Rita Longobardi

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Rita Longobardi Segretaria Generale UIL-FP Nazionale
Laurea in Scienze e Tecniche della Pubblica Amministrazione e Laurea in Economia e Gestione delle Imprese

Segretaria Generale della UIL-FPL Nazionale

𝑰𝒍 𝒕𝒆𝒎𝒑𝒐 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒄𝒖𝒓𝒂 𝒏𝒐𝒏 𝒑𝒖𝒐̀ 𝒅𝒊𝒗𝒆𝒏𝒕𝒂𝒓𝒆 𝒊𝒍 𝒕𝒆𝒎𝒑𝒐 𝒅𝒆𝒍𝒍’𝒂𝒕𝒕𝒆𝒔𝒂«La salute non può aspettare». La deliberazione n. 54/2026/G ...
21/10/2026

𝑰𝒍 𝒕𝒆𝒎𝒑𝒐 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒄𝒖𝒓𝒂 𝒏𝒐𝒏 𝒑𝒖𝒐̀ 𝒅𝒊𝒗𝒆𝒏𝒕𝒂𝒓𝒆 𝒊𝒍 𝒕𝒆𝒎𝒑𝒐 𝒅𝒆𝒍𝒍’𝒂𝒕𝒕𝒆𝒔𝒂

«La salute non può aspettare». La deliberazione n. 54/2026/G della Corte dei conti sulle liste d’attesa consegna un messaggio preciso: il problema della sanità pubblica non riguarda soltanto quante risorse vengono stanziate, ma come vengono impiegate e trasformate in servizi. La pandemia ha aggravato criticità già presenti. A distanza di anni, il punto è ancora questo: riuscire a far funzionare gli ospedali, organizzare il lavoro e garantire visite, esami e interventi nei tempi necessari.
Tra il 2022 e il 2025 sono stati stanziati circa 1,845 miliardi di euro per abbattere le liste d’attesa; secondo i dati esaminati dalla Corte, ne risultano utilizzati circa 1,580 miliardi. Le rendicontazioni regionali sono in parte incomplete, ma la conclusione è chiara: gli stanziamenti non si sono sempre tradotti con tempestività in un aumento strutturale delle prestazioni. Serve dunque non solo investire di più, ma spendere meglio, programmando sui bisogni reali, misurando i risultati e rendendo conto ai cittadini.
Il nodo decisivo è il personale. Senza professioniste e professionisti sufficienti, adeguatamente retribuiti e messi nelle condizioni di lavorare bene, nessuna riforma organizzativa può funzionare. Lo diciamo da tempo: la scarsa attrattività del Servizio sanitario nazionale non è soltanto unia difficoltà a reclutare, ma anche a trattenere chi già vi lavora. Nel 2023 l’Italia contava 5,4 medici ogni mille abitanti, contro una media europea di circa 4,3. Eppure nei servizi pubblici e in determinate specialità mancano medici. Il dato nazionale, da solo, non dice dove lavorino, a quali condizioni e con quale distribuzione territoriale. Per gli infermieri il quadro è ancora più critico: 6,9 ogni mille abitanti, contro 8,4 nell’Unione europea. Retribuzioni, turni, carichi di lavoro, prospettive di carriera e qualità dell’organizzazione pesano sulla scelta di restare nel pubblico o cercare altre opportunità, anche nel privato.
Per questa ragione la UIL FP sostiene rinnovi contrattuali rapidi e l’anticipazione delle risorse economiche del triennio 2025-2027: il tempo è salario. Ma il salario, da solo, non basta. Occorrono assunzioni stabili, valorizzazione di tutte le professioni, sicurezza, formazione e un’organizzazione del lavoro che restituisca dignità a chi cura e continuità a chi ha bisogno di cure.
C’è poi una responsabilità che riguarda la guida delle aziende sanitarie. La Corte richiama carenze di programmazione, gestione e monitoraggio. Noi aggiungiamo una scelta di fondo: la politica deve uscire dalle logiche delle nomine di appartenenza. Deve fissare gli obiettivi e risponderne, ma affidare i ruoli apicali a persone selezionate per competenza, autonomia, capacità organizzativa e risultati verificabili. Mettere le persone giuste al posto giusto è una condizione per utilizzare bene le risorse pubbliche.
Trasparenza delle agende CUP, controllo dei tempi effettivi, integrazione tra ospedali e territorio e Case della Comunità realmente operative sono strumenti indispensabili. Ma i dati non sostituiscono le prestazioni, e le strutture senza personale restano promesse. Quando chi può permetterselo paga per accelerare una visita e chi non può rinuncia alle cure, la lista d’attesa diventa disuguaglianza.
La sanità pubblica ha bisogno di finanziamenti adeguati, certo. Ma soprattutto di una politica capace di dare continuità agli investimenti, di una direzione competente e di un lavoro organizzato attorno alle persone. Perché il tempo, in sanità, non è soltanto un indicatore di efficienza: è parte del diritto alla cura.

