIATE RELEASE
21 August 2026
Sofia, Bulgaria

Abdulrahman Al-Khalidi Being Transferred to Sofia; Detention Measure Expected to Be Changed

Abdulrahman Al-Khalidi is currently being transferred from the closed detention centre in Lyubimets to Sofia, where the administrative procedure for changing his detention measure is expected to take place.

After nearly five years of administrative detention, his current detention measure is expected to be replaced with a less restrictive measure, allowing him to leave the closed detention facility.

Abdulrahman is expected to arrive in Sofia at approximately 5:00 p.m. today, 21 August 2026, at the Migration Directorate on Knyaginya Maria Luiza Boulevard.

The procedure has not yet been formally completed. Further information will be provided once the change of measure has been officially confirmed.

Media Contact
Victor Lilov
[email protected]

Aiutaci a lottare contro la repressione della solidarietà e a resistere all'implementazione del nuovo Patto UE: sostieni...
21/08/2026

Aiutaci a lottare contro la repressione della solidarietà e a resistere all'implementazione del nuovo Patto UE: sostieni le spese legali del Collettivo Rotte Balcaniche.

Nell'ultimo anno abbiamo dovuto affrontare ingenti spese legali in Bulgaria. Le azioni di solidarietà che portiamo avanti al confine bulgaro-turco — dalle foreste di frontiera ai centri di detenzione — si traducono in ordini di espulsione, indagini penali, accuse a nostro carico, brevi periodi di detenzione e altre forme di repressione. Rispondere a questi attacchi richiede un esteso lavoro legale, ricorsi in tribunale e spese giudiziarie.

In totale, sei membri del collettivo hanno finora ricevuto divieti di ingresso di 5 anni dal Paese come conseguenza delle azioni di soccorso nella zona di frontiera, con l'accusa di favoreggiamento e turbamento dell'ordine pubblico. In questa fase, un divieto è stato impugnato in tribunale ed annullato due volte. L'ostinazione delle autorità bulgare nell'applicare questa espulsione — presentando ricorso contro il primo annullamento da parte del tribunale e mantenendo la misura attiva per mesi nonostante ben due sentenze giudiziarie ne ordinassero la cancellazione — ha fatto aumentare sia le nostre spese legali sia la nostra determinazione. A seguito di questo primo rigetto, siamo statx informatx che nuovi “ban” hanno colpito altri 3 membri del collettivo. Solo per questi ultimi tre, i costi dei ricorsi saranno di almeno 5.400 €.

L'aumento delle espulsioni per 5 anni imposte allx nostrx compagnx può compromettere seriamente la nostra capacità di continuare ad operare. Non siamo una grande ONG, ma un collettivo autorganizzato che agisce in solidarietà, la cui attività si basa sulla possibilità per i suoi membri di rimanere e ritornare in frontiera.

Oltre ai “ban”, le autorità bulgare hanno avviato procedimenti penali contro un numero imprecisato di membri del collettivo, accusati per lo più di favoreggiamento dell'attraversamento illegale della frontiera. Tutti i procedimenti ci sono stati tenuti nascosti e possiamo ottenere maggiori informazioni solo con il supporto dei legali, il che comporta ulteriori spese.

In aggiunta, negli scorsi anni abbiamo presentato decine di ricorsi contro le oltre 40 brevi detenzioni nelle stazioni di polizia a cui siamo statx sottopostx da settembre 2024 ad oggi — con un costo di 250€ a caso —, oltre ad aver subito il sequestro dei nostri dispositivi e altri abusi. Infine, ci sono stati notificati anche i divieti di accesso al centro di detenzione di Pastrogor a seguito delle proteste del 26 luglio.

Quello che sta accadendo a noi non è nulla in confronto a ciò che le persone in movimento stanno attraversando ai confini dell'Europa. Con l'entrata in vigore del nuovo Patto sulla Migrazione, i richiedenti asilo vengono sistematicamente detenuti in strutture assimilabili a carceri, come quella di Pastrogor. Riteniamo fondamentale, in questo momento, rispondere ai primi dinieghi d'asilo fornendo un'adeguata assistenza legale, che non viene garantita gratuitamente dallo Stato bulgaro.

