12/10/2026
𝐂𝐚𝐫𝐨 𝐑𝐨𝐦𝐞𝐨,
𝐒𝐨𝐧𝐨 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐚𝐭𝐢 𝐭𝐫𝐞 𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐝𝐚 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐬𝐞𝐢 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐭𝐨.
Il tempo ha portato avanti tutto, ma non ha spostato una certezza: sei ogni giorno con noi, soprattutto adesso. In giorni come questi, pieni di vento contrario, di parole cattive, di tensioni che si accumulano e di quella sensazione sgradevole che qualcuno preferisca dividere invece di capire, viene spontaneo chiedersi cosa diresti tu, se potessi ancora parlare come facevamo un tempo.
Probabilmente ti saresti acceso in un attimo, come facevi quando qualcosa ti pareva ingiusto. Avevi quel carattere lì: il fuoco facile, la voce pronta, ma insieme un cuore enorme, capace di stare dalla parte degli altri senza calcoli e senza posa.
Hai passato una vita a difendere lavoratrici e lavoratori, a stare dove c’era un diritto da rivendicare, una persona da non lasciare sola, una disuguaglianza da non accettare come fosse una legge di natura. E forse è proprio questo che ci manca di piú della tua presenza fisica: non solo quello che dicevi, ma il modo in cui sapevi rimettere le cose al loro posto. L’essenziale prima del rumore. Le persone prima delle convenienze. I diritti prima delle paure.
In questi tre anni l’Ambulatorio è cresciuto. Ha preso strade nuove, ha aperto porte, ha riempito spazi, ha messo insieme pezzi di città che prima non si parlavano. Ci sono più volontarie e volontari, più servizi, più relazioni, più responsabilità. Ci sono luoghi che portano il segno di quello che abbiamo imparato insieme: Piazza Plebiscito, il Campo dei Miracoli, l’Auditorium, gli sportelli, il punto medico, il cinema, la sala studio, i progetti che provano a rendere concreta quella parola che amavi tanto: mutualismo.
E poi ci sono persone nuove che sono entrate nelle nostre giornate, persone venute da lontano, spesso dopo viaggi, fame, lavoro nero, solitudine. Abbiamo cominciato a conoscerle davvero, non come categoria, non come problema, ma come esseri umani. Abbiamo chiesto loro responsabilità e rispetto, e abbiamo offerto ascolto, servizi, presenza. Alcune di queste persone oggi sono volontarie con noi. Si prendono cura degli spazi della città, lavorano accanto a noi, tengono fede agli impegni presi.
Tu questo lo sapevi bene. Sapevi che integrazione non è una parola gentile da usare per fare bella figura, ma una pratica faticosa, fatta di regole, dignità, pazienza, conflitti e fiducia.
E proprio mentre tutto questo proviamo a farlo crescere, intorno a noi è cresciuto anche altro. Un clima nervoso, più pronto a indicare un nemico che a cercare una soluzione. Sono arrivate parole pesanti, attacchi, insinuazioni, tentativi di trasformare il lavoro di una comunità in una colpa da esibire.
Tu qui avresti trovato subito il punto. Avresti capito dove rispondere e dove invece non sprecare fiato. Avresti fatto una delle tue sfuriate, certo, ma poi avresti riportato tutti alla domanda che conta: cosa serve fare adesso?
Noi, in questi giorni, quella domanda ce la facciamo spesso.
E forse una parte della risposta viene proprio da te.
Viene da tutto quello che ci hai lasciato senza sapere di lasciarcelo: l’idea che una comunità si misura da come tratta chi ha meno forza; che l’uguaglianza non è un sentimento ma un lavoro; che i diritti non si difendono da soli; che il mutualismo non è carità, ma il modo concreto con cui persone diverse decidono di non salvarsi una contro l’altra, ma insieme.
Tre anni da quando sei partito, Romeo.
Ci manca la tua voce quando il clima si fa pesante. Ci manca quel tuo modo irruento ma limpido di stare nelle cose. Ci manca la sicurezza che, con te accanto, saremmo state tutte un po’ più salde.
Però c’è anche un’altra verità.
In mezzo a questa tempesta, sapere che da qualche parte continui a esistere in quello che facciamo ci dà coraggio. Non come un’ombra o un ricordo fermo, ma come una direzione.
Ogni volta che scegliamo l’uguaglianza contro la paura, i diritti contro l’abbandono, il mutualismo contro la solitudine, un pezzo di quella strada porta ancora il tuo nome.
Ci piace pensarti da qualche parte con la fronte rivolta al vento, ostinato come sempre, e una bandiera rossa che non hai mai davvero posato.
Quando arrivano le tempeste ci manchi terribilmente.
Ma sapere che, in qualche forma che non sappiamo spiegare, tu ci sei ancora, rende il vento un po’ meno forte.
Ciao Romeo.
Qui c’è ancora parecchio da fare.