“Art.27 Legalità Giustizia e Libertà per la certezza del reinserimento nella società”
Ancora oggi il simbolo più comune della Giustizia è quello di una donna bendata che regge con una mano una bilancia in perfetto equilibrio, e con l’altra mano una spada. Non a caso “bilancia” in sanscrito si pronuncia “tula”, termine che evoca la Terra Sacra Primordiale, o Iperborea, chiamata “Thule”, da cui si fa derivare la Tradizione Unica che alimenta tuttora la coscienza spirituale collettiva.
Giustizia, il mezzo; Equità, il fine. L’insieme lo si potrebbe definire il compimento e l’assolvimento della missione stessa: ordine e armonia dal Caos.
Ma è proprio per questa altisonante definizione, con tutte le sue notevoli valenze simboliche, che la realizzazione di Giustizia ed Equità in questa nostra società rischia di rivelarsi più un’utopia che un concreto risultato effettivamente raggiungibile come la certezza del reinserimento sociale delle persone, cittadini e cittadine, condannate.
E quando – come accade spesso in un percorso “rivoluzionario” contrassegnato sia da grandi ideali che da affermazioni simboliche che si vorrebbero trasformare in vivibili conquiste – ci si ritrova sospesi fra Utopia e Realtà, l’unica concreta possibilità per dare un senso compiuto alle nostre aspirazioni, è verificare e misurare l’approssimazione con cui ci avviciniamo, o può accadere che ci allontaniamo, da questi nostri principi assoluti: Legalità Giustizia e Libertà, così come descritto nell’art.27 della Costituzione italiana.
Può quindi risultare molto deprimente dover constatare quanta “Giustizia Ingiusta” via sia nella nostra vita quotidiana e nella vita giudiziaria, e quanta Iniquità si stia conseguentemente determinando nella nostra società, sempre più divisa e discriminante fra classi sociali ed economiche, fra gruppi etnici, fra appartenenze politiche. Il “ricco” che può utilizzare tutti i cavilli e le scappatoie delle procedure giudiziarie, grazie a stuoli di “principi del foro” arruolati in sua difesa, per ottenere prescrizioni o sospensioni delle pene, rende penoso e risibile il motto che campeggia in ogni tribunale “La Legge è Uguale per Tutti”; in realtà non è così, non può essere così, perché se quelle cavillose scappatoie esistono è perché l’ordinamento giudiziario, civile e penale, e le leggi e i decreti attuativi e le interpretazioni dei magistrati, inquirenti e giudicanti, permettono che esistano, ben consapevoli che solo pochi privilegiati potranno usufruirne. Se fossero pensate per tutti i comuni cittadini, probabilmente in Italia non esisterebbe alcun problema di sovraffollamento carcerario come anche della recidiva. Quindi dove si genera tanta Ingiustizia, fatalmente si crea altrettanta Iniquità. E questo non accade solo in Italia.
C’è piuttosto da domandarsi solo se coloro che operano in seno alla giustizia, dagli avvocati ai magistrati, dal personale penitenziario amministrativo a coloro che vestono la divisa della Polizia Penitenziaria, dai rappresentanti della società come anche i “volontari-visitatori” e coloro che portano il conforto della fedi religiose, possano o vogliano costituire un argine o un antidoto a questa preoccupante china della giustizia in Italia dove si richiede il rispetto delle sentenze, civili e penali, dove si reclama a gran voce la “certezza dell’esecuzione della pena” dimenticandosi però che la “certezza” dovrebbe , anzi deve, essere quella del reinserimento sociale (e non dell’esclusione sociale).
Probabilmente non vi sono nemmeno le condizioni per essere ascoltati da un mondo politico che non traccia più rotte ideali ma naviga solo a vista con la bussola puntata esclusivamente su opportunità del momento e vantaggi elettorali; ma si è inascoltati anche da una società che, stressata da mille problemi economici, sembra essersi assuefatta e rassegnata all’ingiustizia, senza più nemmeno la forza o la volontà di sdegnarsi.