La repressione statale non agisce solo attraverso la forza bruta della polizia, ma soprattutto attraverso la violenza più sofisticata della legge. Colpisce chi si organizza collettivamente nella solidarietà, chi rifiuta di farsi governare e chi sceglie di vivere e lottare insieme senza chiedere il permesso. Aiutaci a proseguire questa lotta.

Dona a:
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Help us fight the repression of solidarity and resist the implementation of the new EU Pact: support the legal expenses of Collettivo Rotte Balcaniche.

Over the past year, we have been facing significant legal expenses in Bulgaria. The actions of solidarity we carry out at the Bulgarian-Turkish border – from the border forests to detention centres – result in expulsion orders, criminal investigations, charges against us, short periods of detention, and other forms of repression. Responding to these attacks requires extensive legal work, court orders and fees.

In particular, six members of collettivo have received 5-year entry bans as a direct consequence of rescue actions carried out in the border area, under accusations of smuggling and disturbing public order. At this stage, one ban was challenged in court and cancelled twice. The stubborness of the Bulgarian authorities in implementing the ban – by appealing the first cancellation by a court and maintaining the ban for months despite two court decisions ordering to cancel it – has increased both our legal fees and our determination. Following this first rejection, we were informed that new bans have targeted 3 other members of collettivo. The cost of the appeals for just these three last bans, will be at least 5400€.

The increasing number of 5-year entry bans imposed on our comrades is seriously affecting our ability to continue working. We are not a large NGO, but a self-organized collective acting in solidarity, relying on our members’ ability to stay in and return to Bulgaria.

In addition to bans, Bulgarian authorities have initiated criminal proceedings against an unknown number of members of collettivo, mostly accused of aiding illegal border crossings. All proceedings have been hidden from us, and we can only obtain more information with the support of lawyers, leading again to legal fees.

Additionally, we have filed dozens of legal appeals against the more than 40 short detentions in police stations that we have been subjected to from September 2024 to present – costing €250 per case – on top of having our devices stolen and enduring other abuses. Finally, we were also issued bans from the Pastrogor detention center following the protests on July 26th.

What is happening to us is nothing compared to what people on the move are going through in the borders of Europe. With the entry into force of the new Pact on Migration, asylum seekers are being systematically detained in prison-like facilities such as the one in Pastrogor. We believe that it is crucial, at this moment, to respond to the first asylum rejections by providing proper legal assistance, that is not guaranteed free of charge by the Bulgarian state.

State repression operates not only through the brute force of the police, but also through the more sophisticated violence of the law. It targets those who organize collectively in solidarity, who refuse to be governed, and who choose to live and struggle together without asking for permission. Help us to continue this fight.

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(Arabic and Bulgarian below) I detenuti di Pastrogor continuano a resistere contro il nuovo Patto europeo!Dopo la rivolt...
18/08/2026

(Arabic and Bulgarian below) I detenuti di Pastrogor continuano a resistere contro il nuovo Patto europeo!

Dopo la rivolta del 26 luglio e la repressione che ne è seguita, le persone a Pastrogor hanno proseguito la mobilitazione collettiva con uno sciopero della fame. Il 12 e il 13 agosto, la maggior parte degli oltre 200 prigionieri ha deciso nuovamente di rifiutare i pasti del centro di detenzione. Questo dimostra la loro determinazione nel rifiutare il regime carcerario imposto ai richiedenti asilo dopo il 12 giugno.

Una persona all’interno del centro, raccontandoci di un amico che ha avuto un crollo in seguito allo sciopero, ha detto: «Non ha mangiato per tutto il giorno, era delirante, e un medico è arrivato e gli ha dato uno schiaffo in faccia, dicendo che non aveva alcun problema, e non lo hanno portato in ospedale [...]. Lo hanno portato fuori [...] e gli hanno dato da mangiare [con la forza]».

