27/05/2026
Si sta concludendo il Congresso scientifico della nostra Fondazione. 200 ricercatori, persone arrivate da lontano, tre giorni fitti di incontri, confronti, dati, parole lunghissime e complicate. E i risultati ci sono stati.
Nuove prospettive, nuovi strumenti, nuove possibilità di cura e di prevenzione. Passi avanti veri, costruiti con anni di studio, tentativi, errori, ostinazione.
Ma la parola più importante, forse, non è stata detta. La diamo tutti per scontata, con il rischio di dimenticarla. Fiducia.
Fiducia come condizione di lavoro. Più pesante della speranza e dell’impegno che serve a costruire, fare ricerca, indagare, dare risposte. Dove prima ancora del risultato del singolo progetto, conta la direzione comune. Il sentiero condiviso.
Dentro tutte quelle parole enormi che attraversano la ricerca, la cura, l’innovazione e la prevenzione, c’è la fiducia.
Dentro la diagnosi che arriva come una valanga e ti travolge (che può fare meno male se arriva prima, grazie a quel qualcuno che ha avuto il coraggio di cercare, studiare, capire in tempo), c’è la fiducia.
Dentro la paura, che comunque ci accompagna tutti i giorni, c’è la fiducia: a volte diventa persino un antidoto formidabile.
Dentro la solitudine che conosciamo tutti, in forme diverse, c’è la fiducia nell’altro e nella comunità dei nostri ricercatori.
Senza fiducia – la nostra verso la ricerca e quella della ricerca verso di noi – non esiste senso. Non potrebbe esistere la ricerca.
Non potrebbe esistere la possibilità di essere ascoltati e di continuare.
Non potrebbe esistere nemmeno quel gesto difficilissimo con cui una persona sceglie, ogni volta, di affidarsi ancora. È quella stessa fiducia che permette a un ricercatore di non mollare e andare avanti, ancora e ancora.
La fiducia non è una parola fragile ma un patto. Che impedisce alla paura di avere l’ultima parola. Che tiene insieme chi vive la malattia con chi cura e con chi prova ogni giorno a spostare un po’ più avanti il confine delle possibilità.
È una responsabilità ferrea. Che non ti fa arretrare.
La sensazione che ti resta addosso, dopo giornate così, è che si possa andare avanti soltanto insieme.