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L’Alta Velocità non può diventare un privilegio. La mobilità è una condizione della libertà di lavorare.Dal prossimo 1° ...
25/10/2026

L’Alta Velocità non può diventare un privilegio.

La mobilità è una condizione della libertà di lavorare.

Dal prossimo 1° novembre Trenitalia eliminerà i Carnet Smart, la formula che consentiva ai pendolari dell’Alta Velocità di acquistare dieci viaggi nell’arco di trenta giorni a condizioni agevolate.
Con la soppressione di questa soluzione, migliaia di lavoratori che alternano giornate in presenza e lavoro da remoto rischiano di dover sostenere costi sensibilmente superiori, ricorrendo ad abbonamenti mensili o all’acquisto di singoli biglietti.

È una vicenda apparentemente tariffaria, ma che pone una questione molto più profonda: quanto deve costare, oggi, la possibilità di lavorare senza essere costretti a trasferire la propria vita altrove?

Negli ultimi decenni abbiamo investito ingenti risorse pubbliche nella realizzazione di infrastrutture capaci di ridurre le distanze tra i territori. L’Alta Velocità ha trasformato la geografia economica italiana, rendendo possibile ciò che fino a pochi anni fa appariva difficilmente sostenibile: vivere in una città, lavorare in un’altra e mantenere legami familiari, sociali e professionali senza dover necessariamente scegliere tra carriera e appartenenza territoriale.

Questo processo ha prodotto opportunità particolarmente importanti per il Mezzogiorno.

Per molti professionisti campani, la possibilità di raggiungere Roma in tempi relativamente brevi ha significato accedere a mercati del lavoro più ampi senza interrompere il proprio rapporto con Napoli e con il territorio di origine. Per altri ha rappresentato una concreta alternativa al trasferimento definitivo, con ricadute positive sulla permanenza di competenze, consumi e relazioni economiche nelle comunità di provenienza.

Ma un’infrastruttura non produce integrazione economica soltanto perché esiste, piuttosto la produce quando è effettivamente accessibile.
Ed è proprio qui che emerge una contraddizione nelle politiche di mobilità del nostro Paese.

Da una parte promuoviamo il lavoro agile, la flessibilità organizzativa, la sostenibilità ambientale e la possibilità di distribuire le opportunità professionali su territori più ampi. Dall’altra rischiamo di adottare modelli tariffari che continuano a privilegiare una concezione tradizionale del pendolarismo, fondata su spostamenti quotidiani e abbonamenti rigidi.
Il lavoro è cambiato, ma non sempre i servizi che dovrebbero accompagnarlo hanno saputo evolversi con la stessa rapidità.

Penalizzare economicamente queste forme di mobilità significa rischiare di ridurre proprio quella flessibilità che il mercato del lavoro sta progressivamente riconoscendo come un fattore di modernizzazione.

Per Meritocrazia Italia Campania, il tema non può essere affrontato esclusivamente attraverso la contrapposizione tra esigenze commerciali dell’operatore ferroviario e richieste dei pendolari.

Occorre riconoscere che la mobilità interurbana è diventata una componente strutturale delle politiche del lavoro, della competitività territoriale e della coesione economica nazionale.

Questo non significa negare la necessità di garantire sostenibilità economica ed efficienza nell’utilizzo dei posti disponibili. Significa, piuttosto, chiedere che le scelte tariffarie siano valutate anche in relazione agli effetti che producono sull’accessibilità delle opportunità professionali.

In questa prospettiva, Meritocrazia Italia Campania ritiene prioritario aprire un confronto tra Trenitalia, Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, istituzioni regionali, rappresentanze dei lavoratori e associazioni dei pendolari, finalizzato a preservare una formula di viaggio economicamente sostenibile per chi utilizza l’Alta Velocità con frequenza non quotidiana.

La richiesta non dovrebbe limitarsi al ripristino di un singolo prodotto commerciale, ma orientarsi verso la costruzione di un sistema tariffario capace di adattarsi alle differenti modalità di organizzazione del lavoro. Carnet flessibili, pacchetti di corse personalizzabili e formule interoperabili potrebbero rappresentare strumenti più coerenti con un mercato occupazionale nel quale la presenza fisica non coincide necessariamente con l’intera settimana lavorativa.

