26/05/2026
QUANTE INFRASTRUTTURE PUÒ REGGERE UN TERRITORIO?
In questi giorni Antonio Di Pasquale ha posto una domanda che merita attenzione pubblica: quante volte deve essere “rafforzata” la dorsale adriatica?
Prima il Villanova - Gissi.
Poi il Gissi - Larino - Foggia.
Poi l’Adriatic Link.
Ora si parla anche del nuovo collegamento HVDC Foggia–Forlì.
Ogni nuova infrastruttura viene presentata come strategica, necessaria, indispensabile per la sicurezza della rete, per l’integrazione delle fonti rinnovabili e per il miglioramento del sistema elettrico nazionale.
Ma il punto, per i territori, non può essere solo questo.
Il punto è capire se esista davvero una valutazione complessiva degli effetti che questa continua infrastrutturazione produce sui crinali, sulle aree interne, sui paesaggi appenninici, sui terreni agricoli, sugli usi civici, sulla viabilità, sugli immobili, sulle aziende, sulla biodiversità e sulle comunità locali.
Non mancano singoli procedimenti.
Non mancano singole carte.
Non mancano singole autorizzazioni.
Quello che manca, o che comunque non emerge con sufficiente chiarezza nel dibattito pubblico, è un quadro unitario e comprensibile dell’impatto cumulativo.
Perché elettrodotti, cavidotti, stazioni elettriche, impianti eolici, cantieri, servitù e nuove opere di connessione non sono elementi separati nella vita reale di un territorio.
Nella vita reale si sommano.
Si sommano sul paesaggio.
Si sommano sulla viabilità.
Si sommano sul consumo di suolo.
Si sommano sulle attività agricole.
Si sommano sulla percezione dei luoghi.
Si sommano sulla possibilità stessa di immaginare uno sviluppo diverso per le aree interne.
La transizione energetica non può essere ridotta a una somma di procedimenti separati, valutati uno alla volta, come se ogni opera nascesse nel vuoto.
Serve una visione complessiva.
Serve pianificazione.
Serve trasparenza.
Serve una valutazione seria dei costi e dei benefici, non solo per il sistema elettrico nazionale, ma anche per le comunità locali che subiscono gli impatti.
I territori dell’Appennino e dell’Adriatico interno non possono essere trattati come semplici corridoi energetici o piattaforme di servizio.
Possono contribuire alla transizione, certo.
Ma non possono essere caricati all’infinito di nuove infrastrutture senza una discussione pubblica vera, senza una valutazione cumulativa chiara e senza un ritorno concreto, ambientale, economico e sociale per le comunità che quei luoghi li abitano.
La domanda posta da Antonio Di Pasquale riguarda quindi tutti noi.
Perché prima ancora di discutere di una singola opera, bisognerebbe avere il coraggio di guardare il quadro intero.
Trovate il link al post di Antonio nel primo commento qui sotto!