Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma

Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma L'Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma è ritenuto uno dei più importanti archivi d'Europa per quanto riguarda la storia degli Ebrei.

04/09/2026

Gino Modigliani (1913–1948), musicista, compositore e direttore del Coro del Tempio Maggiore di Roma, dedicò la sua vita alla musica come strumento di cultura e nutrimento dello spirito.

Nel volume di Pasquale Troìa, edito da Gangemi, la sua storia artistica e umana torna alla luce: un itinerario nella memoria di un protagonista ancora da riscoprire, un viaggio alla scoperta dell’amore per la musica.

Un testo in perfetta sintonia con la Giornata Europea della Cultura Ebraica, in programma domenica 6 settembre.

“Gino Modigliani: Una vita per la musica” è disponibile presso la Libreria Ebraica Kiryat Sefer, in Via Elio Toaff 2.

Il video è stato realizzato grazie al contributo ottenuto, ai sensi dell’art. 1 della legge 534 del 17 ottobre 1996 (anno 2025), dalla Direzione Generale Educazione, Ricerca e Istituti Culturali del Ministero della Cultura.

Domenica 6 settembre 2026 torna in tutta Italia la Giornata Europea della Cultura Ebraica, dedicata quest’anno al tema “...
01/09/2026

Domenica 6 settembre 2026 torna in tutta Italia la Giornata Europea della Cultura Ebraica, dedicata quest’anno al tema “Amore – אהבה – Love”.

Ecco il programma Il programma di Roma e le attività dell'Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma

30/08/2026

Immaginate Venezia, anno 1769. Niente Google Calendar, niente app per ricordarvi quando cade Pasqua o quando riapre la banca. C'è però un libretto grande quanto un cellulare di oggi (anche più piccolo, in realtà) che fa tutto questo — e lo fa per tre comunità diverse insieme. È il Lunario de...

29/07/2026

Una ricerca sul patrimonio dei canti liturgici della Comunità Ebraica di Roma, “Canti del Tempio Maggiore di Roma”, edito dalla Gangemi, è articolata in due tomi: il primo, a cui è allegato un CD, analizza i manoscritti musicali delle Cinque Scole e le composizioni di autori ebrei e non, dalla consacrazione del Tempio Maggiore (27 luglio 1904, 15 Av 5664) a oggi, custoditi nell’Archivio Musicale dell’Archivio Storico della Comunità. I testi sono accompagnati da commenti biblici, liturgici e musicali (con partiture) e dalle interviste ai tre protagonisti, che illustrano il ruolo di chazzan, direttore di coro e organista nella tefillah.

Il CD raccoglie diversi canti canti interpretati dal Coro del Tempio Maggiore diretto dal M° Claudio Di Segni, con il chazzan rav Avraham Alberto Funaro e l’organista M° Angelo Spizzichino.

Il secondo tomo invece, ricostruisce per la prima volta le biografie dei direttori del coro dall’inaugurazione del Tempio, tra cui Elio Piattelli, autore di numerose composizioni ancora inedite conservate nell’Archivio. Un contributo destinato a restare un riferimento per chi studia la tradizione musicale ebraico romana.

“Canti del Tempio Maggiore di Roma” è disponibile presso la Libreria Ebraica Kiryat Sefer, in Via Elio Toaff 2.


Il video è stato realizzato grazie al contributo ottenuto in risposta all’art.1 della legge 534 del 17 ottobre 1996 anno 2025 della Direzione Generale Educazione, Ricerca e Istituti Culturali del Ministero della Cultura

29/07/2026
𝐂𝐎𝐒𝐀 𝐑𝐀𝐂𝐂𝐎𝐍𝐓𝐀 𝐔𝐍𝐀 𝐊𝐄𝐓𝐔𝐁𝐁𝐀’…𝑈𝑛𝑎 𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎 𝑑’𝑎𝑚𝑜𝑟𝑒 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑅𝑜𝑚𝑎 𝑒𝑏𝑟𝑎𝑖𝑐𝑎 𝑑𝑒𝑙 1793C’è una storia d’amore, di riscatto e di burocr...
14/07/2026