È inoltre necessario introdurre una valutazione preventiva dell’impatto delle modifiche tariffarie sulle diverse categorie di utenti: pendolari quotidiani, lavoratori ibridi, studenti e professionisti occasionali.
Una riduzione apparentemente generalizzata può nascondere aumenti rilevanti per specifiche categorie di lavoratori.

Un ulteriore elemento riguarda il rapporto tra mobilità e politiche territoriali. La Regione Campania dovrebbe promuovere, insieme agli operatori e alle istituzioni competenti, un’analisi dei flussi di pendolarismo professionale lungo le principali direttrici dell’Alta Velocità, per comprendere quanto questi collegamenti incidano sulla permanenza dei lavoratori nel territorio, sull’accesso alle professioni qualificate e sulla distribuzione delle opportunità economiche.

Questi dati dovrebbero contribuire a orientare le politiche di sviluppo, perché il pendolarismo non rappresenta soltanto una domanda di trasporto: racconta anche dove si concentrano le opportunità lavorative e quali territori non riescono ancora a produrne in misura sufficiente.

Esiste infine una questione di equità che non può essere ignorata.

Per un lavoratore con una retribuzione elevata, un incremento della spesa ferroviaria può rappresentare un disagio. Per un giovane professionista, un lavoratore precario o una persona all’inizio della propria carriera, lo stesso aumento può determinare la sostenibilità stessa di un’opportunità occupazionale.

In questi casi, il costo della mobilità rischia di trasformarsi in una barriera indiretta all’accesso al lavoro, introducendo una selezione economica che nulla ha a che vedere con competenze, capacità e merito.

È una prospettiva che dovrebbe interrogare profondamente un Paese che continua a confrontarsi con divari territoriali, salari poco competitivi e difficoltà di valorizzazione del capitale umano.

Perché il diritto di aspirare a un’occupazione migliore non dovrebbe dipendere dalla possibilità economica di sostenere spostamenti sempre più onerosi.

La questione, allora, supera il futuro dei Carnet Smart e riguarda il modello di sviluppo che intendiamo perseguire.

Se vogliamo un’Italia nella quale le persone possano accedere alle migliori opportunità senza essere costrette a concentrare la propria esistenza in pochi grandi centri economici, dobbiamo costruire un sistema di mobilità che accompagni questa trasformazione.

Altrimenti rischiamo di realizzare infrastrutture sempre più veloci per una società nella quale muoversi diventa progressivamente meno accessibile.

Il vero progresso non consiste soltanto nel ridurre il tempo necessario per raggiungere un’opportunità. Consiste nel rendere quell’opportunità concretamente raggiungibile.

Ed è su questa capacità di trasformare la velocità in accessibilità, e l’accessibilità in libertà di scelta, che dovrebbe misurarsi una moderna politica nazionale della mobilità.

La Campania si ferma, gli scaffali si svuotano. Il caro carburanti rivela tutte le fragilità del sistema economico regio...
20/10/2026

La Campania si ferma, gli scaffali si svuotano. Il caro carburanti rivela tutte le fragilità del sistema economico regionale.

La protesta degli autotrasportatori e degli agricoltori, nata contro l’aumento dei costi dei carburanti, sta assumendo i contorni di una crisi economica e logistica che coinvolge ormai gran parte del Mezzogiorno e che in Campania produce conseguenze sempre più evidenti sulla quotidianità di cittadini, lavoratori e imprese.

I presìdi lungo le principali arterie stradali, gli accessi ai porti e i nodi logistici stanno rallentando la circolazione delle merci e compromettendo la regolarità degli approvvigionamenti.

Tra Napoli e Caserta, gli scaffali di numerosi supermercati della grande distribuzione risultano parzialmente vuoti. Cominciano a mancare prodotti freschi, frutta, verdura, latticini e altri generi alimentari, mentre il blocco delle piattaforme logistiche impedisce il regolare rifornimento dei punti vendita. Numerose stazioni di servizio hanno esaurito le scorte di carburante.

Particolarmente delicata è la situazione delle isole. A Procida la disponibilità di benzina è ormai prossima all’esaurimento e i supermercati risultano fortemente sguarniti. A Ischia si registrano code ai distributori e difficoltà crescenti nell’approvvigionamento di prodotti alimentari freschi. La carenza di carburante rischia inoltre di compromettere i collegamenti marittimi con la terraferma.

Quando bastano pochi giorni di interruzione dei trasporti per svuotare i supermercati, mettere in difficoltà i distributori di carburante e minacciare i collegamenti con le isole, la protesta diventa la manifestazione concreta della vulnerabilità di un intero sistema economico.

