06/06/2026
POLIZIOTTI INDAGATI.
“SE VENITE QUA VI SPARO”: SCOPERTO IL MARKET DELLA DROGA GESTITO GRAZIE A UNA RETE DI “POLIZIOTTI INFEDELI” E LEGAMI CON LA COSTA LIBRI.
Turni 24 ore su 24, videosorveglianza e minacce armate: così l’organizzazione gestiva il quartiere con il sostegno di reti esterne
Più di duecento uomini impiegati, 31 gli arrestati e oltre 1600 pagine di ordinanza, divise in due blocchi, per spiegare l’articolata organizzazione che era alla base di quello che gli inquirenti hanno descritto come un vero e proprio market h24 della droga.
Dal rione Marconi, dove la droga veniva venduta, agli attivi nel quartiere Concessa di Catona, dove la sostanza veniva prodotta e acquistata: una rete ben oliata e organizzata, che si avvaleva anche dell’aiuto di uomini “infedeli” delle forze dell’ordine e del sostegno della ’ndrangheta.
La struttura del gruppo e la gerarchia familiare
Le intercettazioni e le attività investigative hanno infatti fatto emergere l’esistenza di una struttura criminale stabile, radicata nel rione Marconi e organizzata secondo una rigida gerarchia familiare. Un’organizzazione dedita al narcotraffico che, secondo gli inquirenti, operava senza interruzioni grazie a una rete capillare di pusher, vedette e soggetti incaricati della gestione economica e logistica dello spaccio.
Al vertice del gruppo vi erano i fratelli Patrizio e Leo Bevilacqua, affiancati dal padre Antonio Bevilacqua, detto “Totò Scianchitta”, figura ritenuta dagli investigatori particolarmente autorevole non solo per l’esperienza criminale maturata nel tempo, ma anche per i rapporti costruiti con appartenenti “infedeli” alle forze dell’ordine.
I rapporti con le forze dell’ordine “infedeli”
Proprio su questo aspetto si concentrano alcune delle intercettazioni più significative. In una conversazione captata il 9 giugno 2023, Antonio Bevilacqua avrebbe fatto riferimento ai propri rapporti privilegiati con appartenenti, anche in pensione, della Questura e di altre forze di polizia, relazioni che gli avrebbero consentito di ottenere informazioni riservate sugli imminenti controlli nel quartiere.
Informazioni che, secondo gli investigatori, venivano immediatamente condivise con gli altri sodali per permettere all’organizzazione di sospendere temporaneamente lo spaccio e nascondere droga e materiale compromettente.
Già il giorno prima, l’8 giugno 2023, durante un controllo della polizia di Stato nel quartiere, Antonio Bevilacqua avrebbe tentato di allontanare gli agenti sostenendo che nel rione vi fossero soltanto “brave persone” e vantando di avere “conoscenze e amici” tra le forze dell’ordine.
Un tentativo di interferenza che però non impedì agli operatori di procedere con le perquisizioni, culminate nel ritrovamento sul tetto dello stabile di ingenti quantitativi di cocaina, hashish e ma*****na, oltre a bilancini e materiale per il confezionamento delle dosi.
La "saletta" e il sistema di controllo del territorio
Le indagini hanno inoltre ricostruito l’esistenza di un sistema di controllo del territorio estremamente sofisticato. La cosiddetta “saletta”, situata sotto il condominio di via Sbarre Superiori 8 e raggiungibile esclusivamente attraverso il “cancello rosso”, rappresentava il cuore operativo dello spaccio.
Qui l’attività veniva organizzata su quattro turni giornalieri — notte, mattina, pomeriggio e sera — garantendo un servizio di vendita della droga attivo ventiquattro ore su ventiquattro.
Fondamentale, secondo gli inquirenti, era anche il sistema di videosorveglianza installato all’esterno della “saletta”. Le telecamere permettevano di monitorare clienti, movimenti sospetti e soprattutto l’eventuale presenza delle forze dell’ordine.
In caso di pericolo, partiva immediatamente l’ordine di “pulire” l’area, occultando stupefacenti e strumenti utilizzati per il confezionamento delle dosi.
Le minacce e il ricorso alle armi
Le captazioni mostrano inoltre come il gruppo considerasse il controllo del quartiere una vera e propria questione di potere criminale. Le tensioni con altri residenti del condominio, in particolare con la famiglia Berlingeri, sarebbero sfociate in minacce e propositi di rappresaglia armata.
In un’intercettazione relativa ai fatti del 17 agosto 2023, Massimo Bevilacqua commentava favorevolmente la condotta di Antonio Belfiore nei confronti dei vicini dicendo: “Ha fatto bene!”. Una frase che, secondo l’accusa, confermerebbe il clima di piena adesione interna alle strategie intimidatorie del gruppo.
Ancora più esplicite le parole attribuite a Patrizio Bevilacqua durante una conversazione con altri sodali: “Ti giuro sopra i miei figli, lascia… lascia che succede qualcosa e vedi come lo sparo! Come viene gli do contro la pi***la in testa”.
Dichiarazioni che, per gli investigatori, dimostrano la totale disponibilità del gruppo al ricorso alle armi per mantenere il controllo del territorio.
Il dominio di Patrizio Bevilacqua
La centralità di Patrizio Bevilacqua emerge anche nella gestione dei rapporti con l’esterno. In un’altra intercettazione imponeva ai sodali di non trattare autonomamente con nessuno: “Se vogliono mi mandano a chiamare […] gli devi dire: ‘Ha detto Patrizio che non devo andare da nessuna parte, se volete vi vedete alla saletta da lui!’”.
Secondo gli inquirenti, la “saletta” non era soltanto un luogo di spaccio, ma il simbolo stesso dell’autorità criminale del gruppo.
Lo confermerebbero frasi intercettate nelle quali Patrizio Bevilacqua rivendicava apertamente il ricorso alla violenza armata: “Noi siamo tenuti a sparare, si devono togliere il vizio, punto! […] E io gli ho dato la pi***la apposta per sparare”.
Le strategie armate contro i Berlingeri e i legami con la cosca Libri
Il tema del controllo del territorio ritorna anche in un dialogo tra Patrizio e Leo Bevilacqua, nel quale i due discutevano tempi e modalità di una possibile azione violenta contro i Berlingeri.
Leo suggeriva di attendere “un’altra settimana”, mentre Patrizio replicava: “Leo una settimana è troppo presto […] Mi mandano la questura […] lascia che passi almeno un mese!”.
In un’altra conversazione, nonostante i tentativi del padre Antonio “Scianchitta” di frenare i figli per paura delle telecamere, Patrizio insisteva: “Qua deve passare la voce che quando vengono qua sotto si fanno male!”, aggiungendo: “Se non prima qualcuno prende qualche botta qua, non si cacciano il vizio!”, con Leo che concludeva: “Sì papà, si deve fare!”.
Le indagini hanno inoltre evidenziato collegamenti con ambienti contigui alla ’ndrangheta. In particolare, gli investigatori richiamano i rapporti tra Antonio Belfiore ed Edoardo Mangiola e Claudio Bianchetti, soggetti ritenuti vicini alla cosca Libri.
I due, indicati nelle conversazioni come “quelli di Cannavò”, sarebbero stati considerati punti di riferimento e potenziali protettori del gruppo durante le tensioni con la famiglia Berlingeri.
Un elemento che, secondo la Dda, confermerebbe non solo la vicinanza dell’organizzazione agli ambienti della criminalità organizzata reggina, ma anche il ricorso alla forza intimidatrice derivante dai collegamenti con la ’ndrangheta per consolidare il proprio potere sul territorio.