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16/10/2026
14/10/2026
13/10/2026
12/10/2026

𝐂𝐚𝐫𝐨 𝐑𝐨𝐦𝐞𝐨,
𝐒𝐨𝐧𝐨 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐚𝐭𝐢 𝐭𝐫𝐞 𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐝𝐚 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐬𝐞𝐢 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐭𝐨.

Il tempo ha portato avanti tutto, ma non ha spostato una certezza: sei ogni giorno con noi, soprattutto adesso. In giorni come questi, pieni di vento contrario, di parole cattive, di tensioni che si accumulano e di quella sensazione sgradevole che qualcuno preferisca dividere invece di capire, viene spontaneo chiedersi cosa diresti tu, se potessi ancora parlare come facevamo un tempo.

Probabilmente ti saresti acceso in un attimo, come facevi quando qualcosa ti pareva ingiusto. Avevi quel carattere lì: il fuoco facile, la voce pronta, ma insieme un cuore enorme, capace di stare dalla parte degli altri senza calcoli e senza posa.

Hai passato una vita a difendere lavoratrici e lavoratori, a stare dove c’era un diritto da rivendicare, una persona da non lasciare sola, una disuguaglianza da non accettare come fosse una legge di natura. E forse è proprio questo che ci manca di piú della tua presenza fisica: non solo quello che dicevi, ma il modo in cui sapevi rimettere le cose al loro posto. L’essenziale prima del rumore. Le persone prima delle convenienze. I diritti prima delle paure.

In questi tre anni l’Ambulatorio è cresciuto. Ha preso strade nuove, ha aperto porte, ha riempito spazi, ha messo insieme pezzi di città che prima non si parlavano. Ci sono più volontarie e volontari, più servizi, più relazioni, più responsabilità. Ci sono luoghi che portano il segno di quello che abbiamo imparato insieme: Piazza Plebiscito, il Campo dei Miracoli, l’Auditorium, gli sportelli, il punto medico, il cinema, la sala studio, i progetti che provano a rendere concreta quella parola che amavi tanto: mutualismo.

E poi ci sono persone nuove che sono entrate nelle nostre giornate, persone venute da lontano, spesso dopo viaggi, fame, lavoro nero, solitudine. Abbiamo cominciato a conoscerle davvero, non come categoria, non come problema, ma come esseri umani. Abbiamo chiesto loro responsabilità e rispetto, e abbiamo offerto ascolto, servizi, presenza. Alcune di queste persone oggi sono volontarie con noi. Si prendono cura degli spazi della città, lavorano accanto a noi, tengono fede agli impegni presi.

Tu questo lo sapevi bene. Sapevi che integrazione non è una parola gentile da usare per fare bella figura, ma una pratica faticosa, fatta di regole, dignità, pazienza, conflitti e fiducia.

E proprio mentre tutto questo proviamo a farlo crescere, intorno a noi è cresciuto anche altro. Un clima nervoso, più pronto a indicare un nemico che a cercare una soluzione. Sono arrivate parole pesanti, attacchi, insinuazioni, tentativi di trasformare il lavoro di una comunità in una colpa da esibire.

Tu qui avresti trovato subito il punto. Avresti capito dove rispondere e dove invece non sprecare fiato. Avresti fatto una delle tue sfuriate, certo, ma poi avresti riportato tutti alla domanda che conta: cosa serve fare adesso?

Noi, in questi giorni, quella domanda ce la facciamo spesso.

E forse una parte della risposta viene proprio da te.

Viene da tutto quello che ci hai lasciato senza sapere di lasciarcelo: l’idea che una comunità si misura da come tratta chi ha meno forza; che l’uguaglianza non è un sentimento ma un lavoro; che i diritti non si difendono da soli; che il mutualismo non è carità, ma il modo concreto con cui persone diverse decidono di non salvarsi una contro l’altra, ma insieme.

Tre anni da quando sei partito, Romeo.

Ci manca la tua voce quando il clima si fa pesante. Ci manca quel tuo modo irruento ma limpido di stare nelle cose. Ci manca la sicurezza che, con te accanto, saremmo state tutte un po’ più salde.

