08/06/2026
Randagismo, l’emergenza infinita.
Trentacinque anni dopo la legge 281, chi ha davvero interesse a risolverla?
Quando nel 1991 venne approvata la Legge n. 281, il legislatore immaginava un percorso chiaro: contrastare il randagismo attraverso prevenzione, anagrafe canina, identificazione obbligatoria, sterilizzazioni, educazione alla cura responsabile degli animali e promozione delle adozioni.
L’obiettivo era ambizioso ma preciso: superare progressivamente un fenomeno che rappresentava non soltanto un problema di tutela animale, ma anche una questione sanitaria, sociale e culturale.
A oltre trentacinque anni di distanza, tuttavia, il randagismo continua a essere una delle principali emergenze italiane in materia di benessere animale.
Le cronache raccontano ancora di abbandoni, cucciolate indesiderate, cani vaganti e strutture di ricovero sovraffollate.
Una realtà che interessa l’intero Paese,in maniera diversa, ma che assume dimensioni particolarmente rilevanti in molte aree del Mezzogiorno, compresa la Puglia.
La domanda che emerge spontaneamente è tanto semplice quanto scomoda: come è possibile che, dopo oltre tre decenni di norme, regolamenti, finanziamenti pubblici e campagne di sensibilizzazione, il fenomeno continui a presentare caratteristiche emergenziali?
La Legge 281 non era stata concepita per riempire i canili. Al contrario, nasceva per ridurre progressivamente il numero degli animali destinati a entrarvi.
Microchip, registrazione in anagrafe, controlli sul territorio, sterilizzazioni e responsabilizzazione dei proprietari rappresentavano gli strumenti fondamentali per interrompere il ciclo continuo di nascite incontrollate, abbandoni e nuovi ingressi nelle strutture di ricovero.
Eppure, in molte realtà, il sistema sembra essersi progressivamente concentrato sulla gestione delle conseguenze anziché sulla rimozione delle cause.
I canili rappresentano certamente una risposta indispensabile per garantire assistenza e tutela agli animali recuperati sul territorio. Svolgono una funzione essenziale e spesso ospitano operatori e volontari che dedicano quotidianamente tempo, energie e competenze alla cura degli animali.
Ma i canili non sono il problema.
Sono la conseguenza del problema.
Il randagismo nasce altrove: dall’abbandono, dall’omessa identificazione degli animali, dalle cucciolate indesiderate che nessuno controlla, dall’assenza di programmi strutturati di sterilizzazione e da una cultura che troppo spesso continua a considerare gli animali come oggetti di proprietà anziché come esseri senzienti.
Per questo il dibattito non dovrebbe concentrarsi esclusivamente sulle strutture ufficiali, che sono sottoposte a normative, controlli e verifiche periodiche.
L’attenzione dovrebbe estendersi anche a tutto ciò che si muove al di fuori dei circuiti istituzionali e che spesso sfugge a qualsiasi forma di monitoraggio: detenzioni non censite, ricoveri improvvisati, accumuli di animali e realtà informali prive di reale tracciabilità.
Esiste infatti un mondo sommerso che raramente compare nelle statistiche ufficiali ma che incide concretamente sulla gestione del fenomeno.
Ed è proprio in queste zone grigie che spesso si concentrano alcune delle criticità più difficili da affrontare.
Parallelamente, cresce la riflessione sul modello adottato in questi anni.
Se dopo oltre tre decenni il numero degli animali presenti nei canili sanitari e nei rifugi continua a essere elevato, è legittimo chiedersi quanto si stia investendo nella prevenzione rispetto a quanto venga destinato alla gestione dell’emergenza.
È altrettanto legittimo domandarsi se la programmazione territoriale sia realmente orientata alla riduzione del fenomeno oppure se troppo spesso ci si limiti a contenerne gli effetti.
Non si tratta di interrogativi polemici, ma del punto di partenza di qualsiasi analisi seria.