Nel frattempo, la polizia antisommossa è diventata una presenza quotidiana in questa prigione. Indossando passamontagna e minacciando i detenuti, le autorità stanno creando un’atmosfera di intimidazione e terrore. Inoltre, i prigionieri hanno riferito che alcuni gruppi sono stati separati e trasferiti in altre stanze e altri piani, allo scopo di spezzare la loro unità e ostacolare la comunicazione e l’organizzazione collettiva.

Una persona dall’interno ci ha raccontato: «Ci hanno spostati qui come una sorta di punizione e stanno diffondendo voci tra i nostri compagni al piano di sotto, dicendo che quelli che sono stati spostati di sopra sono una banda di mafiosi».

Con il nuovo Patto europeo, il diritto d’asilo non esiste più. Osserviamo un aumento quotidiano delle persone richiedenti asilo detenute a Pastrogor, che subiscono rigetti delle loro domande in massa e vengono costrette a firmare i cosiddetti «rimpatri volontari», oppure rischiano fino a 18 mesi di detenzione.

«Non ci arrendiamo. Combattiamo e resistiamo fino all’ultimo momento, se Dio vuole. Chiamiamo sempre la Bulgaria “Bulgaria maledetta” per la sua durezza e il suo razzismo».

Esprimiamo la nostra solidarietà incondizionata a tutte le persone private della libertà di movimento. Solo attraverso la lotta comune, dall’interno e dall’esterno, abbatteremo quelle mura. Tuttx liberx!

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(العربية) يواصل الناس في باستروغور مقاومتهم لتطبيق الميثاق

بعد مظاهرات 26 تموز وما تلاها من قمع، يواصل الناس في باستروغور حشدهم الجماعي من خلال الإضراب عن الطعام. وفي 12 و13 آب، قررت غالبية المحتجزين، الذين يزيد عددهم عن 200 شخص، رفض وجبات الطعام مرة أخرى. ويُظهر ذلك إصرارهم على رفض نظام الاحتجاز المفروض على طالبي اللجوء منذ 12 حزيران.

أخبرنا أحد الأشخاص عن صديق له أصيب بانهيار بعد الإضراب: "لم يأكل طوال اليوم، وكان يهذي، فجاء طبيب وصفعه على وجهه، قائلاً إنه لا يعاني من أي مشكلة، ولم يأخذوه إلى المستشفى [...]. أخرجوه [...] وأخذوا يطعمونه بالقوة".

وفي الوقت نفسه، أصبحت شرطة مكافحة الشغب حاضرة بشكل يومي في هذا السجن. وترتدي السلطات أقنعة تغطي الوجه وتهدد المحتجزين، ما يخلق أجواء إضافية من الترهيب والرعب. كما أفاد الأشخاص الموجودون في الداخل بأنه جرى فصل المجموعات ونقلها إلى غرف وطوابق أخرى، بهدف كسر وحدتهم وعرقلة التواصل والتنظيم الجماعي.

ويخبرنا أحد الأشخاص من الداخل: "نقلونا إلى هنا كنوع من العقاب، وهم ينشرون شائعات بين زملائنا في الطابق السفلي مفادها أن الذين نُقلوا إلى الأعلى ما هم إلا مجموعة من المافيا".

مع الميثاق الأوروبي الجديد، لم يعد الحق في اللجوء موجودًا. ونلاحظ زيادة يومية في أعداد طالبي اللجوء المحتجزين في باستروغور، الذين يتعرضون لعمليات رفض جماعية ويُجبرون على توقيع ما يسمى بـ"العودة الطوعية"، أو يواجهون بدلاً من ذلك الاحتجاز لمدة تصل إلى 18 شهرًا.

"لن نستسلم. سنواصل النضال والمثابرة حتى اللحظة الأخيرة، إن شاء الله. نحن دائمًا نطلق على بلغاريا اسم “بلغاريا الملعونة” بسبب قسوتها وعنصريتها".

نعلن تضامننا غير المشروط مع جميع الأشخاص الذين سُلبت منهم حرية التنقل. وفقط من خلال النضال المشترك من الداخل والخارج، سنهدم تلك الجدران. الحرية للجميع!