Il caro carburanti rappresenta il fattore scatenante di una crisi che affonda le proprie radici in problemi strutturali mai completamente affrontati, a cominciare dalla dipendenza dal trasporto su gomma.

A rendere ancora più preoccupante la situazione è la contemporanea crescita del costo della vita. Secondo i dati ISTAT, a settembre 2026 l’inflazione ha raggiunto il 4,2%, dal 3,3% di agosto, trainata soprattutto dai beni energetici, aumentati di oltre il 22% in un anno, e dagli alimentari freschi, saliti del 5,5%.

L’aumento del carburante non resta confinato ai trasporti. Gli agricoltori, dalla Piana del Sele agli allevamenti di bufala del casertano, sostengono maggiori costi per la produzione e la distribuzione delle merci. I consumatori affrontano prezzi crescenti e, in alcune aree, una disponibilità ridotta di beni essenziali.

La crisi di una filiera diventa così la crisi di un territorio, e il costo delle inefficienze finisce sull’anello economicamente più debole della catena.

Per Meritocrazia Italia Campania, è necessario distinguere con chiarezza due livelli di intervento. Il primo riguarda la gestione immediata dell’emergenza.

Il diritto di manifestare e di rivendicare condizioni economiche sostenibili deve essere pienamente garantito. Le difficoltà degli autotrasportatori e degli agricoltori non possono essere liquidate come semplici tensioni di categoria, perché riguardano attività fondamentali per il funzionamento del sistema produttivo. Allo stesso tempo, però, la protesta non può compromettere indefinitamente l’approvvigionamento di beni essenziali e la continuità dei servizi pubblici.

È pertanto indispensabile rafforzare il coordinamento tra Prefetture campane, Regione, operatori logistici e rappresentanze delle categorie coinvolte, perché il confronto istituzionale possa svolgersi senza interrompere le forniture prioritarie.

Particolare attenzione deve essere riservata alle isole del golfo e alle aree interne della regione, dall’Irpinia al Sannio al Cilento, dove l’interruzione dei collegamenti e dei rifornimenti può produrre conseguenze sproporzionate rispetto al resto del territorio. Per Procida, Ischia e Capri, in particolare, Meritocrazia Italia Campania chiede alla Regione un piano di continuità che preveda scorte minime di carburante sulle isole e una procedura di rifornimento straordinario via mare, da attivare prima che i distributori restino a secco e i collegamenti con la terraferma vengano messi a rischio.

Occorre garantire corridoi logistici per carburanti destinati ai servizi essenziali, generi alimentari deperibili, farmaci e forniture sanitarie, attraverso procedure coordinate e tempestive, senza attendere che le carenze si trasformino in emergenze sociali.

Il secondo livello, tuttavia, è quello sul quale si misura la reale capacità della politica di governare i processi economici. Non possiamo continuare ad affrontare ogni crisi energetica come un evento eccezionale, quando le condizioni che ne amplificano gli effetti sono ormai strutturali.

La Campania continua a dipendere in misura significativa dal trasporto su gomma, pur disponendo di due interporti tra i più grandi d’Italia, Nola e Marcianise, e dei porti di Napoli e Salerno. Una maggiore integrazione tra rete ferroviaria, porti, interporti e piattaforme distributive potrebbe contribuire a ridurre i costi e a diversificare le modalità di movimentazione delle merci.

Meritocrazia Italia Campania ritiene inoltre necessario avviare un programma regionale per la riduzione della dipendenza energetica delle imprese agricole, industriali e logistiche, attraverso incentivi mirati all’efficienza, all’autoproduzione energetica, all’innovazione tecnologica e all’ammodernamento dei processi produttivi, con strumenti di aggregazione che consentano anche alle piccole imprese di accedere agli investimenti necessari.

C’è poi una questione sociale. In un territorio caratterizzato da redditi mediamente più bassi e da una maggiore esposizione delle famiglie economicamente fragili agli aumenti dei prezzi essenziali, la combinazione tra inflazione e difficoltà negli approvvigionamenti rischia di produrre nuove forme di disuguaglianza.

La sicurezza economica di un territorio si costruisce prima delle emergenze, attraverso infrastrutture diversificate, filiere efficienti, capacità di previsione e istituzioni in grado di coordinare tempestivamente le risposte.