Perché il randagismo non può essere affrontato soltanto quando il cane è già in strada.
Occorre intervenire prima.
Molto prima.
Eppure, nonostante le difficoltà, esistono esperienze che dimostrano come un percorso diverso sia possibile.
A Santeramo in Colle è stato avviato il progetto sperimentale “Io Con-Fido Oltre le Gabbie. Libertà e Convivenza Possibile”, un’iniziativa che prova a riportare al centro proprio quei principi che la Legge 281 aveva indicato fin dall’inizio e che troppo spesso sono rimasti sulla carta.
Il progetto si fonda sulla prevenzione, sull’identificazione degli animali, sulle sterilizzazioni, sul monitoraggio costante del territorio e, laddove le condizioni lo consentano e nel rispetto della sicurezza pubblica e del benessere animale, sulla reimmissione controllata.
L’obiettivo non è semplicemente trovare una “sistemazione” agli animali già presenti nel circuito del randagismo.
L’obiettivo è impedire che nuovi animali vi entrino continuamente.
I primi risultati ottenuti in pochi mesi sembrano confermare che affrontare le cause produce effetti concreti: riduzione delle nascite incontrollate, maggiore conoscenza del territorio, migliore tracciabilità degli animali e una gestione più sostenibile ed etica delle risorse.
Se gli strumenti normativi esistono, se le competenze esistono e se esistono esperienze capaci di produrre risultati tangibili, allora cosa manca ancora?
Forse occorre il coraggio di abbandonare definitivamente una visione che considera il randagismo un’emergenza da amministrare e iniziare a trattarlo come un problema da risolvere.
Forse è necessario investire maggiormente nella prevenzione invece di limitarsi a gestire le conseguenze.
Forse bisogna costruire una rete più efficace tra istituzioni, servizi veterinari asl , associazioni, veterinari liberi professionisti, cittadini e territori.
Forse, semplicemente, occorre applicare fino in fondo ciò che la legge aveva già previsto oltre trent’anni fa.
Perché il vero interrogativo non è se il randagismo possa essere sconfitto.
Le esperienze positive dimostrano che può essere ridotto in modo significativo.
La vera domanda è un’altra.
Siamo davvero disposti a mettere in campo tutto ciò che serve per eliminarne le cause?
Siamo pronti a investire nella prevenzione con la stessa determinazione con cui affrontiamo le emergenze?
Siamo disposti a guardare oltre i cancelli dei canili e interrogarci su ciò che accade prima che un animale finisca in una struttura?
E soprattutto, siamo pronti ad accettare che il problema non riguarda soltanto gli animali, ma il modello di società che abbiamo costruito?
Perché il grado di civiltà di una comunità non si misura soltanto da come protegge i più forti.
Si misura soprattutto da come sceglie di tutelare chi non ha voce.
Le risposte non si trovano nei regolamenti, nei bilanci o nelle dichiarazioni di principio.
Le risposte si trovano nelle scelte quotidiane che istituzioni, cittadini e territori decidono di compiere.
Forse, dopo oltre trentacinque anni, è arrivato il momento di smettere di considerare gli animali come numeri da gestire, costi da sostenere o emergenze da contenere.
Forse è tempo di tornare allo spirito originario di una legge che aveva intuito una verità semplice ma fondamentale: il rispetto per gli animali non si misura dalla quantità di gabbie che siamo in grado di costruire, ma dalla capacità di creare le condizioni affinché possano vivere una vita dignitosa, tutelata e riconosciuta nel loro valore di esseri senzienti.
La domanda finale, allora, non riguarda soltanto il randagismo.
Riguarda noi.
Che società vogliamo essere?
Una società che continua a rincorrere le emergenze o una comunità capace di prevenire, educare, rispettare e prendersi cura?
La risposta, come sempre, non è scritta nelle leggi.
È scritta nelle scelte che decidiamo di compiere ogni giorno.
Mariella Digirolamo
Presidente ANPA Santeramo