14/07/2026
𝐂𝐎𝐒𝐀 𝐑𝐀𝐂𝐂𝐎𝐍𝐓𝐀 𝐔𝐍𝐀 𝐊𝐄𝐓𝐔𝐁𝐁𝐀’…
𝑈𝑛𝑎 𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎 𝑑’𝑎𝑚𝑜𝑟𝑒 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑅𝑜𝑚𝑎 𝑒𝑏𝑟𝑎𝑖𝑐𝑎 𝑑𝑒𝑙 1793
C’è una storia d’amore, di riscatto e di burocrazia che riposa tra le pieghe di una pergamena ingiallita. Non è un semplice pezzo di carta, ma una Ketubbà: il contratto matrimoniale ebraico che nel 1793 unì una giovane coppia nel ghetto della Roma papalina. Oggi questo documento è conservato al Museo Ebraico di Roma, dove figura tra i pezzi di maggiore rilievo della collezione: fu donato dalla famiglia di Clotilde Tagliacozzo in Piperno, in memoria del padre Angelo Tagliacozzo e della madre Fortunata Di Porto. La pergamena è stata pubblicata nel catalogo Antiche ketuboth romane. I contratti nuziali della comunità ebraica di Roma, a cura di Olga Melasecchi e Amedeo Spagnoletto, edito dalla Gangemi — uno splendido volume che restituisce a queste pergamene il contesto storico e artistico che meritano.
Il 13 gennaio 1793 la folla inferocita linciò il diplomatico francese Ugo di Basseville, accusato di idee rivoluzionarie. La rabbia popolare si riversò subito contro gli ebrei del Ghetto, falsamente indicati come complici dei giacobini. Una moltitudine armata diede fuoco al Portone della Regola per sterminare le famiglie intrappolate. Ma un violentissimo acquazzone soffocò i roghi. Secondo la tradizione ebraica la pioggia miracolosa disperse gli assalitori; le fonti storiche attestano che fu l’intervento dei soldati pontifici a impedire concretamente l’assalto. Quel prodigio passò alla storia come il Mo’ed di Piombo, ancora oggi celebrato il 2 di Shevat come festa per lo scampato pericolo. Quella notte aveva lasciato un segno indelebile. Ma la storia non si ferma alla paura: il 1793 era l’anno in cui Luigi XVI veniva ghigliottinato e le idee di libertà rimbalzavano fino a Roma, mescolando speranza e terrore. Per gli ebrei del ghetto quelle idee avevano un sapore ambiguo — erano le stesse di cui erano stati accusati come complici, eppure promettevano un mondo in cui le mura potevano finalmente cadere. In questo clima sospeso tra violenza e utopia, Mordechai Rosselli e Khannà Di Porto — conosciuti nelle fonti civili come Angelo e Anna — scelsero di unire le loro vite. La loro ketubbà non è soltanto un contratto: è una risposta silenziosa e tenace agli assalitori di gennaio, all’Europa in fiamme, alla fragilità di una comunità che aveva rischiato di scomparire. I censimenti conservati negli archivi romani ci permettono di conoscere meglio chi fossero questi sposi. Dal censimento del 1800 custodito presso l’Archivio Storico “Giancarlo Spizzichino” della Comunità Ebraica di Roma sappiamo che i Rosselli appartenevano alla Scuola Castigliana: erano cioè ebrei di origine sefardita, ovvero sp****la, discendenti di famiglie espulse dalla pen*sola iberica nel 1492. Un secondo censimento, conservato presso l’Archivio di Stato di Roma e datato 1816, ci restituisce un ritratto ancora più preciso. Angelo era nato nel 1767, Anna nel 1771. Angelo risulta fabbricante di lane, residente in Via Rua 298: la via principale dei commerci del ghetto, dove abitavano le famiglie più facoltose. Nel 1816 i figli sono sei: Manuel nato nel 1794, Isacco nel 1797, Aron nel 1800, Pellegrino nel 1801, Rosa nel 1804 e Giuditta nel 1807. Il quadro che emerge è quello di una famiglia di mercanti benestanti, solida e numerosa, che attraversò indenne una delle fasi più convulse della storia europea: dalla prima Repubblica Romana alle guerre napoleoniche, fino alla Restaurazione. Khannà, orfana di padre, godeva di tutele giuridiche rigidissime: la dote annotata nel documento non diventava proprietà dello sposo — poteva solo investirla nelle proprie attività — ed era legalmente protetta dai creditori. Sulla pergamena ovina, dipinta ad acquerello e inchiostro, troviamo verbalizzati il giorno del matrimonio, la dote, il notaio, i testimoni e il versetto di Isaia 55,12. Il documento è decorato con cesti di fiori, alberi e lo stemma della famiglia Rosselli.
La ketubbà non si limita a essere un freddo contratto legale: è un prezioso racconto storico e umano che custodisce nomi, impegni morali e status economico dell’epoca. Trasforma la burocrazia in una forma d’arte e rappresenta una straordinaria finestra capace di narrare, insieme, la microstoria di una famiglia e la macrostoria di un intero popolo. Al di là di ogni accordo patrimoniale, i due giovani si amavano — e furono pronti a dirsi sì, in quel ghetto che aveva appena sfiorato la distruzione, come per affermare che la continuità della vita vale più di qualsiasi tempesta politica. Che la famiglia Tagliacozzo in Piperno abbia scelto di donare questa pergamena al Museo Ebraico di Roma in memoria dei propri cari è, in fondo, un gesto dello stesso segno: custodire la memoria per consegnarla al futuro, come fecero Mordechai e Khannà la sera delle loro nozze.
Lilli Spizzichino
Collaboratrice ASCER