23/09/2026
Sassari, oltre la propaganda ( Post Lungo)
Dopo la pausa estiva rientriamo con alcune riflessioni su ciò che ha caratterizzato un’estate che non tende a finire.
E allora parliamo di Sassari. Di una città che continua a vivere senza una vera visione, sospesa tra annunci, propaganda e una narrazione politica che finisce per sostituire i risultati. La stessa propaganda che per anni è stata giustamente criticata oggi diventa, per alcuni, uno strumento ordinario per fare politica.
Basta però fare due passi per la città per tornare alla realtà.
In diverse vie di Sassari si sente ancora, pesantemente, il puzzo di urina. Certo, anche il cittadino deve fare la sua parte, il decoro urbano non è una responsabilità esclusiva dell’amministrazione. Ma non possiamo far finta che bastino le pulizie straordinarie, quelle da fotografare, comunicare e utilizzare per vantarsi di una città finalmente “ripulita”. La manutenzione ordinaria, quella quotidiana, quella che non fa notizia ma determina davvero la qualità della vita, latita.
E la vivibilità di una città non si misura soltanto contando gli eventi organizzati.
Vivibilità significa strade e marciapiedi decorosi, illuminazione adeguata, verde pubblico curato, spazi pubblici fruibili, servizi efficienti, pulizia costante, sicurezza percepita, trasporti che funzionano, quartieri che non siano periferie dimenticate. Significa poter vivere la propria città ogni giorno, non soltanto durante una festa o davanti a un palco.
E poi c’è un altro aspetto da sottolineare. Purtroppo, pare che oggi si possa presentare anche il miglior programma del mondo, ma in un contesto socioeconomico depresso come quello sassarese, alla fine vincerà sempre chi promette ancora di più.
Magari la raccomandazione per entrare a lavorare alla nettezza urbana. O per ottenere un posto in qualche cooperativa. O, più semplicemente, la promessa di un favore.
Questo è il vero problema.
Il voto clientelare non è una questione che appartiene soltanto a una parte politica. È un fenomeno trasversale. Ma c’è chi, storicamente, ha combattuto questo modo di fare politica e che oggi, paradossalmente, sembra esserne diventato uno dei principali interpreti.
Il meccanismo è tanto semplice quanto devastante. La depressione socioeconomica del territorio finisce per condizionare una parte dei cittadini, rendendoli più vulnerabili alle promesse di chi detiene il potere. Cittadini che, in molti casi, non vanno nemmeno più a votare. Altri che partecipano alla cosa pubblica soltanto quando c’è un interesse personale da ottenere. Un do ut des, io do qualcosa a te e tu dai qualcosa a me.
E così la politica smette di essere una visione collettiva e diventa una trattativa privata.
Poi guardiamo Sassari e ci chiediamo perché non vada avanti.
Ci esaltiamo per le festicciole musicali, per i grandi concerti di fine anno, per gli eventi che certamente sono importanti e capaci di creare momenti di socialità. Ma non raccontiamoci che questo, da solo, faccia di Sassari una città attrattiva e vivibile.
Una città attrattiva è quella in cui un giovane sceglie di restare perché trova opportunità, servizi e prospettive. È quella in cui un’impresa sceglie di investire perché trova infrastrutture, tempi amministrativi ragionevoli e un ambiente favorevole. È quella in cui un anziano può muoversi senza difficoltà, una famiglia può vivere i quartieri senza sentirsi abbandonata, un turista trova una città pulita e curata anche lontano dalle vetrine degli eventi. È una città in cui il centro e le periferie vengono considerati parte dello stesso progetto.
Il problema è che a Sassari continuiamo troppo spesso a confondere l’annuncio con il risultato, l’evento con la politica urbana, la comunicazione con l’amministrazione.
E soprattutto continuiamo a rimuovere la domanda più scomoda: che città vogliamo costruire e per chi?
La politica deve offrire soluzioni concrete per superare questa condizione di fragilità socioeconomica, altrimenti la città resterà intrappolata nello stesso meccanismo.