07/06/2026
Bea, la bambina di tutti noi
Ci sono fatti di cronaca che durano il tempo di un titolo e poi ci sono tragedie che entrano nelle case, scavano nell'anima e restano lì. La morte della piccola Bea appartiene a questa seconda categoria. Ha spezzato il cuore di un Paese intero, per molti di noi era una bambina sconosciuta, eppure il dolore che abbiamo provato è stato quello che si prova per una figlia, una nipote, una bambina amata.
Davanti a tragedie come questa non bastano più le lacrime, l'indignazione o i minuti di silenzio, è necessario interrogarsi su ciò che non ha funzionato. Perché una bambina non dovrebbe mai essere lasciata sola in contesti di degrado, violenza, dipendenze, disagio psichico grave o situazioni di evidente pericolo.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a un numero impressionante di episodi che hanno avuto come protagonisti persone schiacciate dalle dipendenze, dall'alcolismo o da gravi disturbi psichici non curati. Non si tratta di criminalizzare la malattia, perché chi soffre è prima di tutto una persona da aiutare. Ma proprio perché la dipendenza e la malattia sono condizioni reali, non possiamo continuare a fingere che basti lasciare tutto alla libera scelta individuale.
Chi è gravemente malato deve essere preso in carico, seguito, monitorato e, quando esiste un concreto rischio per sé stesso o per gli altri, sottoposto a percorsi di cura obbligatori e controllati. Accade per molte altre patologie, nessuno si scandalizza se una persona in pericolo viene ricoverata d'urgenza per salvarle la vita. Perché allora dovremmo accettare che chi vive una dipendenza devastante o una grave alterazione psichica resti abbandonato a sé stesso fino a quando non avviene una tragedia?
Troppo spesso, dopo ogni dramma, emerge la stessa frase: "Qualcuno sapeva". Vicini, conoscenti, parenti, istituzioni. Qualcuno aveva visto, intuito, sospettato? Eppure il silenzio prevale... Per paura, per indifferenza o per la convinzione che siano fatti privati, ma quando in gioco ci sono bambini, anziani fragili o persone incapaci di difendersi, non esistono fatti privati, esiste una responsabilità collettiva.
Una società civile non si misura da quanto è brava a commentare