Riportare i camion sulle strade, riempire nuovamente gli scaffali e garantire il rifornimento dei distributori è la prima urgenza. La vera sfida, però, è fare in modo che una situazione simile non basti più a mettere in discussione la normalità economica e sociale di un’intera regione.

Lavorare più a lungo non può significare rischiare di più. Serve un nuovo patto tra età, lavoro e sicurezzaC’è un dato c...
28/09/2026

Lavorare più a lungo non può significare rischiare di più. Serve un nuovo patto tra età, lavoro e sicurezza

C’è un dato che dovrebbe obbligarci a ripensare profondamente il rapporto tra lavoro, sicurezza e invecchiamento.
Nei primi sette mesi del 2026, in Campania, 41 persone hanno perso la vita in occasione di lavoro. La Regione è entrata nella cosiddetta “zona rossa” del rischio infortunistico, con un’incidenza superiore di almeno il 25% alla media nazionale, e presenta un elemento particolarmente significativo: sono gli ultrasessantacinquenni a registrare l’incidenza di mortalità più elevata, seguiti dai lavoratori tra i 55 e i 64 anni.
Dietro questi numeri non esiste soltanto l’ennesima emergenza sulla sicurezza.
Esiste una contraddizione che il nostro Paese, e la Campania in particolare, devono avere il coraggio di affrontare.
Abbiamo progressivamente allungato la vita lavorativa, ma non abbiamo ripensato con la stessa velocità il lavoro lungo l’intero arco della vita.
Viviamo più a lungo, entriamo spesso più tardi nel mercato del lavoro e siamo chiamati a rimanervi più a lungo. È una trasformazione inevitabilmente legata alla sostenibilità del sistema previdenziale e all’invecchiamento della popolazione. Ma se cambia l’età dei lavoratori, deve cambiare anche l’organizzazione del lavoro.
Non possiamo immaginare che una persona di 65 o 67 anni affronti necessariamente gli stessi carichi fisici, gli stessi turni, le stesse esposizioni ambientali e gli stessi fattori di rischio di quando ne aveva trenta.
E non si tratta di considerare l’età una fragilità o di espellere prematuramente i lavoratori più maturi dal sistema produttivo. Sarebbe una risposta culturalmente arretrata e socialmente insostenibile.
La questione è esattamente opposta: rendere possibile lavorare più a lungo senza pagare l’allungamento della vita professionale con la salute o, nei casi più drammatici, con la vita stessa.
È qui che la sicurezza sul lavoro deve compiere un salto di qualità.
Per troppo tempo abbiamo costruito la prevenzione prevalentemente intorno alla mansione e al luogo di lavoro. Oggi dobbiamo aggiungere una terza dimensione: la persona e l’evoluzione delle sue capacità nel corso della vita professionale.
Lo stesso lavoro può produrre livelli di rischio differenti a seconda dell’età, delle condizioni individuali, dell’usura accumulata in decenni di attività, dell’orario, dell’esposizione al caldo, della necessità di sollevare carichi o della rapidità richiesta da un processo produttivo.
Una politica moderna della sicurezza deve essere capace di riconoscere queste differenze senza trasformarle in discriminazioni.
Per Meritocrazia Italia Campania è arrivato il momento di introdurre nel dibattito regionale una vera strategia di age management del lavoro, superando l’idea che l’unica questione legata all’età sia stabilire quando una persona debba andare in pensione.
Dovremmo iniziare a chiederci anche come debba arrivarci.