_ 𝑵𝒐𝒏 𝒄𝒉𝒊𝒂𝒎𝒂𝒕𝒆𝒍𝒂 𝒓𝒆𝒔𝒊𝒍𝒊𝒆𝒏𝒛𝒂 _Ci sono parole che, a forza di essere ripetute, finiscono per perdere il loro significato o...
14/10/2026

_ 𝑵𝒐𝒏 𝒄𝒉𝒊𝒂𝒎𝒂𝒕𝒆𝒍𝒂 𝒓𝒆𝒔𝒊𝒍𝒊𝒆𝒏𝒛𝒂 _

Ci sono parole che, a forza di essere ripetute, finiscono per perdere il loro significato originario. Altre che, quasi impercettibilmente, cambiano funzione. Da strumenti per interpretare la realtà diventano strumenti per giustificarla.
Resilienza è una di queste.
È una parola che appartiene anzitutto al linguaggio della fisica e della scienza dei materiali, dove indica la capacità di assorbire l'energia di un urto senza rompersi. Non ci è mai piaciuto sentirla riferita alle persone. Perché le persone non sono materiali da sottoporre a continue sollecitazioni, né la loro dignità può essere misurata sulla capacità di sopportare le difficoltà senza spezzarsi.
Eppure, negli ultimi anni, la resilienza è diventata una delle parole più celebrate del linguaggio pubblico. Una qualità da coltivare, un comportamento da incoraggiare, quasi un obbligo morale. Bisogna essere resilienti davanti alla precarietà, all'erosione del potere d'acquisto, alle difficoltà di accesso alla sanità, all'incertezza che accompagna il futuro delle nuove generazioni.
Come se la capacità di adattarsi fosse diventata più importante della possibilità di cambiare ciò a cui siamo costretti ad adattarci.
È uno slittamento culturale tutt'altro che innocente. Perché quando la sopportazione viene celebrata come una virtù, le condizioni che la rendono necessaria rischiano di smettere di essere messe in discussione.

Il sacrificio diventa responsabilità individuale. La rinuncia viene raccontata come maturità. La capacità di arrangiarsi prende il posto del diritto di poter contare su opportunità, servizi e protezioni adeguate.
E ciò che dovrebbe essere inaccettabile finisce per essere considerato normale.
Non è soltanto una questione di linguaggio. È una questione profondamente politica.
Esiste una differenza sostanziale tra una società che sostiene le persone nelle difficoltà e una società che chiede loro di diventare sempre più capaci di sopportarle. Nel primo caso, la responsabilità è collettiva e si traduce in investimenti, diritti, protezioni sociali e scelte pubbliche. Nel secondo, il richiamo alla resilienza rischia di diventare il modo più elegante per trasferire sulle persone il peso delle disuguaglianze e delle inefficienze del sistema.
Lo vediamo anche nel lavoro pubblico. Quando la carenza di personale, i carichi crescenti e le difficoltà organizzative vengono compensati quotidianamente dalla dedizione delle lavoratrici e dei lavoratori, quel senso di responsabilità rappresenta certamente un valore. Ma non può diventare il presupposto sul quale costruire il funzionamento ordinario dei servizi.
Non possiamo continuare a chiedere a chi lavora nella sanità, negli enti locali e nelle amministrazioni pubbliche di supplire con il proprio sacrificio alle carenze della programmazione, degli organici e degli investimenti.
La disponibilità delle persone non può diventare l'alibi dell'inerzia delle istituzioni.
E questo vale ancora di più per le giovani generazioni, alle quali troppo spesso chiediamo flessibilità, adattabilità e spirito di sacrificio, senza garantire condizioni sufficienti per costruire un progetto di vita autonomo. Abbiamo persino imparato a raccontare l'insicurezza come un'opportunità di crescita, quasi che la precarietà fosse una palestra del carattere anziché un limite alla libertà.

