15/11/2025
“Ogni persona che incontriamo porta con sé non solo le proprie paure e fragilità, ma anche l’eco delle tensioni di un mondo in crisi.”
Negli ultimi anni siamo cambiati tutti.
Lo percepiamo nella vita quotidiana, nei rapporti, nelle scelte che facciamo e in quelle che rimandiamo.
E tutto questo arriva in psicoterapia, che lo vogliamo o no.
Per questo credo che oggi la formazione dello psicoterapeuta non possa più rimanere confinata nel proprio modello teorico, né basarsi solo sulla sapienza clinica tramandata dalle scuole.
È ancora necessaria, certo. Ma non è più sufficiente.
Viviamo in un tempo in cui la sofferenza personale si intreccia sempre più con la fragilità della nostra epoca.
Le paure individuali si sommano a quelle collettive.
Gli scenari evolutivi si affacciano nella stanza di terapia anche quando non li nominiamo.
Lo ricordano studiosi come:
Yuval Noah Harari, che parla di precarietà sistemica, accelerazione e incertezze globali;
Telmo Pievani, che ci mostra quanto Homo sapiens sia un esperimento fragile della natura;
Carlo Rovelli, che ci invita a vedere un universo complesso, interconnesso, mai isolato.
Queste prospettive, apparentemente lontane dalla clinica, in realtà la arricchiscono. Perché l’essere umano non vive mai separato dal suo contesto.
E oggi il contesto è fatto di crisi ecologiche, instabilità politica, accelerazioni tecnologiche, trasformazioni sociali che ci raggiungono tutti, anche in silenzio.
🌍 La psicoterapia non può ignorare il mondo lì fuori
Molti pazienti arrivano in terapia con una sensazione di “fondo” che non sanno descrivere bene:
una fragilità, un’ansia sospesa, un senso di precarietà che sembra non avere un’origine precisa.
Spesso non si tratta solo della loro storia individuale.
È l’effetto del nostro tempo.
Viviamo nella consapevolezza di una possibile sesta estinzione di massa, di disuguaglianze crescenti, di un pianeta sotto pressione. Questo clima globale filtra nelle relazioni, nei legami, nelle paure, nei sogni.
🧭 L’attaccamento rimane la bussola, ma il mare è cambiato
Le basi sicure di cui parlava Bowlby restano fondamentali.
Ma oggi esse non vivono più in un vuoto.
Si intrecciano con un sentimento corale di incertezza che attraversa la nostra specie.
E allora il terapeuta deve saper ascoltare due strati:
la storia emotiva personale del paziente, con il suo bisogno di essere visto, riconosciuto, contenuto;
la tensione evolutiva e sistemica che caratterizza il nostro tempo, e che amplifica la vulnerabilità umana.
🌱 Una formazione più ampia, più consapevole
Ecco perché credo che la formazione contemporanea dello psicoterapeuta debba includere:
prospettive evoluzionistiche;
letture interdisciplinari;
conoscenza della storia biologica e culturale dell’umanità;
consapevolezza del contesto planetario;
pensiero critico sugli scenari futuri.
Non per diventare “esperti del mondo”, ma per comprendere meglio le persone.
Perché nessuno di noi esiste isolato.
E la sofferenza oggi nasce anche da ciò che accade fuori dalla nostra storia personale.
🤝 La relazione terapeutica come luogo di tenuta
In questo senso, la relazione terapeutica diventa uno spazio prezioso:
il luogo in cui tenere insieme la ricerca di sicurezza individuale e l’insicurezza del mondo.
È una sfida nuova, ma anche un’opportunità: riportare al centro la nostra natura di esseri relazionali, capaci di trovare un equilibrio nonostante tutto.
Siamo, davvero, menti in bilico.
E chi fa psicoterapia ha oggi il compito – e il privilegio – di essere testimone di questo passaggio storico.
Per chi vuole leggere l’articolo in versione PDF:
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