La Campania dovrebbe innanzitutto costruire, insieme a INAIL, Ispettorato del Lavoro, ASL, università e parti sociali, una mappa regionale del rischio per età, settore e mansione, individuando i comparti nei quali l’invecchiamento della forza lavoro incontra livelli più elevati di esposizione. La prevenzione diventerebbe così predittiva e selettiva: più controlli e più risorse dove i dati indicano un rischio maggiore, anziché interventi indistinti sull’intero sistema produttivo.
A questa conoscenza dovrebbe accompagnarsi un vero programma regionale di transizione professionale per i lavoratori maturi impiegati nelle mansioni più gravose. Riqualificazione, aggiornamento delle competenze e mobilità interna possono consentire a chi ha trascorso decenni nei cantieri, nella logistica, nell’industria o in altre attività fisicamente impegnative di trasferire esperienza e competenze verso funzioni meno esposte, senza essere espulso prematuramente dal mercato del lavoro.
Occorre poi utilizzare meglio la politica industriale regionale. I finanziamenti destinati all’innovazione delle imprese dovrebbero premiare anche gli investimenti capaci di ridurre concretamente il rischio umano: automazione delle attività più pericolose, sensoristica, dispositivi intelligenti, ergonomia avanzata e tecnologie per il monitoraggio degli ambienti di lavoro. Innovazione e sicurezza non possono continuare a viaggiare su binari separati.
Meritocrazia Italia Campania propone inoltre di introdurre, negli strumenti regionali di sostegno alle imprese e laddove compatibile con la normativa nazionale ed europea, criteri premiali collegati non semplicemente all’assenza formale di violazioni, ma alla capacità documentata dell’impresa di investire in prevenzione, formazione continua e adattamento delle mansioni all’età della propria forza lavoro.
La Regione ha già annunciato nel 2026 il rafforzamento dei controlli nei cantieri e nei comparti maggiormente esposti, insieme a un maggiore coordinamento con INAIL, Ispettorato, Vigili del Fuoco e Prefetture. È una direzione necessaria, ma occorre compiere un passo ulteriore: trasformare la sicurezza da politica emergenziale a politica strutturale di sviluppo regionale.
Perché un territorio nel quale si muore più frequentemente lavorando non presenta soltanto un problema sociale. Presenta un problema di qualità del proprio sistema produttivo.
La sicurezza deve diventare uno degli indicatori attraverso i quali valutiamo la modernità di un’impresa, la qualità di una filiera, l’efficienza di un appalto e, in ultima analisi, la competitività di un territorio.
C’è infine una questione che supera la Campania e riguarda il futuro stesso del lavoro.
Il dibattito pubblico continua troppo spesso a contrapporre sostenibilità delle pensioni e tutela dei lavoratori, quasi fossimo obbligati a scegliere tra conti pubblici e sicurezza.
È una contrapposizione sbagliata.
Un sistema previdenziale sostenibile ha bisogno di persone che possano lavorare più a lungo. Ma proprio per questo ha bisogno di luoghi di lavoro capaci di accompagnarle in sicurezza durante una vita professionale più lunga.
La longevità non può essere soltanto una variabile dei sistemi pensionistici. Deve diventare una variabile delle politiche industriali, organizzative e della sicurezza.
La domanda, allora, non può essere soltanto fino a quale età sia giusto lavorare.
Dobbiamo cominciare a chiederci quale lavoro sia giusto svolgere a ogni età.
Perché il progresso non consiste semplicemente nell’avere allungato la vita. Consiste nel fare in modo che gli anni che abbiamo conquistato non diventino nuovi anni di esposizione al rischio.
Se chiediamo alle persone di lavorare più a lungo, abbiamo il dovere di costruire un lavoro capace di invecchiare insieme a loro.

