02/03/2026
Pensavo fosse un documentario, e invece era un libro.
Potrei parafrasare così Troisi per raccontare il processo che mi ha portata alla pubblicazione di "Il mio corpo è una casa occupata."
Nel 2019 proposi ad Alessandra di girare un doc: iniziammo con alcune interviste, poi la seguii a Francoforte, nell’ospedale che le regalò l’ultimo anno di vita.
Credo che l’ostinazione a voler realizzare il film anche dopo la sua morte fosse dovuta in parte allo shock e in parte alla testarda cecità dell’Ilaria amica, più che dell’Ilaria regista: glielo avevo promesso sul letto di morte che avrei realizzato il film.
È servito poi il cinismo dei vari produttori incontrati in giro per l’Italia, per colloqui e pitch a farmi tornare definitivamente alla realtà:
“Il cancro al cinema non regge.”
“La protagonista muore, il messaggio è troppo depressivo.”
“Se ci sei anche tu, che sei viva e hai vinto sul cancro, allora sì…”
Brivido 1. È il grande cinema, baby.
Ma la storia non mi mollava.
Raccolsi in un file tutto quello che avevo: interviste, racconti, post social.
C’era una storia. Ma per la carta stampata. (Almeno per il momento).
Un diario immaginario. Il genere più adatto per una narrazione soggettiva, intima, autentica, a documentare una vita e un’anima.
Come nel montaggio, ho riletto tutto. Ho selezionato, strutturato, dato forma agli ultimi dieci anni di una vita.
Ho adattato la scrittura, creato un tono, una voce. Che non fosse la mia.
Racconto questo processo perché è stato nuovo anche per me.
Dare vita al diario mai scritto di una persona realmente esistita è stato immaginare una auto-intervista, ascoltarla come fosse stata rilasciata in presa diretta, raccoglierla e custodirla, senza aggiungere spiegazioni o giudizi.
Un editor cui ho mostrato la prima bozza del lavoro, me l’ha bocciato:
“Non è un romanzo. Il genere diaristico vende solo se parliamo di Anna Frank.”
Brivido 2. È la grande editoria, baby.
Come romanzare una vita così vicina? Come romanzare la malattia? Come romanzare l’attivismo politico? E soprattutto: perché?
Questo libro è stato un atto di memoria e di cura.
Prima ancora che di scrittura.
Ilaria Jovine