Parliamo di uno sdegno realmente sentito sul piano della propria morale individuale, e non di sdegni collettivi serviti dalla stessa politica tramite i mass media come piatti precotti, senza alcuna riflessione personale, per sentirci tutti apparentemente più “giusti” o desiderosi di giustizia di fronte a qualche delitto particolarmente atroce, o qualche scandalo che si fa di tutto per far apparire come episodico, e non sistematico, per lasciarci almeno la speranza che scoperto un caso (ormai non ci si domanda più il “perché” abbia avuto luogo ma solo se e come sarà poi effettivamente sanzionato) non se ne verifichino più di simili.
Senza contare poi che la stessa figura del Giudice è fortemente messa in discussione. La sua indipendenza tradotta come potenziale arbitrarietà. La sua funzione che dovrebbe essere strettamente sociale interpartes, concepita e denunciata sempre più spesso come azione politica e di parte. Fondate o meno che siano queste critiche e queste accuse, la ferita nella credibilità generale della giustizia si è ormai creata. Oggi più che mai si vorrebbe questa figura al riparo di qualsiasi influsso partitico.
Ma soprattutto, visto che le nostre sentenze definitive della Corte di Cassazione sono di carattere “interpretativo” e non “applicative” per tutti i casi analoghi, sarebbe necessario che il giudizio fosse esercitato non solo sulla base di una ferrata conoscenza tecnica della complessità delle leggi, ma anche di un’adeguata esperienza di vita. Una volta al rango di Giudice si giungeva dopo aver molto vissuto (rispettando il sacro ritmo ternario dello sviluppo e dell’esistenza: nascere, maturare e quindi offrire i propri frutti alla società). Attualmente accade invece che approdino in magistratura giovani, sia pure dotati di una notevole conoscenza tecnica del diritto, ma ancora piuttosto acerbi di vita vissuta. E fra l’altro la natura stessa della preparazione cui devono sottoporsi finisce per immergerli per qualche anno in una crisalide di studio mnemonico che praticamente li isola dai loro coetanei e dal resto della società.
Nasce anche da questo la percezione di una giustizia avulsa dalle contingenze quotidiane della vita, e non sempre ritenuta in grado di interpretarle in modo coerente. Probabilmente al rango di Giudice sarebbe più giusto giungere attraverso un percorso simile a quello iniziatico, che preveda la maturazione di varie esperienze in diversi ambiti della società (qualcuno ha perfino postulato, seriamente, che nel corredo esperienziale di un Giudice dovrebbe rientrare perfino una prova di detenzione in un carcere del proprio paese, per avere una chiara visione delle pene che sentenzierà in seguito).
Come è possibile che si sia giunti ad una situazione simile in un Paese, il nostro, considerato la patria stessa del Diritto? C’è una sola credibile risposta a questa domanda: e cioè che si sia smarrito il senso stesso della Giustizia, e che non vi siano più simboli, raffigurazioni, esplicazioni che consentano di ritrovarlo.
Ed è qui che l’opera della Associazione di Promozione Sociale “Art.27 Legalità Giustizia e Libertà per la certezza del reinserimento nella società” può avere un ruolo insostituibile.
Come è accaduto tante altre volte nella storia delle nazioni e delle istituzioni democratiche (basta pensare alla genesi delle moderne costituzioni), è proprio dall’associazionismo sociale che possono riaffiorare ed attecchire nuovamente nella società valori e principi fondamentali. Ancora ci sono cittadini operosi che vogliono continuare a difenderli, farli risvegliare in seno alla società civile per avere un maggior senso di Giustizia, ma soprattutto farla diventare materia viva, costitutiva della società, perché il valore archetipo della Legalità, della Giustizia devono abbracciare il desiderio di Equità e non possono non essere elementi primigeni delle società libere e democratiche, altrimenti la stessa società, libera e democratica, si autodistruggerà.
