24/05/2026
Riflessione dopo la tragedia di Modena. Un momento di confronto e riflessione collettiva dopo gli eventi che hanno scosso la nostra comunità.
Il gruppo direttivo del Centro Pace di Rovereto invita la cittadinanza all'incontro con il prof. Giampiero Golinelli.
Un racconto vivo e diretto del contesto di Modena e delle problematiche generali che la vicenda ha risvegliato.
📅 Quando: *lunedì 25 maggio, ore 17.45*
📍 Dove: *sala del Centro Pace in Via Vicenza, 5* - Rovereto
Riflessione del *professor Giampiero Golinelli*
L’episodio di Modena, drammatico e inquietante, non è solo la cronaca di un gesto f***e. È una di quelle crepe attraverso cui affiora il disagio di un’intera epoca. Troppo spesso, di fronte a eventi simili, ci si rifugia in spiegazioni semplici: la malattia mentale, la malvagità individuale, la questione migratoria ridotta a emergenza di ordine pubblico. Ma l’analisi proposta da Golinelli ci invita a uno sguardo più ampio, più difficile, e forse più vero.
Viviamo in società che hanno smesso di scommettere sull’inclusione. Le politiche di integrazione, un tempo avanguardie in città come Modena, sono state abbandonate o ridotte a gesti simbolici. Nel vuoto che si crea, crescono solitudini e rabbie. Il giovane straniero che indossa la maschera del “duro” per difendersi, il coetaneo italiano che fatica con tre lavori, l’ex paziente psichiatrico lasciato senza sostegno: sono tutti volti dello stesso malessere sistemico, che non conosce confini tra “noi” e “loro”.
La precarietà lavorativa – mille euro al mese, doppi e tripli turni, lauree inutili per fare i magazzinieri – non è solo un problema economico. È una ferita all’identità, alla dignità, al senso di appartenenza. Quando un ragazzo che ha studiato nelle eccellenze del paese scopre di essere invisibile, o accettabile solo se “bellissimo e vestito impeccabilmente”, il messaggio che riceve è chiaro: non conti abbastanza. E se a questo si aggiungono i tagli alla psichiatria, la fine delle comunità terapeutiche, la solitudine di chi non ha più un curante, la miscela diventa esplosiva.
Ma la riflessione più amara è un’altra: il disagio, in queste società liquide e competitive, tende a essere vissuto in modo individuale, privatizzato. Ognuno soffre nella propria stanza, nella propria auto, nel proprio smartphone. Quando poi esplode, lo fa in modo cieco, distruttivo, e subito scatta la richiesta di “più sicurezza”, più controlli, più carcere. Raramente si chiede “più ascolto”, più lavoro dignitoso, più servizi, più comunità.
L’altra Modena, quella che è scesa in piazza in silenzio, è un segnale che il tessuto sociale tiene ancora in qualche punto. Ma tenere non basta. Bisogna ricucire prima che si strappi del tutto. La vera domanda che questo articolo lascia aperta non è “come punire chi sbaglia”, ma “come fare in modo che nessuno si senta così escluso da non avere altro da perdere”. E questa è una responsabilità che riguarda tutti: chi fa politica, chi educa, chi assume, e chi, semplicemente, incrocia lo sguardo di un'altra persona e decide se vedere un estraneo o un prossimo.
E' importante quindi non vedere l'accaduto come un fatto individuale, ma come spia di un malessere sociale più profondo.