22/01/2026
RIBALTA AL FEMMINICIDA? NO
Pubblichiamo, condividendone i contenuti, il comunicato di Differenza Donna, sulla trasmissione Ignoto X, che nei giorni dell'uccisione di Federica Torzullo, terza vittima da inizio 2026, ha dato voce e ribalta all'autore di un femminicidio.
L’associazione Differenza Donna scrivera’ oggi alla Agcom perché vengano presi provvedimenti adeguati nei confronti degli autori e del conduttore della trasmissione ignoto X in onda su La 7 che ieri hanno regalato uno spettacolo di inaccettabile gravità. Il conduttore ha intervistato un autore di femminicidio, lasciandogli parola senza adeguato contraddittorio rispetto ad una incredibile sequenza di affermazioni figlie del peggior patriarcato e di tutta quella cultura da cui non possono che nascere violenza contro le donne e femminicidi.
La violenza non si spiega: si nomina. Sulla narrazione televisiva che giustifica il femminicidio
Abbiamo assistito con grave preoccupazione a uno spazio televisivo IGNOTO X, andato in onda su LA7, in cui, commentando il femminicidio di una donna, è stato offerto un racconto centrato sulla sofferenza, sul vissuto emotivo e sulle presunte “ragioni” dell’uomo che l’ha uccisa.
Questa narrazione non è neutra.
Ha un nome preciso: himpathy.
È il meccanismo culturale attraverso cui l’empatia pubblica viene sistematicamente spostata dall’autore del reato alla sua “umanità ferita”, fino a rendere comprensibile – se non giustificabile – la violenza maschile contro le donne.
Quando un femminicidio viene raccontato come l’esito di una crisi, di una fragilità o di un eccesso di sentimento:
la responsabilità dell’uomo viene diluita;
la violenza viene normalizzata;
la donna uccisa scompare dal discorso pubblico;
si produce vittimizzazione secondaria, anche post mortem.
Non si tratta di libertà di opinione né di pluralismo.
Si tratta di responsabilità editoriale.
I media hanno un ruolo centrale nella costruzione del senso comune e sono vincolati, anche sul piano degli obblighi internazionali assunti dall’Italia, a non giustificare la violenza maschile contro le donne. La Convenzione di Istanbul è chiara: la violenza di genere non può essere spiegata come fatto privato, emotivo o relazionale, ma deve essere riconosciuta per ciò che è – un fenomeno strutturale fondato su rapporti di potere diseguali.
Dare spazio televisivo a narrazioni che assolvono simbolicamente gli uomini che uccidono significa contribuire a un clima culturale che rende il femminicidio socialmente intelligibile.
Ed è esattamente questo clima che, da anni, le donne denunciano.
Chiediamo quindi:
una riflessione pubblica da parte della redazione;
il rispetto delle linee guida internazionali sulla rappresentazione della violenza di genere;
la fine di ogni narrazione che trasformi i femminicidi in drammi maschili laddove invece sono l'escalation di violenze pregresse e reiterate, la punizione per donna che si ribella al potere possesso e dominio maschile.
È inoltre inaccettabile che venga sostenuta e amplificata, come presunta motivazione della violenza, la paura di perdere i figli.
Questa narrazione è una falsificazione e va apertamente smentita.
Sono le donne che, se sopravvivono alla violenza, devono affrontare percorsi giudiziari che le espongono a un’ulteriore forma di soffocamento, tra sospetto, delegittimazione e ricatti genitoriali. Anche questo è parte del problema strutturale.
La violenza contro le donne non si spiega, non si romanticizza, non si comprende.
Si nomina, si condanna, si previene.
Le parole non sono innocue.
E quando giustificano, uccidono due volte.
Di questo ci parla Marcela Lagarde, quando spiega che femminicida non è solo l’uomo che uccide, ma il sistema sociale e istituzionale che rende possibile, tollerabile e persino spiegabile la violenza contro le donne.
Il femminicidio, nella sua analisi, non è un fatto privato né un’esplosione emotiva individuale, ma il prodotto di un ordine simbolico, giuridico e culturale che protegge gli uomini e abbandona le donne.
Dinanzi a questo ordine non arretreremo neppure di un passo e segnaleremo formalmente l’episodio all’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM), affinché valuti il rispetto degli obblighi in materia di rappresentazione della violenza di genere, di tutela della dignità delle vittime e di responsabilità del servizio pubblico dell’informazione.