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(Български) ХОРАТА В ПЪСТРОГОР ПРОДЪЛЖАВАТ ДА СЕ СЪПРОТИВЛЯВАТ НА ПРИЛАГАНЕТО НА НОВИЯ ПАКТ ЗА УБЕЖИЩЕ

След бунта от 26 юли и последвалите репресии, хората в Пъстрогор продължават колективната си мобилизация с гладна стачка. На 12 и 13 август мнозинството от над 200-те задържани отново реши да откаже храната в знак на протест. Това демонстрира тяхната решимост да не приемат режима на лишаване от свобода, наложен на търсещите убежище след 12 юни.

Очевидец сподели с нас за свой приятел, сринал се психически след стачката: „Той не беше ял цял ден, бълнуваше, а когато дойде лекар, му удари шамар с думите, че нищо му няма, и отказаха да го откарат в болница [...]. Изведоха го навън [...] и го хранеха насила.“

Междувременно, присъствието на жандармеристи се превърна в ежедневно присъствие в този затвор. С балаклави и постоянни заплахи към задържаните, властите съзнателно създават атмосфера на психически натиск и терор. Освен това хората отвътре съобщават, че групите се разбиват и преместват в различни стаи и етажи, за да се унищожи единството им и да се блокират комуникацията и колективната организация.

Човек от затвора разказва: „Преместиха ни тук като наказание, а сред затворниците на долния етаж пускат слухове, че качените горе сме някаква мафия.“

С новия Европейски пакт правото на убежище практически вече не съществува. Всекидневно наблюдаваме нарастващ брой търсещи убежище, които биват задържани в Пъстрогор, сблъскват се с масови откази и биват принуждавани да подписват така наречените „доброволни връщания“ — или са заплашени с до 18 месеца затвор.

„Няма да се предадем. Ще се борим и ще издържим до последния възможен момент, ако даде Бог. Винаги наричаме България „проклетата България“ заради нейната жестокост и расизъм.“

Заставаме в безусловна солидарност с всички хора, чиято свобода на придвижване е отнета. Само чрез съвместна борба — отвътре и отвън — ще срутим тези стени. Свобода за всички!

(ENGLISH BELOW)Una rivolta delle persone in movimento detenute in base al nuovo Patto europeo è stata brutalmente repres...
07/08/2026

(ENGLISH BELOW)

Una rivolta delle persone in movimento detenute in base al nuovo Patto europeo è stata brutalmente repressa dalla polizia bulgara.

Nel centro di detenzione di Pastrogor, dopo settimane di mobilitazione delle persone in movimento contro la privazione della loro libertà, la repressione della polizia è ulteriormente aumentata domenica 26 luglio: le telecamere di sorveglianza sono state spente e i detenuti sono stati picchiati e torturati. Questo attacco rappresenta l'ennesimo esempio della violenza di Stato alle frontiere europee, che sta raggiungendo livelli senza precedenti dall'avvio, nel mese di giugno, dell'implementazione del Patto europeo sulla migrazione e l'asilo.

Per settimane, i detenuti di Pastrogor, a pochi chilometri dal confine con la Turchia, si sono mobilitati collettivamente per protestare contro la loro detenzione. Molti di loro hanno partecipato a uno sciopero della fame, rifiutando il cibo immangiabile fornito dall'Agenzia statale per i rifugiati. Alcuni hanno organizzato diverse contestazioni, rifiutandosi di lasciare la mensa e chiedendo cibo aggiuntivo e di migliore qualità. In risposta, almeno una persona è stata picchiata da un poliziotto, trattenuta in commissariato e costretta a firmare una dichiarazione di impegno a non partecipare ad alcuna futura protesta.

La rivendicazione centrale di questa mobilitazione non era soltanto il miglioramento delle insopportabili condizioni del campo di Pastrogor – come le infestazioni di parassiti e il caldo estremo – ma soprattutto la fine della detenzione stessa. In una lettera, molti detenuti hanno rivendicato il rilascio e il trasferimento in un centro di accoglienza aperto per richiedenti asilo. Hanno inoltre chiesto di poter accedere a informazioni legali sulle ragioni della loro detenzione e sulla sua durata, informazioni che le autorità responsabili della gestione del centro di detenzione hanno deliberatamente negato.

