Unicobas

Unicobas L'Unicobas Scuola è un sindacato autogestito che aderisce alla Confederazione Italiana di Base Unicobas (CIB Unicobas). Che differenza c'è tra Unicobas e Cobas?

E' conosciuto anche come l'AltrascuolA Unicobas e come Federazione sindacale dei Comitati di Base. L'Unicobas è un sindacato di base realmente indipendente e dichiaratamente "libertario". Nei Cobas (come in altre simili “microstrutture” iper-ideologiche), come ognuno può costatare, sono ancora egemoni i sostenitori della vecchia logica del "sindacato = cinghia di trasmissione del partito" nella ve

rsione “aggiornata” di quel che resta della politica “gruppettara” dell’estremismo degli anni ‘70. L’obiettivo primario resta per i Cobas quello di offrire supporto ad operazioni politiche esterne al mondo della scuola. L’ottica è quella “tradizionale”: il progetto politico viene da fuori, lo elabora appunto il ‘partito’ (ammesso che esista ancora), o il gruppo dirigente ‘autonomo’, avulso dallo specifico della funzione docente e degli insegnanti, che una certa sinistra ha sempre denigrati e sacrificati sull’altare dell’impiegatizzazione e/o di un anacronistico “operaismo” o “laburismo” general generico. Occorre ricordare che nel Dicembre ’97, come il resto di una certa anacronistica ‘sinistra’ (sempre più snaturata rispetto alle sue radici, approdata al liberismo rampante o rimasta fossilizzata su posizioni totalitarie vetero o neo-staliniane), Rifondazione Comunista approvò la legge Finanziaria per il ‘98, con il taglio del 3% delle cattedre e dei posti ATA, dopo aver votato a favore dell’attuale “autonomia”, della legge liberticida sulla rappresentanza sindacale che premia i sindacati Confederali e i loro amici impedendoci persino le assemblee in orario di servizio, nonché del blocco dei pensionamenti nella scuola. Per le loro ascendenze ideologiche i Cobas sono dichiaratamente contrari all’uscita della scuola dal cosiddetto “pubblico impiego” sancito con il DL.vo 29/93 (primo elemento della piattaforma dell'Unicobas). In tal modo essi negano il ruolo istituzionale riconosciuto dalla Costituzione all’istruzione pubblica, nonché la specificità della funzione docente. Proprio come i loro “cugini” della CGIL.

26/05/2026

COMUNICATO UNICOBAS: SENTENZA DEFINITIVA. L'ASPETTATIVA NON RETRIBUITA è un DIRITTO ANCHE PER I SINDACATI DI BASE

SENTENZA DEFINITIVA: L’ASPETTATIVA NON RETRIBUITA È UN DIRITTO PER TUTTI I SINDACATI, NON SOLO PER I PRONTA-FIRMA
Una bella batosta per mala politica e mala “rappresentanza” sindacale

