07/02/2026
Avevo quindici anni quando la mia vita ha imparato una parola nuova: altrimenti.
Non arrivò come una frase sussurrata sottovoce, ma come un rumore secco, definitivo. Un istante che spacca il tempo in due: da una parte ti lascia ciò che eri e dall’altra ciò che dovrai inventarti per sopravvivere.
In quel giorno persi la mano destra.
E con lei persi, per un po’, anche cose che nessuno considera “cose” finché non mancano: il modo in cui saluti senza pensarci, la sicurezza di scrivere il tuo nome con rabbia o con amore, la possibilità di stringere forte la mano di un amico e sentire che, qualunque cosa succeda, non sei solo.
A quindici anni una mano è una lingua. Parla quando non sai parlare. Ti difende quando hai paura. Ti tradisce quando tremi. Io, invece, mi ritrovai con un silenzio attaccato al braccio: un vuoto che faceva più rumore di tutto il resto.
All’inizio provai a fare finta di niente. È una bugia che conoscono bene quelli che soffrono: sorridi, annuisci, dici “va tutto bene” e intanto ti alleni a non guardare, a non farti guardare.
Perché non è solo ciò che perdi. È lo sguardo degli altri, che si perde nella pietà… nella curiosità… nell’imbarazzo... E tu ti senti “meno” senza che nessuno te lo dica davvero.
Poi un giorno, in una mattina qualunque, mi accorsi che il dolore aveva una seconda voce. Non parlava di assenza ma di costruzione. Come se mi dicesse: “Se ti manca un pezzo, non devi diventare un pezzo mancante. Devi diventare qualcuno che crea.”
E così feci.
Negli anni ho imparato che la tecnologia può essere una carezza. La plastica colorata può diventare dignità; un progetto, se nasce dall’amore, smette di essere un oggetto e diventa un gesto. Ho iniziato come volontario, ho conosciuto storie di bambini nati con agenesia, di adulti che avevano già perso troppo, di famiglie che sorridevano in pubblico e piangevano in macchina tornando a casa.
E ogni volta vedevo la stessa scena, uguale nelle sue singolarità: un bambino che ci prova. Che prova ad afferrare una penna, un bicchiere, un giocattolo. Non ci riesce e allora guarda la mamma. E la mamma guarda lui. E in quel secondo, senza parole, si scambiano un dolore antico: quello di sentirsi impotenti.
È lì che ho capito una cosa che non mi ha più lasciato: una “manina” non è solo un attrezzo, non è un oggetto “utile”. È un confine che si sposta. È la frase che finalmente qualcuno dice a quel bambino (quel bambino vuole sentirsi dire): “Tu sei intero. Tu puoi.”
Quando consegni una protesi personalizzata, consegni un futuro che fino a ieri sembrava vietato. Vedi gli occhi che prima cercavano scuse e ora cercano sfide. Vedi una mano che non c’era e che, improvvisamente, diventa possibilità. La prima volta che un bambino afferra qualcosa, spesso non è l’oggetto a tremare: è il mondo. Perché in quella stanza non nasce solo un movimento nuovo. Nasce una vita nuova. (Una vita di gesti, emozioni, amore.)
Da questo nasce ABILITA APS – Associazione per la Progettazione Inclusiva e l’Eliminazione di Barriere Architettoniche.
Siamo un’associazione del Terzo Settore iscritta al RUNTS, riconosciuta ufficialmente dalla Regione Campania con Decreto Dirigenziale RUNTS n. 60 del 26/01/2026.
ABILITA vuole essere ed è una promessa, non è un nome scelto per suonare bene.
Ma se dovessi spiegare chi siamo senza burocrazia, direi così: siamo persone che trasformano ferite in ponti.
Progettiamo e realizziamo dispositivi protesici personalizzati per bambini e adulti con agenesia o amputazioni traumatiche e soluzioni volti ad eliminare le barriere architettoniche. Li progettiamo pensando ai loro sogni, non solo alle loro misure. Li realizziamo per farli sentire unici, non “aggiustati”. E soprattutto li doniamo gratuitamente, perché la speranza non può avere un prezzo, e nessuna famiglia dovrebbe scegliere tra la serenità di un figlio e una spesa che non può permettersi.
Ogni volta che firmiamo una consegna, io ripenso al ragazzo che ero. A quel quindicenne che aveva paura di come sarebbe stato amato, di come sarebbe stato guardato, di come avrebbe potuto “valere”.
Senza paura, con fierezza, vorrei dirgli: “Un giorno userai la tua mancanza per riempire la vita degli altri.”
Ogni volta, succede qualcosa che non mi abitua mai.
Il bambino prova la manina.
La muove.
Fa una smorfia di concentrazione.
Fallisce.
Riprova.
Poi, all’improvviso, afferra.
E in quell’istante non vedi solo la sua gioia: vedi anche quella del padre che si gira di lato per non farsi notare, perché un uomo piange in silenzio quando finalmente può smettere di sentirsi in colpa. Vedi la mamma che ride e singhiozza insieme, perché per la prima volta immagina davvero suo figlio grande, autonomo, libero.
Senti l’aria cambiare, come quando arriva la primavera senza chiedere permesso.
È lì che capisci che non stai regalando una mano, ma una carezza che prima non poteva essere data.
Ma per continuare a farlo, abbiamo bisogno di te.
Vogliamo acquistare hardware di ultima generazione per creare dispositivi sempre più precisi, leggeri e resistenti.
Vogliamo andare oltre le barriere architettoniche, sensoriali e digitali, sviluppando soluzioni ingegneristiche e facendoci carico anche di iter burocratici e costi che spesso schiacciano le famiglie.
Vogliamo che la gratuità resti totale, perché ogni sorriso che nasce da una consegna deve restare pulito, senza fatture a rovinare la felicità.
Vogliamo, insieme.
Ecco perché il tuo 5×1000 può diventare un gesto d’amore.
Non ti costa nulla, ma per un bambino significa tutto: una mano tesa verso il futuro. La tua, la sua.
CODICE FISCALE ABILITA APS: 93140550612
IBAN per donazioni: IT69S0306909606100000413615