Apostoli di Gesù Crocifisso

Apostoli di Gesù Crocifisso E' la pagina ufficiale dell'Istituto religioso Apostoli di Gesù Crocifisso fondato da don Domenico Labellarte Il 25 marzo 1973 S. E. Mons.

Al momento della morte di San Pio da Pietrelcina (23 settembre 1968) l’ “Opera al servizio della Divina Misericordia” comprendeva, al fine della realizzazione delle ispirazioni avute da don Domenico Labellarte nel maggio 1943, a livello associativo, cioè senza una consacrazione, l’avviarsi di quanto poi avrà il nome di “Catena della grande Misericordia”, la cui spinta iniziale era venuta da San Pi

o stesso già nel 1943 e che voleva legare alla Madonna e tra di loro in vista di un apostolato fecondo Vescovi, Sacerdoti e Diaconi regolari e secolari, e l’associazione che poi si chiamerà “Movimento Apostolato della Divina Misericordia” rivolta ai laici. A livello, invece, di consacrazione specifica l’Opera comprendeva nel ramo femminile l’Istituto secolare delle “Ancelle della Divina Misericordia”, che il 26 luglio 1967 già aveva ottenuto la prima approvazione pontificia, e nel ramo maschile per i sacerdoti la “Pia Unione Sacerdoti della Divina Misericordia” e per i laici la “Pia Unione Servi della Divina Misericordia”, successivamente unificate come Istituto secolare clericale dei “Servi della Divina Misericordia”. Davanti alla salma di San Pio, presso la quale don Domenico poté sostare da solo dalle ore 8 alle 8,30 di quel 23 settembre, egli ebbe un’altra forte ispirazione. Fu come se San Pio stesso gli suggerisse: “Integra l’Opera: innalza il mistero della Redenzione, Passione, Morte e Risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo, che tu hai visto realizzato in me!”. Egli comprese che l’Opera andava completata con due istituti religiosi, uno maschile e l'altro femminile, che amassero e facessero amare la preghiera e il sacrificio, giacché il mistero dell’Incarnazione non può realizzarsi in noi senza la nostra accoglienza della Croce. Confermato in questa ispirazione all’inizio del 1971 a Collevalenza da Madre Speranza di Gesù, don Domenico prudentemente cominciò a reclutare le prime persone desiderose di vivere quell’ideale, cominciando già nel 1971 con il ramo femminile. Michele Mincuzzi, ausiliare di Bari, costituì in un’unica Pia Unione l’incipiente sodalizio “Apostoli e Apostole di Gesù Crocifisso”, che in seguito, però, seguì un cammino giuridico distinto, nella divisione tra ramo maschile e femminile. Nel 1975 un nutrito gruppo di seminaristi, tra cui nove italiani e nove francesi, alcuni dei quali avrebbero dovuto iniziare il ramo maschile degli “Apostoli di Gesù Crocifisso”, entrò al fine della formazione teologica nel Pontificio Seminario di Chieti. Nel 1977 essi furono accolti nella Diocesi Suburbicaria di Palestrina, dove iniziò l’iter per l’approvazione come istituto religioso di diritto diocesano.

IL SENSOScritto da Bernadetta Ada Madej | Categoria: A proposito di Noi |Questa volta, invece di un messaggio dalla Polo...
18/06/2026

IL SENSO

Scritto da Bernadetta Ada Madej | Categoria: A proposito di Noi |

Questa volta, invece di un messaggio dalla Polonia, condividiamo alcune riflessioni tratte da una catechesi sul senso della vita, tenuta da nostra sorella Dorota della comunità di Bochnia.

IL SENSO DELLA VITA E DELLA MORTE
..Cominciamo da una prospettiva un po’ diversa...

Lo psichiatra austriaco Viktor Frankl è il fondatore della logoterapia, un approccio psicoterapeutico centrato sul significato. Durante la Seconda guerra mondiale fu prigioniero nei campi di concentramento. Gli fu tolto tutto ciò che aveva di più prezioso: la famiglia, il lavoro, perfino il nome. Tutto, tranne una cosa. Qualcosa che gli salvò la vita.

Frankl osservò una dinamica ricorrente: i prigionieri non morivano solo per fame o malattia, ma quando perdevano una ragione per vivere. Quando una persona perdeva il proprio “perché”, il corpo cedeva in pochi giorni.

Decise allora di condurre un esperimento, non in laboratorio ma nelle baracche. Si avvicinava a chi era sull’orlo della disperazione e sussurrava: “Chi ti aspetta?” “Quale compito ti resta?” “Cosa diresti a tuo figlio per superare questa giornata?” Non poteva offrire cibo né libertà, ma offriva qualcosa che non poteva essere confiscato: una ragione per vedere il domani. Si può togliere all’uomo tutto — libertà, famiglia, speranza, futuro — ma non il modo in cui sceglie di reagire.

Non possiamo controllare ciò che ci accade, ma possiamo sempre scegliere che cosa farne.

«Quando non possiamo cambiare la situazione, dobbiamo cambiare noi stessi.»