I PRECEDENTI. Con la sentenza n.° 3624 dell’8 maggio 2018, il Giudice monocratico, Dr.ssa Claudia Canè della Seconda Sezione Lavoro del Tribunale di Roma, confermava l’aspettativa non retribuita a carico del sindacato Unicobas, assistito dall’Avv. Giovanni Angelozzi del Foro di Roma, dopo analoga vittoria in sede giudiziaria per l’anno scolastico 2016/2017, respingendo il ricorso in opposizione prodotto dal Miur (Gabinetto del Ministro Fedeli), confermando così quanto già stabilito da una precedente sentenza di merito, e condannando il Ministero al pagamento delle spese (4.039 euro).
Il Ministero dell’Istruzione, già “recidivo”, perché battuto una prima volta in tribunale, sosteneva ugualmente quanto già preteso nel primo (soccombente) giudizio, ovvero che l’istituto dell’aspettativa sindacale non retribuita spettasse, come per quelle retribuite dallo Stato, solo alle OoSs firmatarie di contratto (Sic!) e “maggiormente rappresentative” (tali in grazia del vergognoso calcolo basato sulle elezioni Rsu che consentono ai lavoratori di votare solo le liste presenti nella singola unità produttiva, elezioni frammentate e senza lista nazionale ove è vitato ai sindacati di base di tenere assemblee in orario di servizio per trovare candidati). La pretesa, contraria alle disposizioni dello Statuto dei Lavoratori, nasce con un contratto nazionale quadro sui permessi sindacali nel quale, in pieno conflitto d’interessi, Cgil, Cisl, Uil, Snals-Confsal, Gilda-Fgu e controparti pubbliche pattuivano di riservare agli apparati di casta confederali non solo le aspettative retribuite (2mila nel pubblico impiego), ma persino quelle che non danno luogo a nessuna retribuzione.
Citando una lontana sentenza della Cassazione, il Giudice ribadiva quindi, già nel 2018, che quanto previsto dalla legge non può essere aggirato con un accordo fra Stato, Ministero ed alcune organizzazioni sindacali (a danno di altre). La L. 300/70 è molto chiara: l’aspettativa non retribuita spetta ai membri degli organi statutari dirigenti di qualsiasi organizzazione sindacale. Citiamo dalla sentenza: “Trattasi infatti di un diritto riconosciuto a tutela della libertà sindacale del lavoratore ed alla libera applicazione delle relative attività, costituzionalmente garantito (cfr. artt. 39 e 51 Costituzione), che non è suscettibile di limitazioni o discriminazioni”.
Una buona premessa per la battaglia finale quando s’è discusso in Tribunale dell’aspettativa non retribuita del successivo anno scolastico, dopo una ben diversa sentenza che, pilatescamente, non è entrata nel merito perché non ci sarebbe stato “periculum in mora”, dal momento che all’inizio dell’anno scolastico 2017/2018, in attesa che la giustizia si pronunciasse, sono stato costretto (annullato il primo) a mettermi di nuovo in anno “sabatico”, senza stipendio e senza contributi. Non c’erano più “scuse”: l’anno sabatico non è ripetibile. Infatti, il 3 marzo 2020 un’altra sentenza ribadiva il diritto all’aspettativa: 3 a 1, punteggio tennistico... Però il 10.5.22 la Corte d’Appello di Roma ha bizzarramente ritenuto di nuovo “derogabile” lo Statuto dei Lavoratori, confondendo la distribuzione dei distacchi a carico dello stato derivanti dalla “rappresentatività” calcolata a parte con quelli non retribuiti che invece la legge prevede per i membri di organismi statutari di qualsiasi sindacato.
L’ULTIMA SENTENZA. Quest’ultima sentenza del 20 maggio ha chiuso il cerchio. Come disposto dalla Cassazione, riassumendo la causa, la stessa Corte d’Appello di Roma con un nuovo Giudice, il Dott. Vito Francesco Nettis, ha esaurito la questione senza più possibilità di replica, con ulteriori aggravi per lo stato perché, oltre alla conferma della precedente, è intervenuta un’altra condanna alle spese: €.5.000,00 per il giudizio di appello; €.4.000,00 per il giudizio di Cassazione; €.5.000,00 per l’ultima fase, per un totale di 18.039 euro. Il tutto, oltre al contributo unificato, rimborso forfetario del 15%, Iva e Cap come per legge.
Era stata la Corte di Cassazione, con sentenza del 9 febbraio 2026 a riformare e rinviare alla Corte d’Appello la precedente decisione negativa perché venisse riformata, ribadendo che l’art. 31 della L. 300/70 è inderogabile e non può ve**re negato da norme pattizie sui distacchi, che siano onerosi (e discriminati dalla cosiddetta “rappresentatività”) o meno. Ora la vittoria dell’Unicobas Scuola, assistito dall’Avv. Giovanni Angelozzi del Foro di Roma, è definitiva (e fa giurisprudenza).
Una lezione anche per tutti quei “costituzionalisti di Sua Maestà” (ben radicati anche dentro una certa “sinistra” ormai ridotta alla frutta), sinora assolutamente muti a fronte di tali vergogne anche perché legati a doppio filo a quelle stesse Confederazioni (Cgil in primis) che, con il gioco delle parti, negli ultimi 30 anni hanno garantito come contropartita l’imposizione sui lavoratori dell’austerità voluta dalla “Troika”, il massacro degli stipendi, delle pensioni e del welfare.
Stefano d’Errico (Segretario nazionale Unicobas)

CREMONA, 30 MAGGIO: PRESENTAZIONE DI "SINDACATO SPA. CGIL, CISL, UIL (E GLI ALTRI). DIKTAT, AFFARI E MIRACOLI DELLA NUOV...
25/05/2026

CREMONA, 30 MAGGIO: PRESENTAZIONE DI "SINDACATO SPA. CGIL, CISL, UIL (E GLI ALTRI). DIKTAT, AFFARI E MIRACOLI DELLA NUOVA CASTA", con Premessa di Peter Gomez ed Introduzione di Ezio Gallori (PaperFirst, 2026). SIETE TUTTI INVITATI
Più di 3,5 miliardi l’anno dallo Stato fra moneta sonante e vantaggi vari (fiscali e non solo) per Cgil, Cisl, Uil (e anche le sigle minori come l’Ugl). Denaro pubblico per pensioni d’oro, Caf, patronati, Onlus, corsi, formazione professionale, stipendi e contributi per migliaia di distaccati dal lavoro. Le sigle sindacali inoltre gestiscono i fondi pensione, sono collegate con banche, holding, cooperative, comitati d’affari, strutture sanitarie convenzionate ed hanno un giro di circa 8 miliardi l’anno, però non devono neanche presentare un bilancio. Ma non è tutto. Perché un’apposita norma consente agli esponenti dei sindacati laute pensioni a carico dello Stato senza il versamento dei contributi? Perché un dirigente neo-assunto nel settore privato, subito collocato in aspettativa non retribuita (apparentemente a “totale carico del sindacato”), può guadagnarsi una pensione di anche settemila euro mensili? Perché una legge truffa sulla rappresentanza concede a questi sindacati un regime di monopolio, mentre agli altri viene negato persino il diritto di assemblea? La lista dei benefici per la casta sindacale è lunga e incredibile.

CREMA, 29 MAGGIO: PRESENTAZIONE DI "SINDACATO SPA. CGIL, CISL, UIL (E GLI ALTRI). DIKTAT, AFFARI E MIRACOLI DELLA NUOVA ...
22/05/2026