La Campania non ha bisogno di amministrare la disoccupazione. Ha bisogno di costruire occupabilità.La vicenda dei tiroci...
26/09/2026

La Campania non ha bisogno di amministrare la disoccupazione. Ha bisogno di costruire occupabilità.

La vicenda dei tirocini destinati ai disoccupati di lunga durata di Napoli, tornata al centro del confronto politico regionale, pone una questione che va ben oltre lo scontro interno alla maggioranza.
Il precedente progetto, finanziato dal Ministero del Lavoro, è stato interrotto dopo la revoca delle risorse disposta lo scorso luglio. La Regione Campania ha successivamente deciso di intervenire con risorse proprie, destinando circa 8,3 milioni di euro a un nuovo percorso rivolto a oltre mille persone. L’Amministrazione regionale ha precisato che il nuovo intervento sarà sottoposto a una diversa istruttoria e a verifiche individuali e che non intende sanare eventuali irregolarità della precedente gestione.
Su questi aspetti saranno gli organi competenti a effettuare le necessarie verifiche ed è giusto che il confronto politico non anticipi conclusioni che appartengono ad altre sedi.
Ma la vicenda offre l’occasione per affrontare una questione molto più importante.
Qual è l’obiettivo di una politica del lavoro?
Garantire temporaneamente un’indennità a chi non lavora oppure costruire le condizioni perché quella persona possa non averne più bisogno?
La differenza sembra sottile, ma separa due concezioni radicalmente diverse dell’intervento pubblico.
Una politica passiva interviene sulle conseguenze della disoccupazione. Una politica attiva dovrebbe invece intervenire sulle cause che rendono una persona difficilmente occupabile, accompagnandola verso competenze richieste dal mercato, esperienze formative realmente qualificanti e opportunità concrete di inserimento lavorativo.
Il problema della Campania non è soltanto il numero dei disoccupati. È la persistenza della disoccupazione, la debolezza della partecipazione al mercato del lavoro, la distanza tra competenze disponibili e competenze richieste dalle imprese e, contemporaneamente, la perdita di una parte significativa del capitale umano più giovane e qualificato.
È dentro questa contraddizione che dovrebbe essere valutato ogni euro destinato alle politiche occupazionali.
Non sulla capacità di finanziare un percorso, ma sulla capacità di modificarne l’esito.
Un tirocinio, infatti, ha senso se rappresenta un ponte. Diventa problematico quando rischia di trasformarsi in una destinazione.
E questo principio dovrebbe valere per tutti, indipendentemente dall’età, dall’appartenenza a una determinata platea, dalla capacità di organizzare una protesta o dalla forza della rappresentanza sociale di cui si dispone.
Per Meritocrazia Italia Campania, il punto centrale è proprio questo: la politica del lavoro deve tornare a essere una politica universale nelle regole, selettiva negli strumenti e misurabile nei risultati.
Non può esistere una competizione tra fragilità nella quale ottiene maggiore attenzione pubblica chi riesce a esercitare maggiore pressione. Le istituzioni devono essere capaci di riconoscere i bisogni anche quando questi non occupano una strada, non organizzano una protesta e non producono un’emergenza mediatica.
È una questione di equità, ma anche di qualità della spesa pubblica.
Per questo proponiamo di superare progressivamente la logica del finanziamento dei singoli percorsi e introdurre una vera valutazione di impatto delle politiche regionali del lavoro. Per ogni programma dovrebbero essere pubblicati, a sei, dodici e ventiquattro mesi, indicatori semplici e verificabili: quanti beneficiari hanno completato il percorso, quanti hanno trovato occupazione, con quale contratto, in quale settore, con quale durata e con quale coerenza rispetto alla formazione ricevuta.
La spesa pubblica deve poter essere giudicata non soltanto per la sua regolarità amministrativa, che resta imprescindibile, ma per la sua capacità di produrre mobilità economica e sociale.
Accanto a questo serve un sistema regionale permanente di rilevazione dei fabbisogni professionali, costruito insieme a imprese, università, ITS Academy, camere di commercio e parti sociali. Formare persone senza conoscere quali competenze saranno richieste significa rischiare di finanziare percorsi che terminano esattamente dove sono iniziati.
La Regione dovrebbe inoltre sperimentare un modello di finanziamento legato anche agli esiti occupazionali, soprattutto nei programmi affidati a soggetti formativi e intermediari: una parte delle risorse può essere collegata alla qualità del percorso, ma una quota dovrebbe dipendere dalla capacità effettiva di accompagnare la persona verso un’occupazione stabile e coerente. Naturalmente con correttivi che impediscano di escludere i soggetti più difficili da collocare.
Serve poi una presa in carico realmente individuale dei disoccupati di lunga durata. Dietro la stessa condizione amministrativa esistono persone completamente diverse: chi deve aggiornare una competenza, chi necessita di riqualificazione radicale, chi incontra ostacoli sociali o familiari, chi potrebbe avviare un’attività autonoma e chi possiede capacità che il sistema semplicemente non riesce a intercettare. Offrire a tutti la stessa misura significa spesso trattare allo stesso modo bisogni profondamente differenti.
Infine, la Campania dovrebbe costruire una infrastruttura pubblica dei dati sul lavoro, capace di integrare Centri per l’impiego, sistema della formazione, imprese e risultati occupazionali. Non per moltiplicare la burocrazia, ma per consentire alla politica di sapere quali strumenti funzionano, quali devono essere modificati e quali non meritano di essere rifinanziati.
La questione dei disoccupati di lunga durata, allora, non può essere ridotta alla contrapposizione tra assistenza e abbandono.
Esiste una terza strada, molto più impegnativa: l’attivazione.
Significa accompagnare chi è rimasto indietro senza trasformare la fragilità in una condizione permanente; proteggere durante le transizioni, ma costruire contemporaneamente gli strumenti per uscirne; utilizzare la formazione non come requisito amministrativo per accedere a un’indennità, ma come investimento collegato a una reale domanda di competenze.
È anche così che si ricostruisce la fiducia nelle istituzioni.
Perché il diritto al lavoro sancito dalla nostra Costituzione non coincide con il diritto a essere destinatari permanenti di una misura pubblica. Chiede alla Repubblica qualcosa di più difficile: creare le condizioni affinché ogni persona possa partecipare, attraverso le proprie capacità, alla vita economica e sociale del Paese.
La qualità di una politica del lavoro, quindi, non dovrebbe essere misurata da quante persone riesce a inserire in un programma, ma da quante riesce ad accompagnare fuori dalla necessità di averne ancora bisogno.
È su questo risultato, e non sulla capacità di amministrare l’emergenza, che dovrebbe misurarsi una moderna politica regionale dell’occupazione.