𝐂𝐎𝐒𝐀 𝐑𝐀𝐂𝐂𝐎𝐍𝐓𝐀 𝐔𝐍𝐀 𝐊𝐄𝐓𝐔𝐁𝐁𝐀’…
𝑈𝑛𝑎 𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎 𝑑’𝑎𝑚𝑜𝑟𝑒 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑅𝑜𝑚𝑎 𝑒𝑏𝑟𝑎𝑖𝑐𝑎 𝑑𝑒𝑙 1793

C’è una storia d’amore, di riscatto e di burocrazia che riposa tra le pieghe di una pergamena ingiallita. Non è un semplice pezzo di carta, ma una Ketubbà: il contratto matrimoniale ebraico che nel 1793 unì una giovane coppia nel ghetto della Roma papalina. Oggi questo documento è conservato al Museo Ebraico di Roma, dove figura tra i pezzi di maggiore rilievo della collezione: fu donato dalla famiglia di Clotilde Tagliacozzo in Piperno, in memoria del padre Angelo Tagliacozzo e della madre Fortunata Di Porto. La pergamena è stata pubblicata nel catalogo Antiche ketuboth romane. I contratti nuziali della comunità ebraica di Roma, a cura di Olga Melasecchi e Amedeo Spagnoletto, edito dalla Gangemi — uno splendido volume che restituisce a queste pergamene il contesto storico e artistico che meritano.

Il 13 gennaio 1793 la folla inferocita linciò il diplomatico francese Ugo di Basseville, accusato di idee rivoluzionarie. La rabbia popolare si riversò subito contro gli ebrei del Ghetto, falsamente indicati come complici dei giacobini. Una moltitudine armata diede fuoco al Portone della Regola per sterminare le famiglie intrappolate. Ma un violentissimo acquazzone soffocò i roghi. Secondo la tradizione ebraica la pioggia miracolosa disperse gli assalitori; le fonti storiche attestano che fu l’intervento dei soldati pontifici a impedire concretamente l’assalto. Quel prodigio passò alla storia come il Mo’ed di Piombo, ancora oggi celebrato il 2 di Shevat come festa per lo scampato pericolo. Quella notte aveva lasciato un segno indelebile. Ma la storia non si ferma alla paura: il 1793 era l’anno in cui Luigi XVI veniva ghigliottinato e le idee di libertà rimbalzavano fino a Roma, mescolando speranza e terrore. Per gli ebrei del ghetto quelle idee avevano un sapore ambiguo — erano le stesse di cui erano stati accusati come complici, eppure promettevano un mondo in cui le mura potevano finalmente cadere. In questo clima sospeso tra violenza e utopia, Mordechai Rosselli e Khannà Di Porto — conosciuti nelle fonti civili come Angelo e Anna — scelsero di unire le loro vite. La loro ketubbà non è soltanto un contratto: è una risposta silenziosa e tenace agli assalitori di gennaio, all’Europa in fiamme, alla fragilità di una comunità che aveva rischiato di scomparire. I censimenti conservati negli archivi romani ci permettono di conoscere meglio chi fossero questi sposi. Dal censimento del 1800 custodito presso l’Archivio Storico “Giancarlo Spizzichino” della Comunità Ebraica di Roma sappiamo che i Rosselli appartenevano alla Scuola Castigliana: erano cioè ebrei di origine sefardita, ovvero sp****la, discendenti di famiglie espulse dalla pen*sola iberica nel 1492. Un secondo censimento, conservato presso l’Archivio di Stato di Roma e datato 1816, ci restituisce un ritratto ancora più preciso. Angelo era nato nel 1767, Anna nel 1771. Angelo risulta fabbricante di lane, residente in Via Rua 298: la via principale dei commerci del ghetto, dove abitavano le famiglie più facoltose. Nel 1816 i figli sono sei: Manuel nato nel 1794, Isacco nel 1797, Aron nel 1800, Pellegrino nel 1801, Rosa nel 1804 e Giuditta nel 1807. Il quadro che emerge è quello di una famiglia di mercanti benestanti, solida e numerosa, che attraversò indenne una delle fasi più convulse della storia europea: dalla prima Repubblica Romana alle guerre napoleoniche, fino alla Restaurazione. Khannà, orfana di padre, godeva di tutele giuridiche rigidissime: la dote annotata nel documento non diventava proprietà dello sposo — poteva solo investirla nelle proprie attività — ed era legalmente protetta dai creditori. Sulla pergamena ovina, dipinta ad acquerello e inchiostro, troviamo verbalizzati il giorno del matrimonio, la dote, il notaio, i testimoni e il versetto di Isaia 55,12. Il documento è decorato con cesti di fiori, alberi e lo stemma della famiglia Rosselli.