La mobilitazione si è intensificata il 26 di luglio, quando le persone hanno iniziato a scandire slogan come "Libertà, Hurriya" e "Open camp! Open camp!", riunendosi gioiosamente mentre all'esterno del centro di detenzione il Collettivo Rotte Balcaniche portava un saluto solidale. Contemporaneamente, alcune persone hanno tentato di evadere. Dopo questo intenso momento di protesta e solidarietà, i detenuti sono tornati nelle loro stanze. Un'ora più tardi, i rinforzi della polizia hanno fatto irruzione nell’edificio: con il volto coperto da passamontagna e dopo aver spento le telecamere, hanno picchiato brutalmente i prigionieri in un evidente atto di rappresaglia.

La vendetta è stata brutale: alcune persone hanno riportato decine di ematomi sul corpo dopo essere state colpite con i manganelli, subendo fratture alle mani alle gambe; altre sono state viste ricoperte di sangue; almeno una persona ha perso due denti dopo essere stata colpita con un pugno alla mascella da un poliziotto, e molto altro. Sono stati picchiati anche dei minori (che, per legge, non dovrebbero trovarsi in un centro di detenzione). Nel tentativo di nascondere le violenze commesse, la polizia ha distrutto un numero elevatissimo di telefoni, rendendo molto più difficile la comunicazione con e tra i prigionieri. Dodici persone sono state portate via dal centro, trattenute per 24 ore in una stazione di polizia, costrette a firmare dichiarazioni con cui si impegnavano a non prendere parte ad alcuna protesta in futuro e successivamente ricondotte a Pastrogor.

Dopo questi fatti, una persona reclusa afferma: “Abbiamo capito che il governo vuole trattenere le persone in un centro mentre le loro domande di asilo vengono esaminate. Tuttavia, mantenere i richiedenti asilo in un centro chiuso per un periodo fino a tre mesi è ingiusto. Se lo scopo è semplicemente quello di esaminare le loro domande di asilo, dovrebbero invece essere accolti in un centro aperto, dove possano vivere in libertà mentre le loro pratiche vengono valutate. Trattenere le persone in un centro chiuso in queste circostanze è inutile e ingiusto, e questa realtà deve essere resa pubblica”.

Il centro di Pastrogor è stato costruito nel 2012 come campo aperto per persone sottoposte alla procedura di richiesta di asilo. Nel dicembre 2025, per attuare il nuovo Patto europeo, le autorità bulgare hanno trasformato questo cosiddetto «centro di transito» in un centro di detenzione, un esito prefigurato dalla sua architettura carceraria e dal suo isolamento. Al suo interno viene applicata la nuova “aslyum border procedure”, uno stratagemma giuridico introdotto dal Patto che rafforza il ricorso alla detenzione prolungata delle persone in movimento. Inoltre, essa intensifica i rigetti sistematici e le deportazioni di massa, spesso attuate sotto forma di rimpatri “volontari” coercitivi con la collaborazione di Frontex e IOM.

Mentre la durata delle detenzioni continua ad allungarsi, la nuova procedura di frontiera impone un termine di appena sette giorni per presentare ricorso contro il diniego della protezione. Si tratta di un ostacolo particolarmente grave, considerata l’assenza di informazioni e di assistenza legale fornite dalle autorità bulgare.

La rapida attuazione del Patto ha provocato un forte aumento della reclusione delle persone in movimento in strutture di tipo carcerario. Nel solo centro di Pastrogor, il numero delle persone recluse è passato da poche decine prima del 12 giugno a oltre 220 alla fine di luglio. Si tratta di un'ulteriore escalation della guerra condotta dall'Unione europea e dai suoi Stati membri contro le persone in movimento. Normalizzando la detenzione su larga scala, questi centri rivelano sempre più chiaramente la loro natura di prigioni razziali.

Eppure le persone continuano a lottare e a resistere: attraversano le frontiere, scavalcano le reti, gridando “Open camp!” dietro alle sbarre dei centri di detenzione al confine tra Bulgaria e Turchia e dovunque.