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18/08/2026

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Dall’età di quattro anni è affetto da ipoacusia neurosensoriale bilaterale, che gli ha portato una forma di sordità.
Dal 2019 è in cura al Policlinico di Napoli "Vanvitelli" nel reparto delle malattie rare e fa parte del progetto Telethon.
Ha scoperto a 16 anni di essere affetto dalla sindrome di Usher, una disfunzione degenerativa che potrebbe portarlo con l'avanzare dell'età a diventare cieco.
Ma lui non molla e ha un sogno: fare il fotomodello.
Esempio mondiale di tenacia e opposizione alle ingiustizie della vita, Alessandro Coppola ci parlerà della sua storia, delle sue battaglie, dei suoi progetti.
Martedì 18, ore 17.30. Sui canali social di MI.
La musica delle sigle è Only The Braves, di https://www.fiftysounds.com

18/08/2026

*LA STAFFETTA: IL PRINCIPIO CHE PUÒ CAMBIARE L’ITALIA*

Cari Dirigenti, Associati e Amici di Meritocrazia Italia voglio parlarvi oggi di una parola semplice, ma potentissima: *STAFFETTA*.
La staffetta non è solo atletica. È un *principio mentale, fisico e motivazionale* che dovremmo applicare ogni giorno anche nella politica, nelle associazioni, nella vita dei nostri progetti.
*Alternare persone qualificate nella conduzione di progetti importanti può essere un vantaggio incredibile.*
Non si tratta di indebolire chi guida, ma di rafforzare il Gruppo. Anche quando c’è un rappresentante, non si deve mai *tappare l’entusiasmo, le scelte e le prospettive degli altri dirigenti*. Al contrario.
*Il gioco di squadra è vita.*
Alimenta la stima reciproca e l’autostima. Aiuta a raggiungere gli obiettivi senza cadere nell’errore di creare un mondo fatto di *soli volti*, o peggio di *finti nuovi volti* supportati dagli stessi poteri che in passato avevano scelto altri leader.
Il *vero cambiamento passa dal popolo*.
Non facciamoci imbrigliare dai volti apparentemente nuovi. Scegliamo le *idee differenti*.
Scegliamole tra le *persone comuni*, quelle a cui non danno accesso alle prime pagine di TV e Giornali. Perché è lì, solo lì, che ci sarà la vera novità.
Facciamo come nell’atletica. *Impariamo da loro.*
Proprio l’altra sera a Parigi le azzurre ci hanno regalato una lezione.
*Una staffetta da applausi, una gara di carattere e alla fine un bellissimo podio: la 4x100 mista femminile azzurra conquista uno splendido argento agli Europei di Parigi* e chiude nel modo migliore una serata che ha regalato emozioni fino all’ultima bracciata.
Le azzurre - *Sara Curtis* (dorso), *Lisa Angiolini* (rana), *Anita Gastaldi* (farfalla), *Emma Virginia Menicucci* (stile libero) - partivano con il miglior tempo delle batterie, quel 3’53”60 che aveva acceso le speranze nella mattinata. Un segnale importante, soprattutto perché arrivato al termine di una prova nella quale Sara Curtis aveva firmato anche il nuovo record italiano.
E Sara lo ha abbattuto anche nella finalissima, con un 58”43, in una frazione ancora eccezionale.
Quattro atlete diverse, quattro specialità, un unico obiettivo. Nessuna protagonista assoluta. Tutte fondamentali.
Ecco la Meritocrazia. Ecco il futuro che vogliamo per l’Italia.
Avanti con la staffetta. Avanti con il merito.
Avanti insieme.

Walter Mauriello
Presidente Nazionale Meritocrazia Italia

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Rome
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