La ketubbà non si limita a essere un freddo contratto legale: è un prezioso racconto storico e umano che custodisce nomi, impegni morali e status economico dell’epoca. Trasforma la burocrazia in una forma d’arte e rappresenta una straordinaria finestra capace di narrare, insieme, la microstoria di una famiglia e la macrostoria di un intero popolo. Al di là di ogni accordo patrimoniale, i due giovani si amavano — e furono pronti a dirsi sì, in quel ghetto che aveva appena sfiorato la distruzione, come per affermare che la continuità della vita vale più di qualsiasi tempesta politica. Che la famiglia Tagliacozzo in Piperno abbia scelto di donare questa pergamena al Museo Ebraico di Roma in memoria dei propri cari è, in fondo, un gesto dello stesso segno: custodire la memoria per consegnarla al futuro, come fecero Mordechai e Khannà la sera delle loro nozze.


Lilli Spizzichino
Collaboratrice ASCER

05/07/2026

“L’Università Israelitica di Roma e Rav Moshe Israel Hazan, un rapporto difficile 1847-1853”, a cura di Silvia Haia Antonucci e Andrea Asher Spizzichino, raccoglie il volume di Giancarlo Spizzichino, pubblicato a sette anni dalla sua scomparsa, e ricostruisce il mandato di Rav Moshe Israel Hazan, Capo rabbino della Comunità Ebraica di Roma dal 22 luglio 1847 al 28 aprile 1853, succeduto a dodici anni di sede vacante.

Il volume documenta un passaggio istituzionale rilevante nella storia della comunità capitolina: il momento in cui la figura del Capo rabbino, riconosciuta fino ad allora come autorità, viene ridefinita, nelle parole dell’allora presidente Samuel Alatri, a “dottore della santa legge” e “professore di teologia”. Il rapporto fra Rav Hazan e la comunità romana, breve e segnato da tensioni continue, rende evidente questo mutamento, fino alle dimissioni annunciate dallo stesso rabbino il 22 gennaio 1852.

Il libro affronta inoltre la posizione di Rav Hazan sul rito italiano dal punto di vista halakhico, offrendo un ulteriore tassello per la ricostruzione della storia della Comunità Ebraica di Roma in un periodo di profonda trasformazione.

Il volume è disponibile presso la Libreria Ebraica Kiryat Sefer, in Via Elio Toaff 2.


Il video è stato realizzato grazie al contributo ottenuto in risposta all’art.1 della legge 534 del 17 ottobre 1996 anno 2025 della Direzione Generale Educazione, Ricerca e Istituti Culturali del Ministero della Cultura

𝐈𝐥 𝐬𝐞𝐠𝐧𝐨 𝐠𝐢𝐚𝐥𝐥𝐨 𝐬𝐮𝐥𝐥𝐞 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐝𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐏𝐚𝐩𝐚𝐶𝑟𝑜𝑛𝑎𝑐𝑎 𝑑𝑖 𝑢𝑛𝑎 𝑠𝑢𝑝𝑝𝑙𝑖𝑐𝑎 𝑎𝑙 𝑡𝑒𝑚𝑝𝑜 𝑑𝑖 𝑃𝑖𝑜 𝑉𝐼di Lilli Spizzichino, Collaboratrice ASCE...
19/06/2026

𝐈𝐥 𝐬𝐞𝐠𝐧𝐨 𝐠𝐢𝐚𝐥𝐥𝐨 𝐬𝐮𝐥𝐥𝐞 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐝𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐏𝐚𝐩𝐚
𝐶𝑟𝑜𝑛𝑎𝑐𝑎 𝑑𝑖 𝑢𝑛𝑎 𝑠𝑢𝑝𝑝𝑙𝑖𝑐𝑎 𝑎𝑙 𝑡𝑒𝑚𝑝𝑜 𝑑𝑖 𝑃𝑖𝑜 𝑉𝐼
di Lilli Spizzichino, Collaboratrice ASCER