CREMA, 29 MAGGIO: PRESENTAZIONE DI "SINDACATO SPA. CGIL, CISL, UIL (E GLI ALTRI). DIKTAT, AFFARI E MIRACOLI DELLA NUOVA CASTA", con Premessa di Peter Gomez ed Introduzione di Ezio Gallori (PaperFirst, 2026). SIETE TUTTI INVITATI
Più di 3,5 miliardi l’anno dallo Stato fra moneta sonante e vantaggi vari (fiscali e non solo) per Cgil, Cisl, Uil (e anche le sigle minori come l’Ugl). Denaro pubblico per pensioni d’oro, Caf, patronati, Onlus, corsi, formazione professionale, stipendi e contributi per migliaia di distaccati dal lavoro. Le sigle sindacali inoltre gestiscono i fondi pensione, sono collegate con banche, holding, cooperative, comitati d’affari, strutture sanitarie convenzionate ed hanno un giro di circa 8 miliardi l’anno, però non devono neanche presentare un bilancio. Ma non è tutto. Perché un’apposita norma consente agli esponenti dei sindacati laute pensioni a carico dello Stato senza il versamento dei contributi? Perché un dirigente neo-assunto nel settore privato, subito collocato in aspettativa non retribuita (apparentemente a “totale carico del sindacato”), può guadagnarsi una pensione di anche settemila euro mensili? Perché una legge truffa sulla rappresentanza concede a questi sindacati un regime di monopolio, mentre agli altri viene negato persino il diritto di assemblea? La lista dei benefici per la casta sindacale è lunga e incredibile.

ENZO DI BRANGO: RECENSIONE DI "SINDACATO SPA. CGIL, CISL, UIL (E GLI ALTRI). DIKTAT, AFFARI E MIRACOLI DELLA NUOVA CASTA...
21/05/2026

ENZO DI BRANGO: RECENSIONE DI "SINDACATO SPA. CGIL, CISL, UIL (E GLI ALTRI). DIKTAT, AFFARI E MIRACOLI DELLA NUOVA CASTA", con Premessa di Peter Gomez ed Introduzione di Ezio Gallori (PaperFirst, 2026).

https://decodernews.substack.com/p/sindacato-spa?utm_id=97757_v0_s00_e232_tv2_tp1_a1den1nk1dmsfm&fbclid=IwY2xjawR8Gc1leHRuA2FlbQIxMQBicmlkETFORnBLeWNoVTB4QU9JckIxc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHv9f_hjWjbP_X9XerWpXwSTszAyn_WUKoA66YcG1x0QMWke915OhVeOLS5hR_aem_CqMUqgMSH9sLwHKL0szktw

di Stefano d'Errico

UNICOBAS: NON COLLABORARE!NO alla DISTRUZIONE degli ISTITUTI TECNICINO alla sQuola di ValditaraDal 22 Maggio al 21 Giugn...
15/05/2026

UNICOBAS: NON COLLABORARE!
NO alla DISTRUZIONE degli ISTITUTI TECNICI
NO alla sQuola di Valditara
Dal 22 Maggio al 21 Giugno 2026
NO ORE & ATTIVITÀ AGGIUNTIVE NO agli STRAORDINARI ATA
NO progetti, incarichi, sostituzioni, aggiornamento, funzioni strumentali

La Controriforma dei Tecnici = 231 ore in meno nel Primo Biennio / 198 in meno nel Secondo Biennio / oltre alle decurtazioni dovute all’istituzione della filiera
SCIOPERO UNICAMENTE PER QUANTI PRESTANO SERVIZIO NEGLI ISTITUTI TECNICI E NEGLI IISS, DOVE SONO PRESENTI ISTITUTI TECNICI: LE TRATTENUTE SARANNO ESCLUSIVAMENTE ORARIE PER QUANTO RICONOSCIUTO DALLA CONTRATTAZIONE DI ISTITUTO A PROGETTI, STRAORDINARI ED ATTIVITÀ AGGIUNTIVE: È ESCLUSA QUALSIASI TRATTENUTA PER L’INTERA GIORNATA. SI SUGGERISCE INOLTRE UNA DISCUSSIONE CRITICA SULL’ADOZIONE DEI TESTI
Personale Ata:
- astensione attività aggiuntive oltre le 36 ore settimanali (35 ore nelle scuole con personale Ata adibito a turni);
- astensione dalle attività che comportano l’intensificazione del lavoro relativa per la sostituzione dei colleghi assenti, limitandosi al proprio piano o settore di competenza;
Personale docente:
- astensione dalle attività aggiuntive di insegnamento oltre l’orario obbligatorio, retribuite con il Fondo di Istituto;
- astensione dall’aggiornamento, dall’espletamento delle funzioni strumentali e dalle uscite didattiche;
- astensione dalle ore aggiuntive per l’attuazione dei progetti e dagli incarichi di coordinatore di progetti retribuiti con il FIS;
- astensione dalle sostituzioni e dalle collaborazioni con il dirigente scolastico, nonché dagli incarichi di responsabile di plesso, di laboratorio, di dipartimento, dalle funzioni di tutor, di coordinatore del consiglio di classe o coordinatore del personale educativo;
- astensione dalle ore aggiuntive prestate per l’attuazione dei corsi di recupero per gli alunni con debiti formativi;
- astensione dalle attività complementari di educazione fisica e avviamento alla pratica sportiva.
Non c’è rispetto. Basta con la truffa delle retribuzioni forfetarie ...Mai più lavorare gratis (o quasi)! BASTA CON LA GUERRA FRA POVERI E L’AUTOGESTIONE DELLA MISERIA
CONTRO i ritardi annosi nell’assunzione dei precari e la riduzione dei benefici stipendiali e normativi per i neo assunti; la valutazione discrezionale di docenti ed ATA, collegando i primi ai ridicoli test Invalsi; la riduzione di tutto il Superiore a 4 anni (immediatamente dopo i Tecnici); l’aumento dell’età minima pensionabile dal 2027; il taglio a 383 euro della Carta del Docente; la protervia di Valditara che vorrebbe una scuola a servizio dell’impresa ed indirizzata a destra. PER il Doppio Canale di reclutamento per abilitazioni e servizio; l’abrogazione delle controriforme Renzi e Gelmini e della relativa revisione delle classi di concorso.