Siamo con loro e la nostra solidarietà è incondizionata. Le loro rivendicazioni non resteranno inascoltate. Questi muri cadranno.

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An uprising of people on the move detained under new Pact procedure was brutally repressed by the Bulgarian police.

At the Pastrogor detention center, after people on the move have mobilized for weeks against the deprivation of their freedom, police repression escalated on Sunday July 26: surveillance cameras were switched off and detainees were severely beaten up and tortured. This attack is yet another example of state violence at European borders, which is reaching new levels since the implementation of the European Pact on Migration and Asylum started in June.

For weeks, the detainees in Pastrogor, a few kilometers from the border with Türkiye, collectively mobilized to protest against their detention. Many of them took part in a hunger strike, rejecting the inedible food given by the State Agency for Refugees. Some organized several sit-ins, refusing to leave the canteen demanding additional and more qualitative food. In reaction, at least one person was beaten up by a police officer, detained at the police station, and forced to sign a pledge not to take part in any future protests.

The central demand of this mobilization was not only an improvement of the unbearable conditions in Pastrogor camp – such as parasite infestations and extreme heat – but the end of their detention itself. In a letter, many detainees demanded to be released and transferred to an open reception center. They called for access to legal information about the grounds for their detention and its duration, which was actively withheld from them by the authorities managing the detention center.

The mobilization intensified on July 26 when people started to cheer slogans like "Freedom, Hurrya" and "Open camp! Open camp!", joyfully waving at each other while a solidarity action was carried out by Collettivo Rotte Balcaniche outside the detention center. At the same time, few people attempted to escape from the detention center. After this powerful moment of protest and solidarity, the detainees returned to their rooms. One hour later police reinforcement invaded their spaces: wearing balaclaves and turning off the cameras, they harshly beat up a lot of people in a clear act of revenge.

This retaliation was brutal: some people reported dozens of bruises on their bodies after being hit by batons, having their hand or leg broken, some were seen full of blood, at least one person has lost two teeth after being punched in the jaw by a police officer, and more. Minors (who legally should not be in a detention center) were also beaten up. In an attempt to hide their violence, police have smashed a very high number of phones, making the communication with and between the detainees much more difficult. Twelve people were taken away from the detention center, held in a police station for 24 hours, forced to sign pledges to not to take part in any riot in the future, and later brought back to Pastrogor.

After the events, one detainee points out: "We understand that the government may wish to keep people in a camp while their asylum applications are being processed. However, keeping asylum seekers in a closed camp for up to three months is unfair. If the purpose is simply to process their asylum claims, they should instead be accommodated in an open camp, where they can live with freedom while their cases are being reviewed. Holding people in a closed camp under these circumstances is unnecessary and unjust, and this reality should also be shared publicly".

Pastrogor center was created in 2012 as an open camp for people undergoing asylum procedures. In December 2025, to implement the new Pact, the Bulgarian authorities turned this so-called "transit center" into a detention one - an outcome inherent to its prison-like architecture and isolation. There, it is being conducted the newly introduced "asylum border procedure", a legal loophole that reinforces the mechanism of long-term detention of people on the move. Beyond, it intensifies systematic rejections and mass deportations that are often enacted as coercive "voluntary" returns with the support of Frontex and IOM.

While the length of detention is always prolonged, the asylum border procedure establishes a seven-day deadline for appealing the denial of protection. This is particularly challenging considering the scarcity of legal information and aid provided by the Bulgarian authorities.

The rapid implementation of the Pact has caused a sharp rise in the detention of people on the move in prison-like facilities. In Pastrogor alone, the detained population increased from just a few individuals before June 12 to over 220 by the end of July. This marks a further escalation in the war waged by European Union and its member countries against people on the move. By normalizing large-scale detention, these camps are revealing themselves as racialized prisons.

Yet people continue to struggle and resist by crossing borders, climbing fences, raising their voices, and shouting "Open camp!" from behind the bars of detention centers at the Bulgarian-Turkish border and everywhere else.

We stand in unconditional solidarity with them. Their demands will not go unheard. These walls will come down.

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