Però c’è anche un’altra verità.

In mezzo a questa tempesta, sapere che da qualche parte continui a esistere in quello che facciamo ci dà coraggio. Non come un’ombra o un ricordo fermo, ma come una direzione.

Ogni volta che scegliamo l’uguaglianza contro la paura, i diritti contro l’abbandono, il mutualismo contro la solitudine, un pezzo di quella strada porta ancora il tuo nome.

Ci piace pensarti da qualche parte con la fronte rivolta al vento, ostinato come sempre, e una bandiera rossa che non hai mai davvero posato.
Quando arrivano le tempeste ci manchi terribilmente.
Ma sapere che, in qualche forma che non sappiamo spiegare, tu ci sei ancora, rende il vento un po’ meno forte.
Ciao Romeo.
Qui c’è ancora parecchio da fare.

07/10/2026

𝐂𝐄 𝐋’𝐀𝐁𝐁𝐈𝐀𝐌𝐎 𝐅𝐀𝐓𝐓𝐀: 𝐑𝐀𝐆𝐆𝐈𝐔𝐍𝐓𝐀 𝐋𝐀 𝐒𝐎𝐆𝐋𝐈𝐀 𝐏𝐄𝐑 𝐎𝐓𝐓𝐄𝐍𝐄𝐑𝐄 𝐋’𝐈𝐍𝐓𝐄𝐑𝐎 𝐅𝐈𝐍𝐀𝐍𝐙𝐈𝐀𝐌𝐄𝐍𝐓𝐎 𝐔𝐍𝐈𝐂𝐑𝐄𝐃𝐈𝐓
Abbiamo raggiunto la cifra minima richiesta dalla campagna di crowdfunding e questo significa che potremo ottenere anche la seconda tranche del finanziamento UniCredit destinato al progetto dell’Auditorium Sacra Famiglia.
È una bellissima notizia, e soprattutto è un risultato collettivo.
Grazie, davvero, a tutte le donatrici e a tutti i donatori che hanno deciso di mettere un piccolo pezzo dentro questo progetto. C’è chi ha donato 5 euro, chi 10, chi di più: ogni contributo ci ha aiutati ad arrivare fin qui.
Ma la raccolta non si chiude.
Chi vuole può continuare a sostenerci, perché ogni euro in più sarà utilizzato per far crescere ancora la sala studio, la biblioteca di prossimità, il cinema e tutte le attività culturali dell’Auditorium Sacra Famiglia.
Un luogo aperto, gratuito, non commerciale, pensato soprattutto per ragazze, ragazzi, studenti e per chi ha meno possibilità di accedere alla cultura.
👉 Si può continuare a donare qui: https://www.ilmiodono.it/it/organizzazioni/puglia/ambulatorio_popolaredibarlettaodv/iniziative/auditorium_sacrafamiglia-casadiculturastudioecomunita.html
Il primo traguardo è raggiunto.
Adesso possiamo continuare a costruire. Insieme.