«All’uomo si può togliere tutto, tranne una cosa: la libertà di scegliere il proprio atteggiamento di fronte a ciò che gli accade.»

Viviamo in ambienti diversi, proveniamo da famiglie diverse e le nostre esperienze di vita non sono le stesse. Eppure ci unisce una domanda fondamentale: perché? Perché vivo? Qual è il senso della mia vita? Perché soffro? Temo la morte e, talvolta, la desidero. Che significato ha tutto questo?

Queste domande emergono spesso durante l’adolescenza, quando i giovani affrontano cambiamenti fisici, emotivi e l’ingresso in un mondo ancora sconosciuto, affascinante ma anche esigente. Per questo gli adulti — genitori, insegnanti, educatori — hanno la responsabilità di accompagnare i giovani nella ricerca di sé. Ma non si può dare ciò che non si possiede: chi non conosce se stesso non può guidare un altro. Occorre prima conoscersi e prendersi cura di sé.

Nel Vangelo, Gesù dice al sordomuto: «Effatà» — “Apriti”. Apriti a ciò che conta davvero, a ciò che conduce alla verità su te stesso e sul senso della vita.

Questo invito è rivolto a ciascuno di noi. Gesù è la vita, l’autore della vita, la Parola della vita. È il senso ultimo, il senso dei sensi.

Trovare un senso in un’altra persona, in un oggetto o in un’attività — come nel caso di Frankl — può bastare per un tempo, per sopravvivere. Ma tutto ciò è limitato e fragile. Per questo l’uomo, cercando il senso della vita e della morte, cerca l’Assoluto, un valore ultimo oltre il quale non vi sono più domande.

Nel Vangelo di Giovanni (11,25-26), Gesù dice: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà. Chiunque vive e crede in me non morirà in eterno. Credi questo?»

Questa domanda non è rivolta solo a Marta, ma a ciascuno di noi. Non è possibile verificare ogni cosa: nel cammino della conoscenza, l’uomo deve anche affidarsi alla fede.

Da oltre duemila anni abbiamo accesso a Gesù Cristo: le sue parole attraversano il tempo, le culture e le condizioni sociali. Egli dice: «Io sono la via, la verità e la vita.»

Le sue parole sono vita («lo Spirito dà la vita… le parole che vi ho detto sono spirito e vita», Gv 6,63). Ma le ascoltiamo davvero? Vogliamo conoscerlo? Senza conoscenza non può esserci fiducia.

Se cerchi il senso della vita, nessun terapeuta, psicologo o filosofo può dartelo pienamente. Possono aiutare, ma non colmare il bisogno ultimo di significato, né quello della sofferenza. Solo Cristo offre una risposta definitiva — indipendentemente dal fatto che tu creda o meno.

Per trovare speranza nella disperazione, quando tutto sembra crollare, l’uomo deve possedere qualcosa che nessuno possa togliergli. Quando il senso della vita è riposto unicamente in una persona, nel lavoro o nei beni materiali, la perdita genera vuoto.

Il fine ultimo della vita è Dio: da Lui veniamo e a Lui ritorniamo.

L’uomo si realizza nell’amore, nel dono sincero di sé.

Oggi il mondo soffre per la mancanza di amore e di relazioni autentiche. Per questo l’uomo ha bisogno della verità — e quindi di Dio — e di una comunità che condivida gli stessi valori.

Ci sono realtà che non possono essere eliminate: la sofferenza e la morte.

Il mistero della morte è legato al mistero della vita. Nella morte, corpo e anima si separano: il corpo si corrompe, l’anima continua a vivere.

La morte non proviene da Dio, ma è conseguenza della libertà umana. Così come esiste una vita e una morte biologica, esiste anche una vita e una morte spirituale.

Chi vive secondo la “carne” sperimenta la morte spirituale.

Allora qualcuno potrebbe chiedere: che senso ha la vita, se termina con la morte?

L’uomo è parte della storia. Anche chi non è ricordato ha contribuito: chi ha costruito ponti, sviluppato la scienza, la cultura — la loro vita non è stata vana.

Queste domande emergono anche negli adulti, spesso in momenti di crisi, malattia o perdita.

La risurrezione di Cristo è la garanzia della nostra risurrezione (cfr. 1 Cor 15).

Per il cristiano, la morte non è la fine, ma un passaggio, l’inizio di una vita nuova.

👉🏾 https://www.agcrocifisso.net/index.php/11-apropositodinoi/178-il-senso

SERVUS INUTILIS: UMILTÀ, ATTEGGIAMENTO MITE E FERMEZZA NELLA BIOGRAFIA SU ALCIDE DE GASPERI (II)Scritto da Vito Fascina ...
06/05/2026

SERVUS INUTILIS: UMILTÀ, ATTEGGIAMENTO MITE E FERMEZZA NELLA BIOGRAFIA SU ALCIDE DE GASPERI (II)

