03/06/2026
Nessuna circolare del Ministero della Salute ha mai diffuso allarmismi infondati sulla presenza della rabbia nei nostri boschi, eppure ci si aspetta che l'opinione pubblica creda alle narrazioni terroristiche pubblicate dalle riviste di settore venatorio. Per smontare questa retorica, basta guardare alla scienza: la rabbia è un'infezione virale (causata da un Lyssavirus) che non si contrae semplicemente passeggiando in natura. La trasmissione non è ambientale, ma richiede un contatto diretto e profondo, quasi esclusivamente tramite il morso, i graffi o l'esposizione di ferite aperte e mucose alla saliva di un animale infetto. In Europa, i serbatoi naturali sono i mesocarnivori selvatici (come le volpi), ma il vero "ponte" epidemiologico verso l'essere umano non è l'animale selvatico che fugge la nostra presenza, bensì l'animale domestico lasciato senza controllo.
Se vogliamo quindi fare un'analisi seria e intellettualmente onesta sui reali rischi sanitari e ambientali, dobbiamo ribaltare la prospettiva e guardare ai fatti: la natura non è una minaccia intrinseca, lo è chi la invade e la sfrutta.
Chi è che si inoltra nei boschi per abbattere animali selvatici e li eviscera sul posto, manipolando fluidi, sangue e carcasse senza alcuna protezione sanitaria? Chi alimenta il business milionario dell'importazione e dell'allevamento di fauna per ripopolare i territori con animali provenienti da Paesi esteri, bypassando di fatto le naturali barriere ecologiche? E chi lascia vagare mute di cani da caccia, spinti al confronto fisico e cruento con la fauna, trasformandoli nel perfetto veicolo per trasportare eventuali patogeni dal fitto del bosco fino ai centri abitati? I veri vettori di rischio zoonotico non sono gli animali nel loro ecosistema, ma l'interferenza umana e le pratiche venatorie.
Questa dinamica di mistificazione scientifica trova la sua massima espressione nella gestione della Peste Suina Africana (PSA). L'emergenza viene utilizzata come pretesto per non fermare mai la cosiddetta "caccia di selezione", venduta come l'unica soluzione al problema. La realtà, supportata dalla biologia e dall'etologia, dimostra l'esatto contrario: l'attività venatoria non è la cura, ma il motore dell'infezione.
In condizioni normali, il cinghiale è un animale stanziale. Quando le squadre di cacciatori entrano in azione, si genera un effetto di destrutturazione e terrorizzazione del branco. Gli animali fuggono per decine di chilometri, innescando un "effetto dispersione" che spinge capi potenzialmente infetti in territori sani, allargando a macchia d'olio la zona rossa. A questo si aggiunge il ruolo del cacciatore come vettore meccanico primario. Il virus della PSA è estremamente resistente e viaggia sugli scarponi intrisi di fango e sangue, sulle zampe dei cani e sui pneumatici dei fuoristrada, spostandosi dal cuore delle valli infette fino alle strade statali e ai centri urbani a una velocità che nessun animale selvatico potrebbe mai raggiungere.
Dietro la facciata della "gestione ecologica" e del contenimento sanitario si nasconde in realtà un conflitto di interessi gigantesco: il business a costo zero della carne selvatica. La filiera della carne di cinghiale è in fortissima espansione, sempre più presente nei mercati, nei ristoranti e nelle sagre. A differenza degli allevatori tradizionali che sostengono costi enormi per strutture, cure veterinarie e mangimi, il mondo venatorio estrae la materia prima direttamente dall'ambiente. La natura fa crescere gli animali a costo zero, e l'emergenza sanitaria diventa l'alibi perfetto per deregolamentare l'accesso ai boschi e mantenere attivo un sistema di macellazione a cielo aperto.
Se i cacciatori sterminassero o riducessero drasticamente i cinghiali, come promettono di fare da anni senza alcun risultato, ucciderebbero il loro stesso mercato. Per mantenere viva questa filiera estrattiva e il proprio divertimento, hanno bisogno che i boschi siano pieni di animali. Si colpevolizza la fauna selvatica e si gridano allarmi sanitari per giustificare una mattanza continua, nascondendo il fatto che sono proprio queste pratiche a creare il rischio, veicolare i virus e distruggere l'equilibrio dei nostri ecosistemi.
"La più grande e letale arroganza dell'uomo è credere di dover gestire la natura per farla funzionare, dimenticando che gli animali non sono nostri subalterni, ma abitanti a pieno titolo del nostro stesso mondo. Noi non siamo i padroni dell'ecosistema: ne siamo solo gli ospiti più presuntuosi e distruttivi."
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https://www.armietiro.it/torna-la-rabbia-in-europa