La spada brandita dalla Giustizia indica sia la forza in difesa della Legge che la capacità di separare il Giusto dall’Ingiusto; l’ago della bilancia, lo strumento misuratore del Bene e del Male compiuto. Ma la Giustizia, oltre alla bilancia ed alla spada, è dotata di due pugnali: uno rivolto alla difesa degli innocenti, l’altro come monito per i colpevoli. Per cui se l’imperfezione della natura umana porta ad infrangere questo codice morale, la prima funzione della Giustizia non è solo la misurazione della colpa, o la sua soppressione e la sua punizione; ma è anche suo compito capire il “perché” e fare di tutto per ristabilire l’armonia e l’egregoro che una determinata azione ha infranto. La Giustizia non ricerca e non è ricerca della vendetta. La giustizia profana spesso ritiene che il dolore di una punizione possa risarcire e pareggiare il dolore subito dalla società e dalle vittime di un reato. A talune latitudini (per esempio negli Usa, come in Iran, o in Cina) si ritiene ad esempio, con la pena di morte, che una vita possa risarcire un’altra vita. In realtà non si ottiene mai un pareggio, ma il doppio delle morti, o il doppio del dolore. La Giustizia deve invece assolutamente puntare al pareggio: pareggio che non sempre può essere dato dal semplice bilanciamento di torti e ragioni, da colpa ed espiazione. I veri elementi di questo pareggio sono il pentimento per l’azione a-sociale compiuta ed il perdono sociale concesso, la consapevolezza dell’errore commesso dal reo e la tolleranza sociale nel biasimarlo. Il risultato finale del giudizio: il ripristino dell’armonica equità sociale in ciascuna comunità. La Giustizia deve avere cioè la capacità di ricostruire finemente la trama ed il tessuto della convivenza e dell’armonia sociale, trama che deve alla fine comprendere sempre sia l’accusato che l’accusatore, portandoli ad una sintesi di reciproca comprensione. E quando non ci si riesce, non solo fallisce la Giustizia, ma falliscono anche i principi che reggono una società civile e democratica e il danno grava su tutta la comunità.
La deterrenza principale dai reati non può essere la pena anche più estrema (si è già visto che non funziona), bensì la prevenzione del crimine stesso. Prevenzione morale, culturale, sociale, instillata fin dai primi gradi della scuola (pubblica ed il più possibile laica nei suoi programmi d’insegnamento). Ma la principale più contingente prevenzione non può che essere il ripristino dell’Equità sociale fra le persone: perché solo vivendo in una società Equa, i cittadini saranno portati a fare di tutto per salvaguardarla.
Anche principi straordinari come la Giustizia e l’Equità incisi solennemente nel marmo dei più antichi templi e palazzi di giustizia, non sono in definitiva esenti dall’ambiguità di quasi tutte le espressioni umane. Anche Giustizia ed Equità sottostanno alla relatività dei tempi in cui vengono declinate. Noi stessi, partecipando attivamente alla vita sociale e promuovendo ideali, abbiamo promesso (in realtà, come cittadini italiani, giurato) di rispettare la Costituzione della Repubblica italiana e le leggi che da esse derivano, ovvero ciò che determina la Giustizia e l’Equità delle nostre relazioni sociali; un giuramento fatto certo con sincera convinzione e senza riserve mentali. Ci riterremo vincolati al medesimo giuramento se la Costituzione mutasse, ad esempio in senso teocratico, introducendo pene e castighi di tipo medievale (come la Sharia)? O anti-democratico? Crediamo di no, perché in tal caso nella coscienza di ognuno di noi si risveglierebbe il senso innato di Giustizia (Giustizia laica) che ha forgiato la nascita di questa associazione. Ecco perché oggi il nostro “credo” deve spingerci a ribellarci all’Ingiustizia del presente, per amore di una società più Equa, più tollerante. Più vivibile.