10/06/2026
Caro Generale Roberto Vannacci,
le scriviamo da padri.
Da uomini che ogni mattina si alzano sapendo che una sentenza può parlare di affido condiviso, ma che la realtà racconta tutt'altro. Da uomini costretti a finanziare un sistema che li considera indispensabili per pagare, ma spesso superflui per educare. Da uomini che attendono mesi, talvolta anni, una decisione giudiziaria mentre il tempo con i propri figli viene consumato giorno dopo giorno, senza possibilità di recupero.
Lei parla di identità, di valori, di patria, di famiglia.
Ma c'è una domanda alla quale né la politica tradizionale né quella che si propone come alternativa sembrano voler rispondere: che valore ha la famiglia se uno dei due genitori può essere progressivamente cancellato dalla vita dei figli nell'indifferenza delle istituzioni?
L'identità più profonda di un padre non è una categoria statistica, non è una voce di bilancio e nemmeno uno slogan da campagna elettorale. È la possibilità concreta di esserci. Di educare. Di accompagnare. Di amare. Eppure, in Italia, migliaia di padri scoprono ogni giorno che l'affido condiviso esiste sulla carta e troppo spesso scompare nella pratica. La bigenitorialità viene celebrata nei convegni, evocata nei programmi politici e dimenticata nei tribunali.
Non sono i proclami a preoccuparci. È il silenzio.
Mentre il dibattito pubblico si accende sulla remigrazione, sulla sicurezza, sull'immigrazione, sulle minoranze e su ogni altra emergenza nazionale, esiste una questione che continua a non meritare attenzione: migliaia di bambini che crescono lontani da uno dei propri genitori e migliaia di padri lasciati soli a combattere procedure infinite, costose e spesso inefficaci.
Noi esistiamo. I nostri figli esistono.
Esistono anche quando vengono privati di una parte fondamentale della loro vita affettiva. Esistono anche quando lo Stato ritiene di sapere cosa sia meglio per loro senza ascoltare davvero chi li ha messi al mondo e continua ad amarli.
E non accetteremo più di essere gli invisibili della politica familiare.
Perché è troppo facile parlare di famiglia in astratto, quella del Mulino Bianco. Più difficile è occuparsi delle famiglie reali, quelle che attraversano separazioni, conflitti e tribunali. Quelle che non assomigliano alla famiglia perfetta delle brochure elettorali, ma che meritano gli stessi diritti e la stessa dignità.
Da lei, e da chi ambisce a guidare il Paese, ci aspettiamo una scelta chiara.
Non dichiarazioni di principio.
Non slogan.
Non generici richiami ai valori.
Ci aspettiamo il coraggio di affrontare una delle più grandi ingiustizie sociali del nostro tempo: la sistematica marginalizzazione della figura maschile, soprattutto quelle paterna dopo la separazione.
Perché il tempo della propaganda termina nel momento in cui un figlio perde suo padre.
E su questo, Generale, non bastano le parole.