L'aria di Roma in quel febbraio del 1775 si era fatta improvvisamente gelida, e non per la tramontana che sferzava il Tevere. Lungo le vie del ghetto, il rumore dei martelli che riparavano i portoni del rione Sant'Angelo risuonava come un presagio. Era stato affisso l’Editto sopra gli Ebrei: 44 clausole scritte con la cannuccia dell'intransigenza da Papa Pio VI. La mobilità individuale venne drasticamente ridotta e per accentuare la separazione visiva e impedire che gli ebrei potessero mescolarsi con la popolazione cristiana. Pio VI impose l'obbligo del segno distintivo giallo con una capillarità mai vista prima. Gli uomini erano obbligati a indossare un cappello coperto di panno giallo, mentre alle donne veniva imposto uno scialle o un velo della stessa tonalità, noto nei documenti come sciamito giallo. La vera e più pesante innovazione dell'editto del 1775 risiedeva nel fatto che tale marchio non doveva più essere esibito soltanto all'esterno, ma divenne obbligatorio anche all'interno delle mura dello stesso ghetto, trasformandosi in una marchiatura perenne visibile persino nell'intimità della vita comunitaria quotidiana, sotto la costante minaccia di multe esorbitanti o fustigazioni pubbliche per i trasgressori. In questo contesto si inserisce la drammatica supplica rivolta a papa Pio VI da parte dell’Universitas Hebraeourum Urbis che, per ragioni legate esclusivamente al proprio sostentamento e al commercio, erano costretti a spostarsi costantemente da una provincia all'altra con l’obbligo di esporre visibilmente il segno giallo di riconoscimento. Per tale ragione, l'applicazione pratica di tale norma si rivelò ben presto una condanna per l'incolumità dei commercianti ebrei i quali si videro esposti a pericoli costanti lungo le principali vie di comunicazione del territorio papale. Per tale motivo nella supplica si spiega e si richiede al pontefice clemenza e benevolenza come è scritto:

“[…] e sicome con il segno sono maltrattati, anche con percosse, e specialmente dalle persone sfaccendate et oziose, supplicano cotanto umilmente la S.V che voglia degnarsi graziarli del benigno permesso di andare senza il solito segno, come di esimerli da ogni vessazione e il trattenimento della sera fuori dal ghetto anche dopo passata l’ora di notte nonostante qualsivoglia editto e ordinazione in contrario che della grazia. Si concede modo di provisione la richiesta licenza e voglia per mesi quattro”

Di conseguenza, il papa concesse per un periodo della durata di quattro mesi la dispensa dall'obbligo di indossare il segno distintivo giallo sui vestiti. Inoltre, accordò ai mercanti la facoltà di circolare liberamente e trattenersi al di fuori delle mura del ghetto anche nelle ore serali, comportamenti generalmente vietati dalla disciplina del ghetto. Il provvedimento confermò la complessa e spesso apparentemente contraddittoria gestione pontificia del rapporto con gli ebrei, sospesa tra severità dottrinale e pragmatismo economico.

La signora Laura Arduini Mazzei cadde per strada e fu aiutata da una collaboratrice dell’Archivio Storico della Comunità...
11/06/2026

La signora Laura Arduini Mazzei cadde per strada e fu aiutata da una collaboratrice dell’Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma (ASCER) alla quale raccontò che durante la Shoah lei, che aveva 18 anni e suo fratello Carlo che aveva 12 anni, vissero a casa della zia Luigina e salvarono Laura Sonnino e Masino Coen.
I discendenti dei coniugi Coen furono ritrovati solo quando Laura fu ricoverata all’Umberto I e nella sua stanza era una ragazza ebrea che conosceva i cugini del nipote dei coniugi Coen, Salvatore Manasse, il quale non sapeva praticamente nulla del salvataggio dei nonni, ma, tra le loro carte ritrovò un ringraziamento a Luigina scritto da Masino.
Grazie anche all’impegno dello staff dell’ASCER, tra il 2019 e il 2023 sia Luigina, sia Laura hanno ricevuto la medaglia dei giusti dallo Yad Vashem.

Nella foto: Patrizia Mazzei, una delle figlie di Laura Arduini Mazzei e Lior Keinan, Vice ambasciatore di Israele in Italia

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