23/05/2026
ABITARE LE DI-STANZE
Etimologie del presente
L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui,
l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.
Due modi ci sono per non soffrirne.
Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più.
Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui:
cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno,
e farlo durare, e dargli spazio.
ITALO CALVINO, Le città invisibili 1972
STANZA declinata nelle sfumature di senso, significato e risonanza che in noi si muovono….
Pensiamo alla Stanza come ambiente interno di un edificio, limitato da pareti, all'immagine di qualcosa che prende una porzione di spazio; la stanza è anche il fatto di stare - e quindi, in quel senso, di occupare un certo spazio, ma anche di sostare o di avere dimora o ricovero; l’eco che sento in questo tempo sospeso e che si ripete è perimetro del vivere e geometria delle sole relazioni possibili.
Pensiamo alla Stanza in poesia, numero determinato di versi che formano un senso completo e sono sottoposti, per la specie dei versi e per la rima, a un certo ordine, che va sempre ripetendosi in ogni stanza. Diversa dalla strofa che significa giro che si applica propriamente ai versi che tornano nello stesso ordine, senza che però ci sia una fine, ciò che caratterizza la stanza è appunto il riposo, questo senso completo o grandemente sospeso alla fine di ciascuna stanza; sento bellezza e necessità, compiutezza e definizione, riposo e quiete, una fine possibile….
In entrambi i casi la stanza è una misura, una limitazione.
Pensiamo alla Stanza di chi si allontana inaspettatamente e tempestivamente, senza avere dato un ultimo sguardo alle cose lasciate in disordine, agli oggetti consueti del quotidiano rito del vivere, foto, libri, specchi che non riceveranno più quegli occhi, penso all’urgenza del partire che non presuppone il non tornare, alla fretta che sospende il tempo sul comodino e strappa all’abbraccio e al saluto con la promessa di fare presto, all’incredula verità del morire, all’assenza e alla mancanza, al silenzio e al vuoto, alle parole non dette, agli abbracci spezzati, alle mani, strette, arrabbiate, disperate, feroci e potenti che aspettano di mettere ordine e, nella vertigine del sospendere il dolore, di rimandare, di rispettare il proprio sentire, di pretendere un addio per ricominciare….
La STANZA speriano possa diventare una parola potente e nobile: l’occasione di fare spazio e ordine a quello che ci abita, la possibilità di apprendere la differenza fra prender posto e prendere stanza dentro di noi, il luogo del riposo e della poesia che si prendono cura del corpo e dell’anima ferita.
Immagini tratte da
Biennale di Venezia 2017. All’interno dell’Arsenale, l’artista Vajico Chachkhiani (classe 1985) ha portato un’installazione sensazionale poiché capace di suscitare notevole interesse, sorpresa, stupore e commozione. Si tratta di una vera e propria antica dacia lignea trasportata dalle remote valli georgiane all’interno dell’Arsenale di Venezia. Insieme al capanno (trovato in stato di abbandono dall’artista) è stata trasportata e ricollocata anche la mobilia. Ciò che caratterizza l’installazione, tuttavia, è il surreale (in senso magrittiano) fenomeno della pioggia che scende dai soffitti delle stanze e che possiamo vedere, dall’esterno attraverso le finestre. L’effetto non è solo surreale, ma fortemente evocativo. L’opera dal titolo Un cane vivo in mezzo ai leoni morti omaggia il popolo georgiano e la sua secolare resilienza di fronte alle continue invasioni.