Scritto da Vito Fascina | Categoria: Cultura |

Sono alcuni testi a raccontarci l’itinerario impervio di un possibile martire bianco, dovendo mettere insieme le sofferte decisioni di un uomo spesso solo; le umiliazioni, e gli attacchi durissimi che subì da diversi suoi oppositori interni e dagli avversari, accettate con signorile spirito di servizio; la vita da leader che ritagliò, delineò in ogni opzione, guardando come potesse far crescere la consapevolezza di un popolo prima, da cui il Partito popolare con Luigi Sturzo e, in un secondo momento, operando nelle fibre più profonde degl’Italiani, per farne gens libera e res publica, con la Democrazia cristiana. In ultimo, per lasciare all’Europa e al mondo la magnificenza della politica che unisca Pulchrum, Bonum et Verum, ponendo le basi per l’Unione Europea e rinforzando l’Onu, affinché aiutasse e coordinasse la pace del mondo. Da Presidente del Consiglio dialogherà anche, coraggiosamente, con i partiti social-comunisti d’Italia e Unione Sovietica, in una fase di travaglio non sempre semplicissimo e senza trascurare, nel suo Paese, il dialogo con liberali e destre moderate.

Ma martire perché? La tradizione irlandese monastica del XIV secolo, riprendendo quella più antica dell’isola, del VII-VIII sec., sul martirio, esplicita che attraverso quello denominato bianco l’uomo arrivi ad abbandonare tutto ciò che si ama per Dio, anche se ciò gli costasse digiuno, carcere o immane fatica esistenziale e prova a definire anche gli altri due tipi presenti nel martirologio romano: il rosso o principale, fino al versamento del sangue; il verde, dove ci si libera dai desideri malvagi, con la grande sofferenza e la fatica nella vita. Fin dagli anni giovanili, come deputato nel parlamento austriaco, il Trentino allora era austro-ungarico, per difendere i diritti dei più poveri, dei marginali cittadini di lingua italiana, fu schiacciato col carcere e poi subì una nuova carcerazione, ben più lunga, dopo l’arresto drammatico patito dalle milizie di Mussolini, … fino a essere sottoposto, sul finale della sua corsa di asceta, anche agli attacchi di ferventi cattolici, soprattutto di destra, come quelli del Candido di Giovannino Guareschi.

Una lettera del detenuto 97777, cella 549 del carcere di Regina Coelide scrive la tremenda sofferenza del prof. Carlo Rossi, il nome con cui Alcide aveva cercato di nascondersi dai rastrellamenti fascisti, che lo volevano zittire per sempre, dopo Giacomo Matteotti. Si rivolge al prof. Giovanni Ciccolini, amico immutato come “nella buona così nell’avversa sorte”.

“Caro Giovanni,

[…] No, non sono un martire, ma forse posso concederti, senza iattanza, d’essere un confessore delle nostre idee. Le ho confessate e ancora confesso nel tempo del pericolo, onde mi diventano più care e più sacre come un tesoro che mi porta in salvo lungo il margine d’un abisso. Sono l’unica ricchezza che mi rimane e la rendo più fine e cristallina al fuoco purificatore del sacrificio. […] Non chiudo nel petto un animo d’eroe né mi illumina la luce interiore d’un santo; tuttavia lodato sia il Signore il quale mi fa comprendere come fosse giusto che nella disgrazia di tutti, io, ch’ero nei primi posti, per un equo compenso debba ora trascinarmi sulla via più lacero e più malconcio degli altri. Non c’è nessun merito ad essere i primi, quando si marcia sotto un sole trionfante e una bandiera, avvezza alle vittorie. C’è forse qualche merito nello strascinarsi avanti nel fango della via dopo la rotta. […]

O amico caro dei giorni febbrili, ritorneranno mai i tempi delle opere? […] Guardo, con speranza nel futuro, e appena guardato, ritraggo lo sguardo per paura e, nel silenzio, stride come un cigolio di porte di ferro. Ah, quel Regina Coeli, bellissima parola per così br**ta cosa! Dovrei esser più forte, lo so, ma la carne è debole. Voi che mi siete congiunti da tanta solidarietà spirituale, ricordatevi di me presso il Signore, affinché, se così debba essere, affronti con coraggio il mio destino, faccia né più ne meno del mio dovere. Perché questo cammino della Croce è pur anche un cammino e questa inerzia io mi lusingo che possa essere azione.

[….] Ben t’accorgi come nell’uomo d’azione ultimo a spegnersi è l’orgoglio, e quanto mi pesi l’umiliazione di confessarmi servus inutilis. È una colpa!

[…] La vita dell’uomo è troppo breve e pure vorremmo che capisse i disegni di Dio i quali per la nostra miopia sono troppo vasti. Nel libro della Provvidenza è forse scritta la pagina della nostra generazione? Si dura fatica ad accettare quest’ipotesi, ma se fosse così, vediamo che giovi ai nostri figlioli. I quali sappiano, comunque, che la libertà e la giustizia sono figlie di Dio e che il cristianesimo applicato alla vita pubblica vuol dire lealtà, franchezza, coraggio, sacrificio”. Alcide