PROCLAMATO LO SCIOPERO PER L'ASTENSIONE DA TUTTE LE PRESTAZIONI ORARIE AGGIUNTIVE per il personale del comparto Istruzio...
12/05/2026

PROCLAMATO LO SCIOPERO PER L'ASTENSIONE DA TUTTE LE PRESTAZIONI ORARIE AGGIUNTIVE per il personale del comparto Istruzione e Ricerca, sezione scuola, e dell’Area Istruzione e Ricerca, sezione scuola, UNICAMENTE per quanti PRESTANO SERVIZIO NEGLI ISTITUTI TECNICI E NEGLI IISS, laddove sono presenti Istituti Tecnici, dal 22 maggio al 21 giugno 2026. LO SCIOPERO E' STATO PROCLAMATO ANCHE DALLA FLC CGIL

Ministero dell’Istruzione e del Merito
PEO: [email protected]
PEC: [email protected]
Ministero dell’Università e della Ricerca
PEC: [email protected]
Ministero Funzione Pubblica
PEC: [email protected]
Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali
PEC: [email protected]
Commissione di Garanzia ex L. 146/90
PEC: [email protected]

Roma, 12.5.2026
PROT. n.° 12526/IND
OGGETTO: proclamazione sciopero astensione da tutte le prestazioni orarie aggiuntive per il personale del comparto Istruzione e Ricerca, sezione scuola, e dell’Area Istruzione e Ricerca, sezione scuola, UNICAMENTE per quanti PRESTANO SERVIZIO NEGLI ISTITUTI TECNICI E NEGLI IISS, laddove sono presenti Istituti Tecnici, dal 22 maggio al 21 giugno 2026

Ai sensi della L. 146/90 e successive modificazioni, nonché delle disposizioni emanate in merito dalla Commissione di Garanzia sul diritto di sciopero istituita dalla medesima legge, la scrivente O.S., Unicobas Scuola & Università – Federazione sindacale dei comitati di base, trattandosi di sciopero contro leggi e normative in vigore e disegni di legge in discussione, materie che esulano quindi dalla necessità del tentativo di conciliazione preventivo, proclama lo sciopero relativo all’astensione da tutte le prestazioni orarie aggiuntive per il personale del comparto Istruzione e Ricerca, sezione scuola, e dell’Area Istruzione e Ricerca, sezione scuola, UNICAMENTE per quanti PRESTANO SERVIZIO NEGLI ISTITUTI TECNICI E NEGLI IISS, laddove sono presenti Istituti Tecnici, dal 22 maggio al 21 giugno 2026.
Detto sciopero è proclamato per tutto il personale Docente ed Ata, a tempo determinato e indeterminato, delle tipologie di scuola su richiamate, sia in forza nelle sedi nazionali che in quelle estere.
La scrivente O.S. ritiene, allo stato attuale, necessaria l’azione di sciopero per protestare contro la controriforma degli Istituti Tecnici e la loro riduzione a 4 anni, foriera di tagli d’organico e riduzione della qualità dell’istruzione, della quale si chiede l’immediato ritiro.
Contestualmente si chiede anche il ritiro della proposta avanzata da membri del governo in carica relativa all’impegno della scuola pubblica con attività durante periodi dei mesi di Luglio ed Agosto, con ricadute evidenti sulle ferie spettanti al personale docente. Lo sciopero è proclamato anche per un piano di investimenti pari a 13 miliardi per il risanamento dell’edilizia scolastica, nella misura dell’80% non a norma rispetto al DLgs 81/90 e per il 50% priva persino dell’agibilità; contro le prove Invalsi; contro l’attuazione delle nuove Indicazioni nazionali; contro la schedatura degli studenti palestinesi messa in atto dal Mim e l’attacco alla libertà d’insegnamento prodottasi, senza censure da parte del Mim, con due campagne discriminatorie legate al modo di insegnare e dirigere la scuola; contro l’obbligo dei Pcto per gli studenti sia nella scuola che nei centri di formazione professionale; contro il nuovo Ccnl scuola a causa degli scarsi stanziamenti e per una provisionale di 200 euro netti per docenti ed ata a recupero per l’aumento del costo della vita dovuto alle vergognose guerre scatenate da Putin e poi da Trump e Netanyahu onde favorire la sanguinosa sostituzione etnica in atto in terra di Palestina, senza che, contro questi ultimi due, il governo abbia messo in atto provvedimenti adeguati, tagliando la collaborazione militare con Israele e con gli Usa e protestando adeguatamente contro le patenti violazioni del diritto internazionale ed umanitario, nonché riconoscendo l’entità autonoma palestinese; per la quattordicesima mensilità per scuola ed università; per lo stanziamento da parte del Governo di 200 milioni per il risarcimento e l’adeguamento di pensioni e stipendi per gli Ata ex Enti Locali che, come hanno riconosciuto ben 10 sentenze della Suprema Corte Europea (alle quali lo stato italiano non ha ottemperato, rischiando ingenti sanzioni dalla Ue), sono stati defraudati dell’anzianità pregressa; per uno stato giuridico ed un mansionario degno del personale educativo; per respingere l’attuazione della legge sulla regionalizzazione (o “autonomia regionale differenziata”) che incrementerebbe i già pesantissimi divari territoriali esistenti nella pen*sola.
In sede contrattuale, contrariamente a quanto statuito, si deve arrivare a 1.000 euro (docenti) e 550 euro (ata) di aumento netti, agganciando gli stipendi della scuola almeno ai livelli intermedi (Spagna – con 1000 euro netti in più) relativi alla media retributiva europea (ove invece siamo gli ultimi). Portare parallelamente la retribuzione dei docenti all’ottavo livello (quello dei vecchi presidi), come è stato fatto per i Dsga (che hanno lo stesso titolo d’ingresso dei docenti: la laurea).
Siamo per la risoluzione definitiva della piaga del precariato, con l’attivazione del doppio canale di reclutamento per il 50% delle nuove assunzioni, ove valgano tutti gli anni di servizio e le abilitazioni già conseguite (onde evitare la necessità di superare più di un concorso).
Chiediamo l’assunzione di almeno 30mila collaboratori scolastici per coprire i vuoti in organico per la vigilanza, e di 30mila fra personale di segreteria e tecnici.
Chiediamo la stabilizzazione diretta degli specializzati (e, se necessario, degli specializzandi) di sostegno, onde evitare che oltre la metà delle cattedre continui a ve**re assegnata a chi non conosce le strategie didattiche per i diversamente abili, e poi l’istituzione di una classe di concorso specifica.
Siamo per il preside elettivo, sul modello dei Rettori di Facoltà nelle Università.
Siamo per l’abbassamento a 65 anni dell’età per fruire della pensione.
Dalla scuola dell’emergenza alla “scuola ricostruita”: l’Unicobas vuole un contratto specifico per la Scuola (per Docenti ed Ata) fuori dai diktat del DLvo 29/93 che impedisce aumenti superiori al tasso di inflazione programmato dal Governo (cosa che ci ha fatto diventare i peggio retribuiti della Ue).