06/10/2026

𝐔𝐍 𝐆𝐑𝐀𝐏𝐏𝐎𝐋𝐎 𝐃'𝐔𝐕𝐀 𝐏𝐎𝐑𝐓𝐀𝐓𝐎 𝐃𝐀 𝐂𝐇𝐈 𝐃𝐎𝐑𝐌𝐄 𝐏𝐄𝐑 𝐒𝐓𝐑𝐀𝐃𝐀 𝐑𝐀𝐂𝐂𝐎𝐍𝐓𝐀 𝐂𝐇𝐄 𝐈𝐍𝐓𝐄𝐆𝐑𝐀𝐙𝐈𝐎𝐍𝐄 𝐄 𝐒𝐈𝐂𝐔𝐑𝐄𝐙𝐙𝐀 𝐂𝐀𝐌𝐌𝐈𝐍𝐀𝐍𝐎 𝐈𝐍𝐒𝐈𝐄𝐌𝐄

Questo enorme grappolo d’uva ce lo ha portato un nostro amico migrante, senza dimora, al ritorno da una giornata di lavoro nelle vigne intorno a Barletta. Lavoro nero, naturalmente. Uno di quei lavori che servono alla nostra economia e che troppo spesso fingiamo di non vedere, come fingiamo di non vedere dove dormono, come mangiano, in quali condizioni igieniche e materiali sopravvivono le persone che raccolgono ciò che arriva sulle nostre tavole.
Ha poco, quasi nulla. Eppure tornando dal lavoro ha pensato a noi.
Forse vale la pena partire da qui, perché in questi giorni si parla molto di migranti e troppo poco di esseri umani.
Le persone che arrivano dall’Africa o dall’Asia non arrivano da mondi identici al nostro. Hanno lingue, abitudini, culture, perfino consuetudini igieniche diverse. Pensare che l’integrazione consista semplicemente nel pretendere che, dal giorno successivo allo sbarco, conoscano e interiorizzino automaticamente ogni nostra regola è una rappresentazione infantile della società. Integrare significa proprio questo: insegnare le regole della convivenza, spiegarne il senso, pretendere che siano rispettate e, nello stesso tempo, mettere le persone nelle condizioni di comprenderle e farle proprie.
Non siamo “buonisti”. È una parola che ormai serve soprattutto a interrompere il ragionamento.
Anche noi vogliamo strade pulite, piazze curate, tranquillità, sicurezza. Abbiamo paura di una persona ubriaca che si comporta aggressivamente esattamente come chiunque altro. E quando qualcuno commette un reato, deve risponderne secondo la legge, quale che sia il colore della sua pelle o il Paese in cui è nato.
Ma sappiamo anche una cosa elementare: l’odio non produce sicurezza. Produce altro odio.
Le grandi migrazioni economiche non si fermano con un ordine impartito dalla riva più ricca del Mediterraneo. Viviamo in un mondo nel quale le distanze si sono accorciate mentre le ricchezze sono rimaste drammaticamente diseguali. Possiamo discutere seriamente di governo dei flussi, di legalità, di politiche europee, di rimpatri nei casi previsti dalla legge. Ma immaginare la “remigrazione” come espulsione di massa di milioni di persone è altra cosa: è una parola politica semplice applicata a una realtà terribilmente complessa. Ed è impossibile da attuare
Le parole semplici attecchiscono facilmente quando una società è impoverita. Quando salari e pensioni non bastano, il lavoro è precario, i servizi arretrano e le diseguaglianze crescono, diventa comodo convincere chi sta penultimo che il problema sia chi sta ultimo. È un meccanismo antico. E pericoloso.
Noi proviamo a fare il contrario: ultimi e penultimi non gli uni contro gli altri, ma insieme.
Per questo chiediamo ai nostri amici migranti di ripulire i luoghi in cui vivono, di rispettare gli spazi della città, di imparare le nostre regole. E contemporaneamente portiamo cibo, vestiti, coperte, assistenza, ascolto. Non perché siano migliori di noi, né peggiori. Perché sono persone.
È anche una questione profondamente cristiana, prima ancora che politica. Il Vangelo non ci chiede di verificare il passaporto dello straniero prima di riconoscerne l’umanità. Ma non occorre nemmeno essere credenti per comprendere che una società nella quale un gruppo di esseri umani viene sistematicamente trattato come un corpo estraneo, respinto e umiliato, non diventa più sicura. Diventa semplicemente più arrabbiata.
L’integrazione è difficile. Richiede tempo, regole, fermezza, pazienza e anche conflitto, qualche volta. Ma in questi giorni, lavorando sul campo, stiamo imparando che costruire sicurezza significa soprattutto costruire relazioni: insegnare e imparare, correggersi, conoscersi, assumersi responsabilità reciproche.
Poi un uomo che dorme dove nessuno di noi riuscirebbe a trascorrere serenamente neppure una notte, dopo una giornata passata a lavorare in nero nelle nostre vigne, arriva con questo grappolo d’uva e dice: questo è per voi.
Non è una teoria sull’immigrazione.
È soltanto un gesto umano.
Ma qualche volta un gesto umano basta a mandare in pezzi molte teorie.

Indirizzo

Via Nomentana, 54
Rome

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