Roma, 7 gennaio 1928

Questa lettera colma di lacrime e sangue ci spiegano in cosa consista la vera umiltà: accettazione delle umiliazioni altrui, e non ve n’è una più disumana di essere privati iniquamente della personale autonomia; allora, infatti, ci si scopre increduli, bisognosi e grati per aver ricevuto la lettera di un amico; un soffio di vita da quella terra dei liberi, che avverte, come bisogno estremo, il carcerato; poi il servus inutilis, dove Alcide rivela la sua indole di Marta, ossia la donna del fare, rispetto all’accogliere, contemplando, come fa Maria con il Maestro. È proprio in quella seconda prigionia dopo il primo arresto a Innsbruck, del 3 novembre 1904, all’inaugurazione della facoltà giuridica italiana, che nasce lo scudo del martirio politico e la piena consapevolezza di essere nella mani giuste e misericordiose del Padre provvidente. Infine la dichiarazione, quasi un primo presentimento ed un forte avvertimento ai suoi concittadini, che guiderà i suoi passi nel suo prestigioso governare: il richiamo a declinare giustizia e libertà, fondandole su alcune virtù umane alte, nel pensiero e profonde, nelle delicate scelte quotidiane.

Ecco riportate dal supplizio romano, ma anche sul fondamento delle rocce delle sue montagne trentine, il sigillo dell’uomo forte: l’humus del soggetto umile.

INTERVISTA AL COMANDANTE GIAN GIACOMO PISU: STRETTO DI HORMUZ TRA DIRITTO, MINACCE E SCENARI DI UNA CRISI GLOBALEScritto...
30/04/2026

INTERVISTA AL COMANDANTE GIAN GIACOMO PISU: STRETTO DI HORMUZ TRA DIRITTO, MINACCE E SCENARI DI UNA CRISI GLOBALE
Scritto da Mariagrazia Labellarte | Categoria: Cultura |

Lo Stretto di Hormuz resta uno dei choke point più sensibili del pianeta. Nel 2026, tra esercitazioni militari, deviazioni forzate, disturbi ai sistemi GNSS e tensioni crescenti tra Iran e Stati Uniti, il suo equilibrio è apparso ancora più fragile.
Per capire perché questo tratto di mare sia così decisivo per l’economia globale, la libertà di navigazione e la sicurezza internazionale, abbiamo parlato con il comandante Giangiacomo Pisu, capo pilota del porto di Arbatax, consulente tecnico d’ufficio per il Tribunale di Lanusei, analista di intelligence in aree ad alto rischio e membro del direttivo del Tribunale Arbitrale della Nautica.

Perché lo Stretto di Hormuz è così strategico per il mondo?
Perché è il punto dove passa la vita economica del pianeta.
Ogni giorno, in tempi normali, attraversano Hormuz oltre 20 milioni di barili di petrolio: un quinto del fabbisogno mondiale. È un numero impressionante, confermato da analisi logistiche internazionali. A questo si aggiunge un quarto del commercio globale di gas naturale liquefatto.
In pratica, se Hormuz si ferma, si ferma il mondo.
UNCTAD lo ha detto chiaramente: la chiusura del 2026 ha fatto schizzare i prezzi di petrolio e gas e ha rallentato il commercio globale. Non esistono rotte alternative in grado di compensare.
È un tratto di mare largo appena 21 miglia nautiche nel punto più stretto, ma è la giugulare energetica del pianeta.

L’Iran ha il diritto di chiudere lo Stretto?
No. E questo è un punto fondamentale.
Hormuz è classificato come “stretto utilizzato per la navigazione internazionale”. Significa che tutte le navi – civili e militari – hanno diritto al passaggio in transito, un regime che non può essere sospeso nemmeno per ragioni di sicurezza interna.
Anche se l’Iran non ha ratificato l’UNCLOS, le norme sugli stretti sono considerate diritto consuetudinario internazionale. In altre parole, valgono per tutti.
La Nottingham Trent University lo sintetizza così: “Iran is not a party… but the obligations are considered customary international law – therefore binding.”
Tradotto: Teheran non può chiudere Hormuz per bloccare il traffico civile o commerciale.

E in caso di conflitto armato? Cambia qualcosa?
Sì, ma non quanto molti pensano. Il diritto del mare si intreccia con il diritto dei conflitti armati. La regola è chiara: la libertà di navigazione non può essere sospesa arbitrariamente, ma può subire limitazioni solo se strettamente necessarie alla legittima difesa.
L’Articolo 51 della Carta ONU è la bussola: la risposta deve essere proporzionata, deve essere immediata e deve essere diretta contro obiettivi militari.
Gli esperti della NTU lo confermano: “Iran does have a limited right to respond in self-defence, but only against military targets and within strict limits.”
Quindi no: anche in guerra, non è lecito chiudere lo Stretto alle navi civili.

Ma allora nel 2026 lo Stretto è chiuso o no?
Di fatto sì. Formalmente no. È una chiusura “di fatto”, non “di diritto”.
Secondo Al Jazeera, ad aprile 2026 circa 3.000 navi risultano bloccate. UNCTAD parla di uno Stretto “praticamente chiuso”. Windward Intelligence documenta attacchi, spoofing GPS e un’area di interdizione che supera le 100 miglia nautiche.
Il risultato è semplice: nessuna compagnia assicurativa copre il transito. E senza copertura, nessuna nave entra.

