Giornalisti italiani uniti per un sindacato nuovo, autorevole, trasparente

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Giornalisti italiani uniti per un sindacato nuovo, autorevole, trasparente la Federazione nazionale della Stampa ha firmato un contratto giornalistico favorevole alla Fieg. Insieme per un nuovo sindacato, senza ideologie

Giornalismo 4.0 e sindacato


Disoccupazione, precarietà, compensi bassi. Da almeno due decenni l’universo del giornalismo è caratterizzato da queste tre criticità, alle quali si aggiunge il calo della autorevolezza e credibilità del giornalismo, in generale dell’informazione, le fake news, l’informazione addomesticata e partigiana. Non ci stancheremo mai di dire che il mondo dell’informazione e d

ell’editoria sono profondamente cambiati. Le nuove tecnologie che consentono tempestività e e immediata diffusione di notizie grazie al costante flusso della comunicazione globale, il web, le innovazioni, il digitale, l’Intelligenza artificiale (AI), il 6G, gli algorirmi e anche il contesto economico, sociale, culturale hanno impresso una rivoluzione tale che il giornalismo che abbiamo conosciuto noi, la generazione dei 40/50/60enni, non ci sarà più. Sembra passato un secolo da quando nelle redazioni dei giornali il pezzo si scriveva con la Lettera 22, c’era ancora la carta carbone, la tipografia a piombo, la mitica Linotype con la quale si dava inizio alla stampa del giornale. Ora il digitale ha creato anche una nuova generazione di colleghi e colleghe, nuove figure professionali: videomaker, audio-reporter, comunicatori, blogger, social media manager, ecc…

Per questo un sindacato moderno, vigile, competente, che segue e spesso anticipa i mutamenti della società, ha un ruolo centrale in tutto questo processo di trasformazione e di vera e propria rivoluzione anche del linguaggio oltre che delle normative e delle leggi che hanno un impatto profondo e talvolta molto negativo sulla professione, sul diritto-dovere di informare correttamente e compiutamente l’opinione pubblica. Il bavaglio all’informazione in Italia