SEMI SOTTO LA NEVE: RECENSIONE DI "CRITICA ANARCHICA DELL'ANTIPOLITICA E DELLA DISEDUCAZIONE. ATTUALITA' DI CAMILLO BERN...
07/05/2026

SEMI SOTTO LA NEVE: RECENSIONE DI "CRITICA ANARCHICA DELL'ANTIPOLITICA E DELLA DISEDUCAZIONE. ATTUALITA' DI CAMILLO BERNERI" (Stefano d'Errico, Mimesis 2025)
d’Errico Stefano, A 3.0: critica anarchica dell’antipolitica e della diseducazione. Attualità di Camillo Berneri, Fano, Mimesis, 2025.
Lo scritto di d’Errico, innanzitutto, pone in evidenza la necessità di attualizzare la visione politica dell’anarchico Camillo Berneri (1897-1937), che seppe farsi promotore di nuova pedagogia sociale rivoluzionaria, pregna di richiami etici. In effetti, il pensatore, che avversava ogni genere di demagogia populista e di romanticismo operaista, nutriva una salda fiducia nella capacità degli esseri umani di cambiare il mondo: per abbracciare un’etica improntata al cambiamento, tuttavia, era a suo avviso necessario rifuggire il buonismo, il perbenismo e le storture del politicamente corretto, derive di cui egli, con evidente lungimiranza, aveva precocemente intuito la perniciosità.
Alla luce di queste riflessioni, d’Errico si interroga sulla possibilità di ricorrere al pensiero di Berneri come a una categoria interpretativa di alcune pregnanti questioni dell’attualità, tra le quali emerge, in primis, il complesso rapporto che lega il potere alla maleducazione. Quest’ultima – che si esprime, a suo avviso, tramite molteplici sfaccettature, come l’esaltazione del banale, l’imperativo del distinguersi a ogni costo, l’egolatria, la tendenza alla fuga dal reale, la disonestà intellettuale e «l’individualismo povero, narciso, esibizionista» (p. 41) –, in effetti, risulta essere indissolubilmente connessa alla «sub-cultura del dominio» (p. 19), in opposizione alla cosiddetta “buona educazione”, che, erroneamente ritenuta una pratica conformista, potrebbe invece giocare un ruolo cruciale nella lotta contro il potere, in quanto componente cruciale di ogni processo etico, nonché condizione ineludibile della convivenza.
Ancora, l’autore ricorre al pensiero di Berneri, nella seconda parte dell’opera, per analizzare – tramite una luce prettamente pedagogica, eredità della propria formazione di insegnante – le criticità emergenti nell’attuale dimensione scolastica, all’interno del contesto italiano. Tra i principali obiettivi polemici individua, in primis, la compressione dell’istruzione alle mere logiche consumistiche (p. 252), la subordinazione dell’insegnamento ai diktat politici (p. 260) e la pratica delle raccomandazioni (p. 313).
Nell’esporre le proprie considerazioni, in ogni caso, d’Errico non risparmia severe critiche alle derive da lui stesso ravviste all’interno del movimento anarchico; in questo, in effetti, pare fare autenticamente proprio lo spirito antidogmatico con il quale lo stesso Berneri, portavoce di prese di posizione insieme eterodosse e illuminanti, aveva condotto un’opera di revisione critica dell’anarchismo, pur rendendosi oggetto, per questo, della riprovazione di quanti, tra i suoi detrattori, preferivano «riaffermare all’infinito principi considerati immutabili» (p. 214). In particolare, Berneri aveva denunciato «l’individualismo “autistico”» (p. 43) proprio di alcuni gruppi anarchici: intrecciandosi a una visione insieme assolutistica ed egoistica del libero arbitrio, tale principio, in effetti, non poteva che farsi propugnatore di una concezione «affatto libertaria» (p. 44) dei rapporti umani e sociali. d’Errico evidenzia, peraltro, che una simile critica «dell’amorfismo individualista» (p. 53) fu al tempo condivisa anche da Luigi Fabbri. In tal senso, la denuncia dell’individualismo assurto a presupposto etico-politico costituisce, secondo l’autore, un punto essenziale: tale fattispecie, infatti, si pone come ostacolo alla trasformazione in senso socialista.
Sulla base di tali considerazioni, pertanto, d’Errico si rende portavoce della necessità di attualizzare la concezione politica di Berneri: quest’ultimo, pure ben conscio dell’impossibilità di raggiungere l’armonia e la perfezione assoluta, aveva in effetti evidenziato l’importanza di sviluppare un comune impegno su «valori condivisi» (p. 39), all’interno della prospettiva di una pedagogia sociale rivoluzionaria dai tratti dinamici, pragmatici, mai demagogici. Tale concezione, in particolare, pare intrisa di un profondo richiamo etico, perché basata sul presupposto secondo il quale la libertà non può mai essere assoluta, ma sottoposta al «principio basilare del servizio» (p. 50).
Esposte tali riflessioni, pertanto, l’autore ragiona sulla necessità di superare la scissione, operata da Machiavelli, tra etica e politica: se, da un lato, la politica deve sempre dotarsi di una guida etica – seppur in passato pericolosamente derubricata dalle ideologie totalitarie a «pratica dell’impossibile» (p. 65) –, è altrettanto cruciale, d’altro canto, che l’anarchismo assuma una dimensione politica, per quanto tale movimento, data la sua natura prevalentemente umanista, sia tipicamente refrattario a questa sfera.
In tal senso, d’Errico precisa, infine, che il tentativo di dare alla politica una guida etica non deve essere erroneamente sovrapposto alla tensione totalitaria di realizzazione di uno Stato etico e di una società trasparente, eventualità che, anzi, determinerebbero il dominio assoluto dello Stato e il soffocamento di ogni istanza di libertà (p. 222). Il principio etico cardine di questa visione, al contrario, deve essere quello della responsabilità, intesa come attenta considerazione delle conseguenze dell’agire non solo sulla propria coscienza, ma anche sulle dinamiche del vivere collettivo e plurale. Ne deriva, secondo d’Errico, che qualsiasi istanza di cambiamento, per essere davvero rivoluzionaria, dovrà essere umanista, e, pertanto, fondata sull’educazione.

