04/06/2026
Da leggere in silenzio....
Oggi mi chiamano per una consulenza in un altro reparto. Una delle tante, nulla di straordinario.
Una paziente con un tumore in fase terminale, i reni bloccati, le urine che non riescono più a scorrere. Serve un intervento palliativo. È routine, per noi.
Entra, stesa su un letto. Una donna tra i 70 e gli 80 anni, pelle candida, capelli color carota con due dita di ricrescita, ma smalto rosa perfetto.
«Buongiorno signora»
«Buongiorno a lei, dottore»
Leggo la cartella, la visito, rifaccio l’ecografia. Le spiego che i reni non drenano e che serve un drenaggio con due sacche. Lei mi guarda e chiede, con voce ferma:
«Scusi… ne avrò un’altra anche dietro?» (ha già una colostomia).
«Sì, signora…»
Silenzio.
Poi mi guarda:
«Come si chiama?»
«Deplano.»
«No, il nome.»
«Marco.»
«Marco… che bel nome. Hai due minuti per me?»
«Certo, signora.»
«Lo sai che io sono già morta?»
«Non la seguo…»
«Mio figlio è morto quindici anni fa, a 33 anni. Un infarto. Io sono morta quel giorno. Dovevo morire allora, o dieci anni fa quando mi hanno trovato la malattia. Ora non devo più fingere. I figli sono sistemati, i nipoti anche, io voglio tornare da lui. Non voglio vivere qualche giorno in più con altre sacche, altri dolori. Voglio morire con dignità. Ti offendi se non voglio fare nulla? Sono stanca. Mi affido a Dio. Dimmi la verità, soffrirò?»
«No, signora. Lei può decidere tutto.»
«Allora sospendi la trasfusione. Voglio tornare a casa. Voglio mangiare un gelato con mio nipote.»
Ogni sua parola mi spogliava. Come petali strappati da una rosa. Ho dimenticato la stanchezza, la rabbia, tutto quello che credevo urgente. Gli anni di studio, le linee guida, le raccomandazioni. Tutto inutile.
Davanti a me, una donna nuda di verità.
Non sono riuscito a trattenere le lacrime.
«Marco, ti sei emozionato?»
«Un po’ sì, mi scusi…»
«È bello invece. Mi fai sentire importante.»
Poi mi chiede un bacio, come quelli che si danno alle mamme. E lo do, tremando.
In quel momento, lei era la donna più bella del mondo.
In quella stanza non c’era più una paziente.
C’era una madre, una nonna, una donna che ha amato, che ha perso, che ha deciso.
Mi ha insegnato cosa significa morire senza paura.
Mi ha insegnato che la medicina più potente è la libertà.
Che una parola dolce può fare più di mille farmaci.
Che ci sono momenti in cui bisogna solo stare. Con rispetto. In silenzio.
Il mio curriculum, i miei master, le mie ore in corsia, quel giorno valevano meno di zero.
Perché parlavano le anime.
E io ero piccolo, minuscolo, davanti a tanta grandezza.
Tutto ciò che riguarda la vita, quando nasce, quando si spezza, quando finisce, va vissuto con discrezione e libertà.
L’unico momento capace di cancellare litigi, ferite, distanza.
Sembra assurdo, ma a volte è il dolore, non l’amore, a unire di più.
Buon viaggio, signora.
E grazie per avermi ricordato perché ho scelto di essere medico.
Marco Deplano, urologo dell'ospedale Sirai di Carbonia, in Sardegna
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