C'è allora una domanda che dovremmo porci: quando abbiamo cominciato a considerare la capacità di sopportare come una misura del valore delle persone, invece di interrogarci sulla qualità delle condizioni che siamo in grado di garantire loro?
Naturalmente, vivere significa anche affrontare difficoltà, imprevisti e cambiamenti. Nessuna società può eliminarli completamente. Ma esiste una differenza fondamentale tra ciò che appartiene inevitabilmente alla complessità della vita e ciò che deriva da scelte economiche, politiche e organizzative che possono essere modificate.
Non tutte le difficoltà sono inevitabili. Non tutte le rinunce sono necessarie. E soprattutto non tutte le ingiustizie devono essere sopportate.
Per questo non abbiamo bisogno di celebrare continuamente la resilienza. Abbiamo bisogno di recuperare parole come dignità, emancipazione, solidarietà, giustizia sociale. Parole che non chiedono alle persone quanto siano disposte a resistere, ma interrogano la società su quanto sia disposta a cambiare.

È anche il senso più profondo dell'azione sindacale: non insegnare alle lavoratrici e ai lavoratori a sopportare meglio condizioni ingiuste, ma costruire insieme la forza per modificarle.
Perché c'è una differenza enorme tra resistere a una difficoltà e rassegnarsi alla sua permanenza.
Una società più giusta non è quella in cui le persone imparano a sopportare sempre di più. È quella in cui sono costrette a sopportare sempre meno ingiustizie.
E la politica, se vuole essere all'altezza della propria funzione, dovrebbe cominciare proprio da qui: smettere di chiedere alle persone di diventare più resistenti e assumersi la responsabilità di rendere la loro vita più dignitosa, libera e sicura.

🔵 DALLA SCIA ALLA SICUREZZA REALE: LA PREVENZIONE INCENDI È UNA RESPONSABILITÀ COLLETTIVA📍Oggi in Sicilia, ad Alcamo Mar...
13/10/2026

🔵 DALLA SCIA ALLA SICUREZZA REALE: LA PREVENZIONE INCENDI È UNA RESPONSABILITÀ COLLETTIVA

📍Oggi in Sicilia, ad Alcamo Marina, ho partecipato a un’importante iniziativa promossa dalla UIL FP Vigili del Fuoco, insieme a CNA Sicilia e com.art, dedicata al tema della prevenzione incendi e della sicurezza.

👥 È stato un prezioso momento di confronto tra rappresentanti del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, istituzioni, amministrazioni pubbliche, imprese e professionisti della sicurezza. Nel corso dei lavori abbiamo approfondito le principali criticità della prevenzione incendi, con l’obiettivo di rafforzare la cultura della sicurezza e promuovere una collaborazione sempre più efficace tra tutti i soggetti chiamati a garantirla.

🎯È emersa con chiarezza la necessità di considerare la sicurezza non come un semplice adempimento normativo, ma come un diritto fondamentale, una responsabilità condivisa e un investimento nella tutela della vita umana, del lavoro e delle nostre comunità.
La prevenzione, infatti, non comincia quando si manifesta un’emergenza, ma molto prima: nelle scelte organizzative, negli investimenti, nella formazione, nella qualità dei controlli e nella capacità delle istituzioni di intervenire tempestivamente.