Che ruolo ha il TSS, il Traffic Separation Scheme?
È l’autostrada dello Stretto: una corsia per entrare, una per uscire e una zona cuscinetto centrale.
Il problema è che il TSS si trova nelle acque territoriali di Iran e Oman, ma è protetto dal regime del passaggio in transito.
Nel 2026, però, il TSS è diventato un campo minato politico e operativo: esercitazioni militari che tagliano le corsie, deviazioni forzate verso la costa iraniana, disturbi ai sistemi GNSS.
Tutto questo viola l’Art. 44 UNCLOS, che vieta agli Stati costieri di ostacolare il transito internazionale.

Perché USA e Iran litigano sul tipo di passaggio?
Perché parlano due lingue giuridiche diverse.
Gli USA dicono: “Hormuz è uno stretto internazionale – vale il passaggio in transito”. Quindi niente autorizzazioni, sottomarini in immersione, elicotteri in volo, sistemi d’arma attivi, operazioni FONOP per contestare pretese eccessive.
L’Iran risponde: “Hormuz è nelle nostre acque – vale il passaggio inoffensivo”. Quindi autorizzazioni obbligatorie, sottomarini in superficie, niente attività militari e controllo sul TSS.
Il nodo è tutto qui: due interpretazioni opposte dello stesso tratto di mare.

Come funzionano le ROE* (regole d’ingaggio) nello Stretto?
Sono un equilibrio delicatissimo tra diritto e sopravvivenza. Le navi americane operano in “Normal Mode”: radar di tiro attivi, elicotteri in volo, sottomarini in immersione, risposta preventiva in caso di hostile intent.
Il principio è chiaro: se una motovedetta del corpo delle guardie della rivoluzione islamica (IRGC) compie una manovra aggressiva, la nave USA può reagire prima che il colpo parta.
L’Iran, invece, provoca, sfida, testa i limiti. Le motovedette dei Pasdaran si avvicinano per costringere le navi occidentali a comportarsi come se fossero in “passaggio inoffensivo”.
È un gioco di nervi. E basta un errore per trasformarlo in un incidente internazionale.

Quanto è reale la minaccia dell’IRGC?
Molto reale. Il regime risponde a tutti i punti chiave che identificano la minaccia. HubMaritime segnala un aumento dell’attività navale iraniana e dei premi di rischio. Windward parla di “area denial”, spoofing GPS e presenza di unità miste.
L’IRGC ha un arsenale asimmetrico molto efficace: mine navali, droni, missili antinave, fast boats, proxy regionali come Houthi e milizie irachene, capacità cyber e GNSS spoofing.
È una minaccia credibile, strutturata e coerente.

L’uso delle mine è legale?
Solo in casi molto specifici. Il diritto internazionale è chiaro: le mine devono essere controllabili, devono essere segnalate e devono colpire solo obiettivi militari.
La CCW (Convenzione su certe armi convenzionali) vieta le mine vaganti. Il Manuale di San Remo impone che siano tracciabili e segnalate.
Windward conferma che nel 2026 sono stati rilevati casi di mine e spoofing, una combinazione estremamente pericolosa.

Si possono organizzare convogli di scorta?
Sì, ed è perfettamente legale.
L’Art. 92 UNCLOS riconosce la giurisdizione esclusiva dello Stato di bandiera. Questo significa che una nave da guerra può scortare un mercantile della propria nazionalità.
I limiti sono tre: rispettare il passaggio in transito, evitare escalation con l’IRGC e coordinarsi con strutture multilaterali come IMSCSC e CMF.

Quali sono le conseguenze economiche globali della chiusura?
Devastanti.
UNCTAD ha già avvertito che nel 2026 il commercio globale rallenterà, i prezzi dei carburanti sono esplosi e i costi di trasporto sono raddoppiati.
HubMaritime documenta casi drammatici: 6 navi da crociera immobilizzate, 24.300 persone bloccate, perdite tra 2,4 e 3,6 milioni di euro al giorno.
E questo è solo l’inizio.

Quali scenari futuri sono possibili?
Tre, e nessuno semplice.
Il primo è una riapertura negoziata. Il Pakistan sta mediando. Al Jazeera parla di colloqui per un “smooth transit”.
Il secondo è un’escalation militare. Gli Stati Uniti hanno già minacciato ritorsioni contro infrastrutture iraniane se lo Stretto non riapre.
Il terzo è una chiusura prolungata. UNCTAD avverte: “The suffering will extend far beyond the region.” Significa inflazione globale, crisi energetica e tensioni geopolitiche crescenti.
*Direttive governative e militari che definiscono circostanze, condizioni, limiti e grado in cui le forze armate possono utilizzare la forza durante operazioni, rispettando il diritto internazionale e nazionale

(Tratto da difesaonline.it)

RESILIENZA COMUNITARIA E VUOTI DI SICUREZZA NEL SUD DEL LIBANO: IL CASO DI RMEISH E AIN EBELScritto da Mariagrazia Label...
18/04/2026

RESILIENZA COMUNITARIA E VUOTI DI SICUREZZA NEL SUD DEL LIBANO: IL CASO DI RMEISH E AIN EBEL

Scritto da Mariagrazia Labellarte | Categoria: Cultura |

Nel Sud del Libano, dove da decenni si intrecciano tensioni militari, fragilità istituzionali e presenze armate di diversa natura, la crisi lungo la frontiera con Israele ha aperto un nuovo fronte di riflessione: quello dei vuoti di sicurezza lasciati dallo Stato e della capacità delle comunità locali di resistere, organizzarsi e restare.

