25/01/2026
𝗧𝗛𝗜𝗦 𝗜𝗦 𝗧𝗛𝗘 𝗘𝗡𝗗?
Prendiamo atto, come MGA sindacato nazionale forense, della fine della politica forense.
Non come formula retorica, ma come constatazione amara di un processo lungo, stratificato, ormai compiuto. Una fine che avevamo annunciato già al Congresso Nazionale Forense di Rimini, quando assistemmo – pur tentando fino all’ultimo di opporci – alla dissoluzione dell’OUA. L’ultimo vero organismo politico dell’avvocatura italiana. Imperfetto, certo. Criticabile, senza dubbio. Ma vivo. Conflittuale. Politico.
La sua fine non è stata un incidente della storia. È stata una scelta.
Una scelta funzionale alla costruzione di un Organismo Congressuale Forense svuotato di autonomia, ridotto a simulacro partecipativo, strutturalmente subalterno a un CNF sempre più ostaggio di gruppi di potere interni all’avvocatura. Da allora, la politica forense ha smesso di essere luogo di conflitto e visione, per diventare spazio di amministrazione del consenso, di celebrazione dei forti, di rimozione sistematica dei temi che avrebbero riguardato la parte maggioritaria – e più fragile – della categoria.
In questi anni, come MGA, abbiamo combattuto battaglie dure.
Per gli avvocati e le avvocate di fatto dipendenti.
Per una previdenza forense più equa.
Per il pluralismo reale nei luoghi decisionali dell’avvocatura.
Per una legge professionale che parlasse finalmente di lavoro, e non solo di status.
Lo abbiamo fatto spesso in solitudine. Talvolta con ostinazione. Sempre con onestà.
E tuttavia abbiamo dovuto prendere atto di una verità che oggi non può più essere rimossa: la categoria forense, nel suo insieme, ha scelto il disinteresse. Ha scelto il mugugno al posto dell’azione. La lamentazione privata al posto del conflitto pubblico. La rassegnazione come metodo.
Abbiamo assistito a una classe professionale sempre più dormiente, incapace di riconoscersi come comunità di lavoratrici e lavoratori, pronta a piegarsi al più forte, persino ad accontentarsi delle briciole, purché garantissero una sopravvivenza individuale. La politica forense è diventata così un rito autoreferenziale, lontano dalla vita reale della maggioranza degli iscritti, impermeabile alla precarizzazione, all’impoverimento, alla perdita progressiva di dignità professionale.
Il Congresso di Torino ha rappresentato, per noi, l’atto finale.
La nostra voce libera relegata a intervenire a sala vuota, ultimi come gli ultimi – numerosi – per cui avevamo scelto di lottare. Delegati che non hanno ritenuto necessario pretendere una discussione sulla legge professionale, il tema centrale della vita della categoria, sempre più interessati alle cene di gala che alla libertà di discutere ciò che ci riguarda davvero.
È arrivato, dunque, il momento – triste ma necessario – di dirlo con chiarezza: abbiamo perso.
Il sindacalismo forense ha perso.
Non per mancanza di argomenti, né di lavoro, né di visione.
Ha perso per disinteresse dei suoi stessi destinatari.
Ha vinto la forza.
Ha vinto il riguardo verso il potente.
Ha vinto la rassegnazione.
Forse è lo stesso processo che attraversa l’intero Paese, di cui l’avvocatura non è che uno specchio fedele.