Presentazione del libro su Radio Radicale (28 aprile). Intervista a Ezio Gallori e Stefano d'Errico- ISCRIVITI AL CANALE...
29/04/2026

Presentazione del libro su Radio Radicale (28 aprile). Intervista a Ezio Gallori e Stefano d'Errico- ISCRIVITI AL CANALE YOU TUBE DELL'UNICOBAS. POI CLICCA SUL LINK:
https://youtu.be/_PZSVzEzYRQ
SINDACATO $.p.A.
Cgil, Cisl, Uil (e gli altri). Diktat, affari e miracoli della nuova casta
di Stefano d’Errico, con Introduzione di Ezio Gallori e Prefazione di Peter Gomez
PaperFIRST, pp. 464, euro 18,50, nelle librerie dal 14 aprile. Posizione nella classifica Bestseller di Amazon: oggi n. 581 in Libri (su 15 milioni di titoli)
• n. 1 in Relazioni industriali e sicurezza
• n. 5 in Interviste
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Sinossi
Più di 3,5 miliardi l’anno dallo Stato fra moneta sonante e vantaggi vari (fiscali e non solo) per Cgil, Cisl, Uil (e anche le sigle minori come l’Ugl). Denaro pubblico per pensioni d’oro, Caf, patronati, Onlus, corsi, formazione professionale, stipendi e contributi per migliaia di distaccati dal lavoro. Le sigle sindacali inoltre gestiscono i fondi pensione, sono collegate con banche, holding, cooperative, comitati d’affari, strutture sanitarie convenzionate ed hanno un giro di circa 8 miliardi l’anno, però non devono neanche presentare un bilancio. Ma non è tutto. Perché un’apposita norma consente agli esponenti dei sindacati laute pensioni a carico dello Stato senza il versamento dei contributi? Perché un dirigente neo-assunto nel settore privato, subito collocato in aspettativa non retribuita (apparentemente a “totale carico del sindacato”), può guadagnarsi una pensione di anche settemila euro mensili? Perché una legge truffa sulla rappresentanza concede a questi sindacati un regime di monopolio, mentre agli altri viene negato persino il diritto di assemblea? La lista dei benefici per la casta sindacale è lunga e incredibile. In questo libro viene per la prima volta squadernata una realtà che, così come organizzata, nel difficile mondo del lavoro odierno, non ha davvero senso. Un volume che scoperchia tutto ciò che non funziona e propone un modello differente per riformare l’intero settore.
Dalla Prefazione di Peter Gomez:
"Gli stipendi in Italia non crescono da trent’anni. Qualcuno dovrebbe alzare la voce. E quel qualcuno dovrebbe essere il sindacato.
Accade ed è accaduto così in tutti i Paesi d’Europa. Ed è successo persino negli Usa dove il sindacato dei lavoratori dell’auto ha bloccato le fabbriche per settimane e settimane per ottenere aumenti che recuperassero l’inflazione post-Covid.
Perché invece da noi il conflitto salariale è restato debole, intermittente, spesso simbolico? Il Protocollo del 23 luglio 1993, firmato dalle organizzazioni sindacali con il governo, segna la svolta: nasce la concertazione permanente, nasce la politica dei redditi, nasce l’idea che i salari debbano crescere non in base al conflitto, ma in base alle compatibilità macroeconomiche. Da quel momento i sindacati non sono più soltanto rappresentanti dei lavoratori: diventano cogestori della stabilità economica del Paese. È l’ingresso ufficiale nel sistema.
Ogni patto ha ovviamente un prezzo. Qui il prezzo è il conflitto. Mentre s’indeboliva il conflitto sociale, il sistema delle organizzazioni è invece cresciuto. Cresciuto nei servizi.
Patronati, Caf, formazione professionale, enti bilaterali: sono un welfare parallelo che, secondo Stefano d’Errico, muove ogni anno almeno 8 miliardi di euro, senza un bilancio consolidato che consenta di capire davvero quanto valga l’intero perimetro delle varie organizzazioni".
Dall’Introduzione di Ezio Gallori:
“Nel mondo sindacale di un tempo, con la partecipazione e la democrazia, non c’erano spazi per i privilegi ma solo militanze convinte ed esempi di alta moralità e impegno. Valori che si sono persi nell’acquisizione di una certa “modernità”, nell’acquisizione di diritti, nelle deleghe, nei distacchi sindacali, nei compensi, nelle carriere agevolate, negli opportunismi e perfino nei tradimenti ai danni dei lavoratori”.
Stefano d’Errico è segretario nazionale dell’Unicobas. Profondo conoscitore del mondo sindacale, tra i suoi libri: La Scuola distrutta (Mimesis, Milano 2019) e La scuola rapita, il Covid e la Dad (Armando, Roma 2021), grazie ai quali ha raccontato la storia del sindacalismo di base e denunciato un trentennio di massacro scientifico dell’istruzione pubblica ad opera del neo-liberismo e della sinistra minimalista e “politicamente corretta”.
https://youtu.be/_PZSVzEzYRQ