É in questo quadro che si colloca il caso di Rmeish e Ain Ebel, due villaggi cristiani del Libano meridionale che, nelle ultime settimane, si sono trovati improvvisamente più esposti dopo la ridislocazione di unità delle Forze Armate Libanesi. In un’area già sottoposta a forte pressione militare, la riduzione della presenza visibile dello Stato ha alimentato tra i residenti una percezione crescente di vulnerabilità e abbandono.

Il punto non è solo militare. Il nodo è politico, sociale e umano. Quando un territorio di confine perde, anche solo in parte, il presidio regolare delle istituzioni, il primo effetto non è soltanto operativo: è psicologico. La popolazione avverte immediatamente il venir meno di una cornice di protezione, e questa percezione finisce per incidere tanto quanto i movimenti delle forze sul terreno.

Rmeish e Ain Ebel sono oggi emblematici proprio per questo. Non rappresentano soltanto due comunità locali sotto pressione, ma due casi concreti che mostrano cosa accade quando uno Stato fragile non riesce più a garantire in modo uniforme la sicurezza sul proprio territorio. In queste circostanze il vuoto non resta mai davvero vuoto: tende piuttosto a essere riempito da dinamiche alternative, informali, comunitarie, confessionali o umanitarie.

Nel Sud del Libano questa dinamica è ancora più evidente perché il contesto è storicamente segnato dalla presenza di attori molteplici – statali, non statali e internazionali – che si sovrappongono senza coincidere. Da un lato vi è l’esercito libanese, limitato da capacità materiali e operative insufficienti rispetto alla pressione del conflitto. Dall’altro Hezbollah, forza armata radicata sul territorio ma portatrice di una propria logica strategica, che non coincide automaticamente con la protezione quotidiana di tutte le comunità locali. Sullo sfondo resta UNIFIL, presenza internazionale importante ma inevitabilmente vincolata dal proprio mandato e dal deterioramento del quadro di sicurezza.

In questo scenario i residenti dei villaggi cristiani del Sud si sono trovati in una condizione particolarmente delicata. La loro vulnerabilità non deriva solo dalla prossimità geografica al fronte, ma anche dalla consapevolezza di non rappresentare il centro delle priorità operative dei principali attori armati presenti nell’area. È qui che la questione assume un rilievo più profondo: non si tratta semplicemente di capire chi controlli militarmente un’area, ma chi garantisca concretamente la sicurezza civile, la continuità dei rifornimenti, la tenuta sociale e la fiducia minima necessaria a restare.

Molti abitanti hanno scelto di non andarsene. È una decisione che non può essere letta soltanto come ostinazione o fatalismo. In realtà affonda le radici in una combinazione potente di fattori: attaccamento alla terra, memoria dei conflitti passati, diffidenza verso lo sfollamento, paura di perdere definitivamente la propria casa e forte senso di identità comunitaria. In territori come questi, andarsene non significa soltanto mettersi in salvo: può voler dire spezzare un legame storico, religioso e familiare che viene percepito come parte integrante della propria esistenza.

Non sorprende, quindi, che in simili condizioni il ruolo della comunità si rafforzi. Quando la protezione statale si indebolisce, diventano centrali le reti di prossimità, la cooperazione tra famiglie, il coordinamento con le autorità municipali, il sostegno delle strutture religiose e l’intervento di organizzazioni umanitarie. Non si tratta necessariamente di un vero autogoverno, ma certamente di una forma di adattamento collettivo, una resilienza concreta costruita giorno per giorno attorno ai bisogni essenziali: cibo, medicinali, carburante, informazioni, assistenza reciproca.

La Chiesa locale, in particolare, assume un ruolo che va ben oltre la dimensione spirituale. In momenti di crisi, parroci e figure religiose diventano punti di riferimento morali, simbolici e pratici. Tengono unita la comunità, ne interpretano le paure, ne rafforzano la volontà di resistere e spesso contribuiscono anche al coordinamento di aiuti e contatti. È uno schema ricorrente in molte aree di crisi del Levante, ma nel Sud del Libano assume oggi una rilevanza particolare.

Il caso di Rmeish e Ain Ebel mette così a n**o una verità scomoda: la resilienza comunitaria può arginare un’emergenza, ma non può sostituire stabilmente lo Stato. Può rallentare il collasso, non impedirlo. Può offrire coesione, ma non una cornice di sicurezza strutturata e duratura. Quando il presidio statale arretra, il rischio non è solo militare: è quello di una progressiva frammentazione del controllo territoriale, con aree sottoposte a logiche differenti, attori differenti e differenti livelli di protezione.

