02/06/2026
A tutti noi piace ricordare il 2 giugno così !
Buona Festa della Repubblica!
2 giugno 1946.
Per la prima volta nella storia d'Italia, anche le donne votano.
E quel giorno nasce la Repubblica.
Tredici milioni. Tante furono le donne che il 2 giugno 1946 entrarono per la prima volta in un seggio. Più degli uomini.
Affluenza all'89%. Code chilometriche davanti alle scuole, ai municipi, alle parrocchie. Madri, operaie, contadine, ex staffette partigiane, ragazze appena maggiorenni.
Avevano aspettato decenni per quel momento. E quel giorno cambiarono il volto del Paese.
Per arrivare a quel giorno, era stato necessario un decreto.
Decenni dopo gli uomini. Quasi un secolo dopo le prime suffragette.
Anni durante i quali milioni di italiane avevano lavorato, partorito, resistito al fascismo, fatto la Resistenza, ricostruito un Paese ridotto in macerie. Senza poter scegliere chi le rappresentava.
Poi venne l'Assemblea Costituente.
Su 556 deputati eletti, le donne erano 21. Il 3,7%.
Nove comuniste, nove democristiane, due socialiste, una del Fronte dell'Uomo Qualunque.
Vennero chiamate "le Madri Costituenti". E in quei mesi decisero, insieme agli uomini, come sarebbe stata la Repubblica.
I loro nomi.
Adele Bei. Bianca Bianchi. Laura Bianchini. Elisabetta Conci. Filomena Delli Castelli. Maria Federici. Nadia Gallico Spano. Angela Gotelli. Angela Guidi Cingolani. Nilde Iotti. Teresa Mattei. Angiola Minella. Rita Montagnana. Lina Merlin. Maria Jervolino De Unterrichter. Maria Nicotra. Teresa Noce. Ottavia Penna Buscemi. Elettra Pollastrini. Maria Maddalena Rossi. Vittoria Titomanlio.
Quattordici di loro erano laureate. In diverse avevano fatto la Resistenza. Tutte sapevano cosa significava combattere per esistere.
Cinque di loro entrarono nella Commissione dei 75, il gruppo ristretto incaricato di scrivere materialmente la Costituzione. Maria Federici, Angela Gotelli, Nilde Iotti, Lina Merlin, Teresa Noce.
L'articolo 3 della Costituzione recita: "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione…".
Quelle tre parole, "senza distinzione di sesso", le dobbiamo a Lina Merlin.
I colleghi le dissero che era superfluo, che "tutti i cittadini" includeva già le donne. Lei rispose ricordando loro la Rivoluzione francese: "Nel 1789 furono proclamati in Francia i diritti dell'uomo e del cittadino, ma quella proclamazione restò platonica, perché cittadino è considerato solo l'uomo con i calzoni". Vinse la sua battaglia. E quelle tre parole entrarono nella Carta.
Al secondo comma dell'articolo 3, c'è scritto che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che limitano "di fatto" la libertà e l'eguaglianza dei cittadini.
Quel "di fatto" è di Teresa Mattei. La più giovane delle 21. Venticinque anni, partigiana col nome di battaglia "Chicchi", catturata dai tedeschi, seviziata, sopravvissuta.
Pretese che si scrivesse "di fatto", perché sapeva bene che l'uguaglianza sulla carta vale poco, se nella vita reale resta una promessa mai mantenuta.
Nilde Iotti aveva 26 anni quando entrò in Costituente. Era una delle cinque donne nella Commissione dei 75, e fu relatrice ufficiale sulla famiglia nella Prima Sottocommissione.
La sua tesi era netta: la famiglia italiana, così com'era, era "antidemocratica", perché fondata sulla subordinazione giuridica della donna al marito. Andava riscritta da capo.
A lei dobbiamo l'impianto degli articoli 29, 30 e 31. L'uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, la responsabilità condivisa verso i figli, il dovere della Repubblica di sostenere le famiglie.
Poi c'è l'articolo 37, che fissa la parità salariale tra donne e uomini a parità di lavoro. L'articolo 48 sul voto. L'articolo 51, che apre alle donne ogni ufficio pubblico ed elettivo.
Tutto questo viene da lì. Da quelle 21 donne che, in mezzo a un Paese in rovina, ottennero che la Repubblica nascesse con dentro un'idea di uguaglianza che nessuno, prima, aveva mai osato scrivere così.
Quando si festeggia il 2 giugno, lo si fa pensando alla Repubblica.
Si dovrebbe pensare anche alle code di donne davanti ai seggi. Alle staffette partigiane che andavano a votare con la gonna stirata e le mani che tremavano. Alle 21 deputate che si sedettero in un'aula piena di uomini e tennero la schiena dritta.
A Lina Merlin che pretese tre parole nell'articolo 3. A Teresa Mattei che pretese due parole. A Nilde Iotti che riscrisse da zero l'idea stessa di famiglia.
Se oggi abbiamo una Repubblica, è anche grazie a loro.