28/4/2026 RRadicale:Intervista a S.D'Errico-E.Gallori sul libro "Sindacato S:P:A."(Paper FIRST)

IL FATTO QUOTIDIANO, 22.4.2026: ESTRATTO DALLA PREFAZIONE DI PETER GOMEZ a "Sindacato S.p.A. Cgil, Cisl, Uil (e gli altr...
23/04/2026

IL FATTO QUOTIDIANO, 22.4.2026: ESTRATTO DALLA PREFAZIONE DI PETER GOMEZ a "Sindacato S.p.A. Cgil, Cisl, Uil (e gli altri). Diktat, affari e miracoli della nuova casta" (Stefano d'Errico, Paper FIRST, Roma 2026)
Su Amazon con la carta del docente:
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Gli stipendi in Italia non crescono da trent’anni e sarebbe comodo poter indicare un solo colpevole. Ma la verità è che le cause sono molte, intrecciate tra loro, e tutte documentate. Le grandi imprese aumentano i profitti, ma redistribuiscono poco e male. Le prime 200 aziende italiane hanno visto crescere margini e dividendi molto più degli stipendi. Hanno spesso arricchito gli azionisti e impoverito dipendenti e collaboratori. La produttività ristagna perché gli investimenti sono bassi, soprattutto in tecnologia e capitale umano. Chi alternativamente governa preferisce ridurre le tasse sul lavoro – mettendo sempre più a rischio lo stato sociale – invece che introdurre un salario minimo legale per legge o riscoprire una politica industriale nazionale degna di questo nome. E persino un supertecnocrate come Mario Draghi, che ha guidato le istituzioni europee e italiane, alla fine lo ha ammesso: i salari sono stati tenuti bassi perché le élite pensavano di reggere in questo modo la concorrenza internazionale. Non potendo più svalutare la moneta si è scelto di svalutare il lavoro.
Tutto vero. Tutto dimostrabile. Ma in una democrazia matura, quando profitti e salari si separano per così tanto tempo, quando la produttività non cresce perché non si investe, quando la politica abdica al suo ruolo, qualcuno dovrebbe alzare la voce. E quel qualcuno dovrebbe essere il sindacato.
Accade ed è accaduto così in tutti i Paesi d’Europa. Ed è successo persino negli Usa dove il sindacato dei lavoratori dell’auto ha bloccato le fabbriche per settimane e settimane per ottenere aumenti che recuperassero l’inflazione post-Covid.
Perché invece da noi il conflitto salariale è restato debole, intermittente, spesso simbolico? Perché i salari sono scesi senza una reazione proporzionata nelle piazze e sui luoghi di lavoro?
Il libro di Stefano d’Errico serve anche per dare questa risposta.
Non a caso d’Errico parte dal passato. Dagli anni in cui l’Italia ha cambiato pelle. E con essa ha cambiato anche il ruolo dei sindacati.
Fino alla fine degli anni Ottanta i sindacati italiani erano, con le ovvie eccezioni, una forza esterna allo Stato. Potentissima, certo. Ma esterna. Il conflitto era lo strumento principale, il salario il terreno di scontro, lo sciopero un atto imprevedibile e destabilizzante.
Poi arrivano gli anni Novanta. E cambia tutto. Tra il 1992 e il 1993 l’Italia è sull’orlo del baratro: il debito si fa enorme, c’è l’attacco alla lira e l’uscita dal serpentone monetario europeo. L’inchiesta Mani Pulite spazza via i partiti della Prima Repubblica. Lo Stato e una classe politica corrotta perdono potere e credibilità. Serve qualcosa a cui aggrapparsi. Serve un altro perno di stabilità. I sindacati diventano quel perno.
Il Protocollo del 23 luglio 1993, firmato dalle organizzazioni sindacali con il governo, segna la svolta: nasce la concertazione permanente, nasce la politica dei redditi, nasce l’idea che i salari debbano crescere non in base al conflitto, ma in base alle compatibilità macroeconomiche. Da quel momento i sindacati non sono più soltanto rappresentanti dei lavoratori: diventano cogestori della stabilità economica del Paese. È l’ingresso ufficiale nel sistema.
Ogni patto ha ovviamente un prezzo. Qui il prezzo è il conflitto.
Già nel 1990 la legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali introduce preavvisi, fasce di garanzia, limiti e sanzioni. Nel 2000 la riforma rafforza ulteriormente il meccanismo. Lo sciopero viene trasformato in una sorta di procedura amministrata. Gli scioperi alla francese o alla tedesca che bloccano il Paese per giorni diventano da noi impossibili.