C’è poi un ulteriore aspetto da non sottovalutare. La presenza di comunità cristiane che restano nei villaggi di confine complica anche il quadro operativo generale. Ogni escalation militare in aree ancora abitate da civili aumenta infatti il rischio umanitario, moltiplica la possibilità di danni collaterali e accresce il peso politico internazionale di eventuali conseguenze tragiche. La permanenza dei residenti, dunque, non è solo una scelta esistenziale: diventa anche un fattore strategico.

Per questo Rmeish e Ain Ebel non sono casi marginali. Sono, piuttosto, un indicatore avanzato della crisi libanese nel suo insieme. Raccontano l’indebolimento dello Stato, l’ambiguità degli equilibri armati nel Sud, i limiti della presenza internazionale e la capacità delle comunità locali di trasformare la vulnerabilità in resistenza organizzata. Ma raccontano anche quanto sia pericoloso affidare la sopravvivenza di un territorio solo alla forza morale dei suoi abitanti.

In definitiva, ciò che accade oggi nei villaggi cristiani del Sud del Libano mostra come identità, memoria storica, fede e solidarietà possano diventare strumenti di sopravvivenza in un contesto di forte instabilità. Ma mostra anche che nessuna comunità, per quanto coesa, dovrebbe essere costretta a colmare da sola i vuoti lasciati dalle istituzioni. Ed è proprio in questi vuoti che, spesso, si decide il futuro di un Paese.

(Tratto da difesaonline.it)

FOTO: Il santuario in costruzione a Ain Ebel in Libano (foto Tempi)

RIPENSARE IL CALCIO ITALIANO: IL PRIMATO DELLA GINGAScritto da Massimiliano Sambugaro | Categoria: Cultura | Questa è un...
15/04/2026

RIPENSARE IL CALCIO ITALIANO: IL PRIMATO DELLA GINGA

Scritto da Massimiliano Sambugaro | Categoria: Cultura |

Questa è una storia unica e irripetibile: quella di un campetto pieno di sassi nella periferia italiana. Una storia da film, anzi meglio, una storia vera. Un legame Brasile-Italia raccontato dal Corriere della Sera, dalla Gazzetta, dal Guerin Sportivo e perfino in inglese, nel libro uscito a Londra nel 2019 di Gianluca Vialli, Goals.

Siamo nei primi anni ’80. Arriva in Italia, spinto dall’amico Sidney Colônia Cunha, meglio noto come Chinesinho, ex giocatore della Juventus.

È Djalma Santos, il “lateral eterno”, una leggenda vivente del Brasile di Pelé.

A fare cosa? Ad allenare sulla tecnica le giovanili di una squadretta veneta.

Tecnica? No: ginga

Colpi di tacco, controlli volanti, rovesciate, tiri d’esterno, finte che sembrano passi di danza.

La gingaè l’essenza dello stile brasiliano: un movimento ondeggiante del corpo, derivato dalla capoeira, che unisce dribbling creativi, finte e agilità, trasformando il gioco in una danza. Rappresenta un approccio istintivo, gioioso e imprevedibile, nato dalla strada e diventato simbolo culturale di libertà espressiva, spesso associato alla leggendaria nazionale brasiliana di Pelé.

Una filosofia fatta di puro divertimento e spettacolo, che si distingueva anche per non esasperare l’agonismo, focalizzandosi sulla crescita serena dei ragazzi anziché sulla vittoria a tutti i costi.

Un’idea incentrata sui fondamentali tecnici e sui valori sportivi, senza pressioni eccessive: una base da cui partire per costruire giocatori pensanti e liberi.

Oggi i “politici” del calcio italiano dicono: “Basta tattica, puntiamo sulla tecnica”. Facile dirlo adesso. Sembra più uno slogan per avere buona stampa che una reale volontà di cambiare rotta. L’ennesima conferma che, più che puntare sulla qualità, spesso si pensa a mantenere la propria posizione, anche a costo di contraddire il passato.

Serve umiltà. Serve imparare dai migliori, da chi punta su un’idea positiva del gioco: abilità, velocità, coraggio della tecnica. E qui sta il punto: partire dalle giovanili, la vera chiave del successo futuro.

Sono anni che parlo di amore per la tecnica, perché ho avuto la fortuna di vederla e respirarla da quel signore.

Quel biondino che esegue un tacco in puro stile ginga sono io, a 13 anni. Sullo sfondo, il maestro: un uomo buono, con gli occhi neri e rossi, che aveva un’unica “tattica”. Arrivava al campo un’ora prima per togliere, con un secchiello, i sassi più grossi dal campetto. E, in un italiano misto al dialetto veneto, ci correggeva — soprattutto mostrando in prima persona i gesti tecnici — riuscendo a toccare la nostra anima per sempre.



👉https://www.agcrocifisso.net/index.php/13-cultura/172-ripensare-il-calcio-italiano-il-primato-della-ginga

AUGURI DI BUONA PASQUA DAL RDCScritto da p. Lorenzo Farronato | Categoria: Cultura | Amici carissimi, pace e bene!Mi tro...
14/04/2026

AUGURI DI BUONA PASQUA DAL RDC

Scritto da p. Lorenzo Farronato | Categoria: Cultura |

Amici carissimi, pace e bene!

