31/08/2026
Preparatevi per questo splendido libro (di Natali Shaheen e Paola Pilisio) in uscita a settembre 🇵🇸🍉
Yallajò, la tavola che unisce è il titolo del nuovo libro di Natali Shaheen e Paola Pilisio. Una pubblicazione dove la prima racconta, la seconda scrive e insieme, cucinano. L'esito è molto più di un libro di ricette: sono storie di piatti e storie di donne che si ritrovano insieme nonostante l’occupazione, la separazione e l’emigrazione, continuando a resistere attraverso i fuochi, gli ingredienti, i gesti ripetuti. In cucina custodiscono l’amore per la terra, cercando di affermare la propria esistenza proprio quando tutto sembra congiurare per cancellarla.
«Scrivere di loro e con loro mi ha messo davanti a scelte, dubbi e paure, come quella di cadere nella banalità del quotidiano» spiega Paola Pilisio. «Spesso l’immagine della donna mediorientale viene cristallizzata in due poli: o la vittima sottomessa e addolorata, o un esotico lontano. Ho cercato, anche grazie a loro, di puntare alla "normalità", che è l'arma più affilata contro il pregiudizio: su ciò che rende Lilian, Aida, Liza, Natali, Tamara e Riham donne universali, pur nella loro profonda e orgogliosa identità palestinese».
«Un'universalità che affonda le radici in un terreno comune, quello mediterraneo, da cui questo libro trae parte della sua ispirazione. Alcuni ingredienti hanno attraversato queste acque per secoli - olio, grano, legumi - molto prima dei confini, dei documenti, dei muri, dei checkpoint. Le ricette viaggiavano e si adattavano insieme alle persone, ai commerci, alle migrazioni, alle fughe».
In Yallajò la cultura resta un ponte, anche quando tutto sembra volerlo interrompere. C'è il labane - لبنة che è forse il piatto più semplice da realizzare, ma anche uno dei più versatili e sta bene con tutto: da solo, spalmato sul pane con lo zaa'tar o il sommacco, con frutta secca o fresca, con datteri o un filo d’olio, con affettati. Racconta una cucina, quella palestinese, capace di adattarsi alle circostanze e di trasformare la necessità.
«Soprattutto oggi, in un tempo in cui la mia terra è ferita e la nostra voce rischia di essere soffocata, cucinare è per me il modo più autentico per dire al mondo che esistiamo, che la nostra cultura resiste e che la nostra tavola è sempre aperta, nonostante tutto», spiega Natali Shaheen.
«Ho capito che raccontare queste ricette non significa soltanto trasmettere una tecnica, ma affidare alle pagine una parte della mia casa, perché continui a vivere e non venga dimenticata».
Tra i capitoli, quello dedicato al cibo della guerra. Qui l'alimentazione assume un significato ancora più profondo, diventando una forma di resistenza e sopravvivenza.
«Ricordo quando, all'inizio del conflitto più recente che ha coinvolto la regione, abbiamo chiamato Lilian, la madre di Natali - racconta Pilisio - lei e Liza stavano preparando attivamente scorte: labane sott'olio, lupini, verdure sotto aceto, e conservando foglie di malban (il succo d’uva pressato e poi solidificato in una sorta di dolce conservabile). Cibi pensati per durare, che non richiedono frigorifero. È quello che chiamano con una lucidità disarmante, il “cibo della guerra” a cui, purtroppo, sono abituati da generazioni, come già durante la Seconda Intifada».
Nel libro vengono definiti "simboli di continuità e ingegno", il labane così come gli altri cibi che fanno la grammatica dei sapori di un popolo che da decenni resiste a oppressione e genocidio. Un viaggio andata e ritorno che entra nelle case di Gerico, Betlemme e Hebron per ricordare cosa si continua a difendere, quando tutto il resto sembra voler essere cancellato.
Magnum-Edizioni