Anche perché i nostri lavoratori sono poveri e lo sciopero non se lo possono permettere. In Italia non esiste una vera cassa sciopero. Chi sciopera perde interamente il salario. Il sindacato non compensa. Il rischio economico, anzi la fame, è tutto sulle spalle e sulla tavola del lavoratore.
All’estero è diverso. In Germania e nei Paesi nordici i sindacati raccolgono tra i lavoratori fondi che consentono scioperi lunghi e duri. In Francia, dove la cassa sciopero è parziale, si sciopera a sorpresa e a oltranza. Il conflitto conta perché è sostenibile da chi incrocia le braccia.
In Italia no. E il risultato è sotto gli occhi di tutti: scioperi frequenti ma brevi, simbolici, raramente decisivi. Eppure, come si rende conto ogni iscritto guardando la propria busta paga, i nostri sindacati non sono poveri. Perché, mentre s’indeboliva il conflitto sociale, il sistema delle organizzazioni è invece cresciuto. Cresciuto nei servizi.
Patronati, Caf, formazione professionale, enti bilaterali: sono un welfare parallelo che, secondo Stefano d’Errico, muove ogni anno almeno 8 miliardi di euro, senza un bilancio consolidato che consenta di capire davvero quanto valga l’intero perimetro delle varie organizzazioni. Il paradosso è evidente: salari fermi; sindacati economicamente solidi. Una forza grande come apparato, ma sempre più debole come leva salariale.
Attenzione però. L’autore di questa Prefazione non intende sminuire l’opera sul territorio di migliaia di sindacalisti per tentare di migliorare le condizioni dei lavoratori. Qui s’intende invece denunciare un sistema che si è creato e autoalimentato per lustri e lustri, finendo per assumere aspetti patologici.
Non per nulla, negli ultimi vent’anni il passaggio diretto dal vertice sindacale alle istituzioni è diventato strutturale e bipartisan.
Nel governo attuale siede Luigi Sbarra, segretario generale della Cisl fino al 2025, nominato sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle politiche per il Sud. Una migrazione stupefacente dal vertice sindacale all’esecutivo.
Sempre nell’area governativa, Claudio Durigon, ex dirigente Ugl, ha ricoperto ruoli di sottosegretario in più governi, occupandosi proprio di lavoro, economia e politiche sociali.
Sul fronte opposto, negli anni precedenti, il meccanismo è stato quasi identico. Susanna Camusso, segretaria generale della Cgil dal 2010 al 2019, è entrata direttamente in Parlamento.
Prima di lei Guglielmo Epifani ha fatto lo stesso, dopo aver guidato la Cgil per otto anni. E ancora Cesare Damiano, proveniente dalla Fiom-Cgil, è stato ministro del Lavoro e deputato per più legislature. Sul versante Cisl, Annamaria Furlan, segretaria generale fino al 2021, è ora senatrice. Franco Marini, oggi scomparso, aveva ricoperto il suo stesso incarico negli anni Ottanta, per poi diventare ministro del Lavoro e addirittura aspirante Presidente della Repubblica. Savino Pezzotta è pure passato dal sindacato al Parlamento.
Alcuni di questi ex sindacalisti hanno storie specchiate (altri no), ma in ogni caso vederli tutti assieme nei palazzi del potere fa un brutto effetto. Dimostra che non siamo davanti a eccezioni. Ma a una filiera.
All’estero questo accade raramente. Non per superiorità morale, ma perché i sindacati non sono così integrati nel sistema pubblico e dei partiti; non hanno bilanci così dipendenti dalle scelte del legislatore, sono e restano controparte. Anche della politica. In Italia, invece, il sindacato è scuola di classe dirigente, con accesso diretto alle istituzioni.
Dagli anni Novanta in poi viviamo dentro un patto non scritto: pace sociale in cambio di ruolo istituzionale. Lo Stato riconosce centralità e risorse. I sindacati garantiscono prevedibilità e controllo del conflitto. Il salario diventa la variabile sacrificabile.
Come detto, il risultato è sotto gli occhi di tutti: sindacati forti come apparato; deboli come leva salariale. Conflitto rituale. Buste paga ferme.
La questione oggi non è se i sindacati abbiano buone intenzioni. La questione è se questo modello sia arrivato al capolinea.
Perché un sistema che combina salari bassi, assenza di cassa sciopero, integrazione con la politica e opacità contabile può reggere solo finché la società tiene. E la società italiana oggi corre il rischio di non tenere più.
Peter Gomez

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