Mi trovo ancora in una comunità di formazione per futuri missionari congolesi. Mentre il mondo intero sta vivendo un momento particolarmente difficile a causa di tensioni per immigrazione e guerre là dove la mentalità del mondo trova impossibile l’incontro e la fratellanza universale, io sto meditando col salmo 133 che dice:

“Ecco, com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme..

E’ come rugiada dell’Ermon, che scende sui monti di Sion.

Perché là il Signore manda la benedizione, la vita per sempre.” (Sl 132).

Medito che “Gesù doveva morire non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi” Questo è il sogno di Dio: riunire insieme i suoi figli ovunque dispersi.

Da una parte vedo il mondo che va alla deriva a causa dell’egoismo e dell’orgoglio. Sembra che il diavolo, che vuole divisione, continui a suscitare nuovi Hi**er e Stalin. Diceva un poeta che spesso l’uomo si serve dell’intelligenza per diventare delle bestie più bestiale. Dall’altra parte c’è pure una crescita e conversione verso la gioia di vivere insieme come fratelli.

Si io vedo anche crescita e conversione verso la gioia di vivere insieme come fratelli. La vita missionaria, certo vissuta da uomini fragili, sta costruendo capacità di accogliere il diverso con sentimenti di fratellanza. Gesù ci manda per il mondo e, nel nostro caso, nel centro dell’Africa per stringere ogni persona di buona volontà in un abbraccio di fratellanza perché siamo tutti membri di una stessa famiglia aventi un Padre in comune: Fratelli tutti, ci ripete ancora Papa Francesco.

Son passati più di 58 anni dal giorno in cui per la prima volta il Congo mi ha accolto. Dando uno sguardo a questi anni vissuti vedo un cammino di conversione in noi missionari grazie al popolo Congolese che ci ha accolto.

Arrivavo in Congo nel gennaio del 1968 subito dopo la ribellione dei Simba che aveva causato massacri di tanti Congolesi e di tanti missionari. Era come se i Simba volessero dirci: “state a casa vostra e lasciateci vivere le tradizioni dei nostri padri”. I missionari erano e sono convinti che, pur nel rispetto delle culture, la salvezza è solo nel nome di Gesù che ci dice che siamo tutti fratelli. Il Signore ci ha fatto capire che al di là di ogni pericolo, se non c’è una ragione per dare la vita ci manca anche il motivo per viverla.

Nel 1960, all’alba dell’indipendenza, la Chiesa del Congo metteva in guardia dal duplice pericolo: Il clero Congolese superi un certo complesso di inferiorità e il clero di oltre mare si guardi dal pericolo di un certo complesso di superiorità. Tutti eravamo chiamati a un cammino di conversione.

Le nostre comunità dei missionari (stranieri-termine mai accettato) mantenevano un certo ritmo di vita importato, come isole quasi straniere nel cuore delle città e della foresta del Congo.

Un colpo di sveglia che ci ha tratti da sonno: è stata la richiesta di due giovani congolesi di entrare a far parte del nostro istituto comboniano. Rispondendo che eravamo felici di iniziare una nuova avventura, abbiamo capito che la nostra vita comunitaria avrebbe dovuto cambiare; le nostre comunità dovevano passare dal fatto di isola straniera a famiglia di fratelli dove non ci sarebbe più stato il bianco e il nero, insieme con gioia avremo cantato: “Ecco, com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme..”

Oggi, mentre il mondo è infettato da guerre nelle nostre comunità vorremmo affermare con S. Paolo: “Qui non vi è più Giudeo o Greco … schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti.”

Il motto di Comboni: Salvare l’Africa con l’Africa ha guidato le nostre scelte. L’afflusso di confratelli congolesi e africani in genere ci porta alla conversione di cui avevamo bisogno e con gioia, per l’esperienza che viviamo nelle nostre comunità, vorremmo dire al mondo che pur nelle diversità è bello e dolce che i fratelli vivano insieme.

S. Paolo ci ripete: “Ora vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni, avete rivestito il nuovo che si rinnova per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che ci ha creato. … Qui non c’è più Greco o Giudeo … ma Cristo è tutto in tutti. Scelti da Dio santi e amati, rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi. (Col 3,11s)”

Ecco come la missione in questi lunghi anni vissuti è stata un cammino di conversione pasquale: “svestiti dell’uomo vecchio rivestiamo l’uomo nuovo a immagine di Gesù stesso che non si vergogna di chiamarci fratelli.” (Eb. 2,11).

Con queste riflessioni auguro a tutti una buona e santa Pasqua di conversione e ringrazio il Signore perché siete in tanti a partecipare alla nostra missione che è quella di Gesù che muore per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi.

Con affetto e gratitudine p. Lorenzo

Indirizzo

Via Della Chiesetta, 3
San Cesareo
00030

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Apostoli di Gesù Crocifisso pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta L'organizzazione

Invia un messaggio a Apostoli di Gesù Crocifisso:

Condividi