14/02/2026
Eravamo seduti a parlare del più e del meno. Come sempre.
A un certo punto è uscito fuori il nome di una ragazza che qualcuno conosceva.
Si sottolineava che fosse uscita con più persone.
Niente di che, in realtà. Ma qualcuno ha commentato:
“Eh vabbè, tanto è una facile.
Qualcun altro ha aggiunto:
“Sì, lo sanno tutti.”
Risatine. Spallucce.
La conversazione stava andando avanti così.
Poi un mio amico ha detto:
“Ma scusate… perché?”
Qualcuno ha risposto:
“Come perché?”
“Perché la stiamo definendo così?”
Silenzio breve.
Poi: “Dai, hai capito… esce con mezzo mondo.”
Lui: “E quindi?”
Un altro: “Se fosse un ragazzo non diremmo la stessa cosa.”
“Appunto.”
Qualcuno ha provato a ridere: “Eh ma è diverso.”
“Diverso cosa?”
Nessuno aveva una risposta chiara. Solo frasi vaghe:
“È diverso e basta.”
“Dai, lo sappiamo.”
Lui non stava litigando.
Non stava facendo la morale.
Continuava solo a fare domande.
“Se un nostro amico facesse lo stesso?”
“Sarebbe ‘uno che si diverte’ o ‘uno facile’?”
“Beh, uno che si diverte.”
“E lei invece diventa un’etichetta?”
La conversazione ha iniziato a cambiare.
Non c’erano più battute.
Uno ha detto:
“Vabbè ma è sempre stato così.”
E lui: “Il fatto che sia sempre stato così lo rende giusto?”
E lì ci siamo accorti che non sapevamo davvero rispondere.
Perché fino a quel momento le parole erano uscite automatiche.
“È una facile.”
“È fatta così.”
“Lo sanno tutti.”
Frasi dette mille volte. Sentite mille volte. Mai spiegate.
Quando lui ha chiesto:
“Ok, ma cosa vuol dire davvero?”
Abbiamo provato.
“Vuol dire che… esce con tanti.”
“E quindi?”
“Che… non si rispetta.”
“Cosa significa non rispettarsi?”
Silenzio. Più provavamo a spiegare, più ci rendevamo conto che stavamo girando in tondo.
Non stavamo descrivendo qualcosa. Stavamo giudicando.
E quel giudizio, non sapevamo da dove venisse.
Non era successo qualcosa di grave.
Non aveva fatto del male a qualcuno.
Aveva solo fatto scelte che, se fatte da un ragazzo, non avrebbero richiesto spiegazioni.
A quel punto uno di noi ha detto:
“Ok, ma allora cosa ci dà fastidio davvero?”
Non il comportamento. Non i fatti.
L’idea.
L’idea che una ragazza non dovrebbe potersi muovere con la stessa libertà senza diventare una storia da raccontare.
E lì abbiamo capito che quelle parole non servivano a descrivere lei.
Servivano a rimetterla dentro un confine.
Solo che quel confine non sapevamo nemmeno nominarlo.
Così le abbiamo addossato un marchio.
✅“Prima il perché, poi le parole.”
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(La fotografia utilizzata è a scopo dimostrativo e non ritrae persone reali coinvolte)
“Campagna interna al progetto realizzato con il contributo della Regione Autonoma della Sardegna, Direzione generale delle Politiche Sociali”