L’ultimo provvedimento, una sorta di bavaglio, di censura per l’informazione è stato il decreto Cartabia che impone il silenzio ai responsabili degli uffici giudiziari e alle forze dell’ordine sulle notizie relative alle inchieste e alle operazioni di polizia giudiziaria. Il giornalista quindi non è più in grado di ottenere dalle fonti notizie relative all’indagato. Così la “presunzione di innocenza” varata dal decreto Cartabia viola l’art. 21 della Costituzione e impedisce, ad esempio, al giornalista di conoscere le generalità di un pedofilo o di uno stupratore che così avrà la “garanzia” dell’anonimato! Una vera aberrazione giuridica che premia l’aguzzino e vulnera la vittima una seconda volta. Insomma a farne le spese- oltre al giornalismo, soprattutto quello di inchiesta- è il diritto dell’opinione pubblica di essere informata. Il rischio di una informazione edulcorata, appannata, manipolata, influenzata è altissimo e spesso il giornalista non è nemmeno in grado di intervenire in questo sistema perché gli stessi editori, per interessi vari, spingono in una direzione opposta a quella auspicata dall’art. 21 della Costituzione. Noi pensiamo che il giornalismo debba sempre costituire un argine, un contrappeso al potere, ai poteri e alle lobbies. l miglior giornalismo è il watch dog del potere che cerca di far luce, di indagare sul sistema non trasparente, sulla corruzione, sulle illegalità. Ci rammarichiamo del fatto che il giornalismo d’inchiesta ormai sia praticamente estinto, tranne quale baluardo che resiste alle pressioni degli editori e del potere che non ama il giornalismo libero, indipendente e autonomo. Il ruolo del giornalista competente, autonomo, è centrale anche per la democrazia e per lo stato di diritto: informare l’opinione pubblica in modo corretto e compiuto nel rispetto della verità sostanziale dei fatti equivale a dare la possibilità al cittadino di scegliere consapevolmente e conoscere i fatti come realmente sono accaduti, senza filtri, senza manipolazioni e quindi di scegliere i propri rappresentanti. Insomma il Conoscere per deliberare caro a Luigi Enaudi….La Costituzione stessa, art. 21, ha previsto ciò perché una democrazia non può dirsi compiuta senza un giornalismo libero, autorevole, al servizio dell’opinione pubblica e non del potere. Il sindacato ha spesso tutelato i colleghi e le colleghe che hanno subito pressioni, minacce, quando non vere e proprie aggressioni e violenze da parte di organizzazioni mafiose, da parte di soggetti che non gradiscono il lavoro del cronista che racconta, indaga, la cui opera di divulgazione delle informazioni è considerata una minaccia per quelle organizzazioni e per il sistema della corruttela politica. Il sindacato è nato per tutelare il lavoro del giornalista, garantendo che l’editore rispetti il contratto per i lavoratori subordinati ma è nel suo dna la tutela anche dei non garantiti, cioè le migliaia di freelance, precari, partite Iva e co.co.co, che sono costretti a lavorare ai margini del giornalismo professionale perché il loro lavoro, nonostante consenta alle testate web, stampa e radiotelevisive, di mandare in onda i propri notiziari, percepiscono compensi irrisori, rischiando perfino la vita! Il giornalismo deve tornare protagonista, sempre al servizio del lettore, perché come diceva Montanelli, il vero editore è il lettore. Molti criticano il giornalismo di essere troppo acquiescente nei confronti della politica e dei potenti. Soprattutto l’informazione pubblica della Rai dove troppo spesso la politica invade il campo e lo fa anche sul fronte delle promozioni e delle carriere creando malcontento tra i giornalisti e ciò non giova nemmeno all’immagine della stessa Rai. Bisogna tornare a fare più giornalismo tra la gente, nelle strade, nelle piazze, nella realtà di questo Paese, parlando con le famiglie, con i disoccupati, con gli imprenditori, pensionati, giovani, lavoratori e lavoratrici, che possono raccontare le loro storie e il vissuto fornendo sfaccettature di esperienze che un giornalista deve saper intercettare e a sua volta raccontare con inchieste, approfondimenti, reportage così rari ormai sui media nazionali e sulla Rai da anni…. Solo così si può coinvolgere di nuovo l’opinione pubblica, riconquistando la fiducia e la credibilità nella stampa. E’ bene tenere a mente che l’evoluzione del giornalismo crossmediale va di pari passo e in sinergia con le nuove figure professionali, videomaker, web editor, data journalist, comunicatori, ecc… che sono i nuovi protagonisti, insieme ai giornalisti “tradizionali”, di raccogliere, selezionare, produrre e divulgare le notizie sulle multipiattaforme digitali media e sui social. La facilità all’accesso delle notizie gratuite e in modo così diffuso su internet, se da un lato consente all’opinione pubblica di contribuire e accedere più rapidamente alle fonti dell’informazione, dall’altro espone l’intero sistema alla virale diffusione di fake e toxic news, disinformazione e misinformazione, con effetti persistenti e con costi esponenziali nel recupero della veridicità della notizia anche a carico della collettività. La situazione si sta deteriorando a tal punto che persino la Commissione Europea ha recentemente finanziato con 5 milioni di euro uno studio sull’impatto delle fake news sulla prossima campagna elettorale, tanto è vero che la stessa ha richiesto agli Over the top del mondo degli operatori commerciali sul web, (Google, Facebook, Mozilla, Twitter, IAB, EACA, WFA) firmatari del codice di condotta sulla disinformazione pubblicato il 26 settembre 2018, i primi risultati della campagna di lotta alla disinformazione, suggerendo l’ipotesi dell’emanazione di un Regolamento comunitario che disciplini il settore. La situazione è ancora più drammatica per quanto concerne l’informazione pubblica: l’ingerenza della pressione politica, nonché dei comitati d’affari all’interno del servizio pubblico radiotelevisivo, come tra l’altro denunciato dagli stessi giornalisti della Rai, ha contribuito in modo significativo al deterioramento della situazione complessiva. Proprio per questo si ritiene che una delle prima iniziative che dovrà prendere il legislatore sarà quella di ridisegnare l’intero sistema dell’informazione e dell’editoria anche alla luce di queste considerazioni. UN GIORNALISMO LIBERO, INDIPENDENTE, AL SERVIZIO DELLA COLLETTIVITA’ CHE TORNI AD ESSERE IL WATCHDOG DELLA POLITICA GIOVA ALLA DEMOCRAZIA E ALLA STESSA POLITICA

Riteniamo che un giornalismo libero, autonomo e competente, al servizio dei cittadini, il watchdogdella malapolitica e del malgoverno, non possa prescindere dal recupero di autorevolezza e di credibilità del principale protagonista dell’informazione: il giornalista e tutti coloro che, pur non avendo la qualifica professionale, operano nell’universo dell’informazione e della comunicazione spesso con ottimi risultati ma senza alcuna tutela, né previdenziale, né assistenziale e nemmeno sanitaria! Un giornalismo indipendente, non acquiescente, non controllato dalla politica diventa cruciale a difesa della capacità critica del cittadino, della sua libertà di scelta, e quindi della tenuta dello stato di diritto e della democrazia stessa. A maggior ragione, poi, se si considera la pervasività di informazioni indistinte, le cui fonti spesso non sono credibili e addirittura manipolate e la facilità con cui la tecnologia può sostituirsi alla risoluzione delle criticità reali nella vita dei cittadini influenzandone artatamente le opinioni. La professione del giornalista, svolta secondo criteri etici e di indipendenza, è indispensabile anche nel quadro delle prossime trasformazioni del mondo dell’informazione che prevedono la generazione autonoma di contenuti attraverso algoritmi proprietari che incidono radicalmente sul sistema dell’informazione e dell’editoria. In questo quadro il giornalista diventa l’indispensabile garante della funzione critica. L’IMPATTO DELLE NUOVE TECNOLOGIE SULL’INFORMAZIONE DI QUALITA’
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