🤝In questa prospettiva, la sicurezza passa necessariamente anche attraverso la qualità dell'organizzazione del lavoro, disciplinata dai contratti collettivi nazionali sottoscritti dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative, CGIL, CISL e UIL. È proprio la rappresentanza sindacale, attraverso la contrattazione, a garantire regole certe nella gestione dei turni, degli orari, del lavoro straordinario e delle condizioni di lavoro, elementi imprescindibili per una prevenzione realmente efficace. Per questo è necessario costruire un vero patto sociale territoriale, fondato sulla sinergia tra istituzioni, parti sociali e mondo produttivo, capace di promuovere una cultura condivisa della prevenzione che accompagni ogni fase della sicurezza: dagli adempimenti amministrativi e procedimentali, come la SCIA, alla manutenzione degli impianti e delle strutture, fino al rispetto dei contratti collettivi e alla tutela delle lavoratrici e dei lavoratori. Perché la sicurezza non può essere garantita soltanto dalle norme: deve trovare concreta attuazione nell'organizzazione del lavoro e nella responsabilità di tutti i soggetti coinvolti.

🔹Come UIL FP, abbiamo ribadito che non può esistere una sicurezza reale senza un adeguato riconoscimento del ruolo, delle competenze e delle responsabilità delle donne e degli uomini del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco. Professioniste e professionisti che rappresentano un presidio insostituibile per il Paese, non soltanto nella gestione delle emergenze, ma anche nell’attività quotidiana di prevenzione, vigilanza e tutela del territorio.

💪🏻Per questo continuiamo a rivendicare investimenti strutturali, rafforzamento degli organici, valorizzazione delle professionalità e risorse adeguate, affinché la sicurezza non sia affidata esclusivamente allo straordinario senso di responsabilità di chi ogni giorno la garantisce.

‼️La sicurezza non si improvvisa, non si delega e non può essere subordinata a logiche di risparmio. Si costruisce ogni giorno, attraverso il lavoro, la competenza e la responsabilità collettiva.
UIL - Unione Italiana del Lavoro UIL FP Vigili del Fuoco UIL FP Nazionale

10/10/2026
🔵 INTELLIGENZA ARTIFICIALE E LAVORO PUBBLICO: IL FUTURO NON SI SUBISCE, SI GOVERNA👥 Oggi al Palazzo di Giustizia di Mila...
08/10/2026

🔵 INTELLIGENZA ARTIFICIALE E LAVORO PUBBLICO: IL FUTURO NON SI SUBISCE, SI GOVERNA

👥 Oggi al Palazzo di Giustizia di Milano con Francesco Maria Gennaro, responsabile AI UIL, Antonio Albrizio, Segretario generale UIL Lombardia e Daniele Ballabio, Segretario generale UIL FP Lombardia per un'importante giornata di confronto, promossa dalla UIL FP Lombardia, per riflettere, insieme a rappresentanti del mondo sindacale, esperti, ricercatori e professionisti, non soltanto sulle potenzialità delle nuove tecnologie, ma soprattutto sulle scelte politiche, sociali e organizzative che devono accompagnarne l'introduzione.

‼️L'intelligenza artificiale non è semplicemente uno strumento per lavorare più velocemente. Sta cambiando il modo in cui si produce conoscenza, si assumono decisioni, si distribuiscono responsabilità, potere e valore.

🔹Per questo, come UIL FP, siamo convinti che il sindacato non possa limitarsi a gestire le conseguenze dell'innovazione, ma debba partecipare alle scelte che ne determinano la direzione.

✔️ 𝐒𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐚𝐭𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐥'𝐚𝐥𝐠𝐨𝐫𝐢𝐭𝐦𝐨, intervenendo fin dalla progettazione dei sistemi tecnologici, per garantire trasparenza, controllo umano e responsabilità. Perché una macchina non può assumere decisioni che incidono sui diritti delle persone lasciando poi alle lavoratrici e ai lavoratori la responsabilità delle conseguenze.

✔️ 𝐒𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚 𝐢𝐧𝐯𝐞𝐬𝐭𝐢𝐫𝐞 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 come nuovo diritto fondamentale del lavoro. La vera disuguaglianza del futuro rischia di essere quella tra chi possiede le competenze per orientare l'intelligenza artificiale e chi sarà costretto a subirne passivamente le decisioni. Più cresce la tecnologia, più abbiamo bisogno di conoscenza, autonomia professionale e intelligenza umana.

✔️ 𝐒𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚, 𝐢𝐧𝐟𝐢𝐧𝐞, 𝐫𝐢𝐯𝐞𝐧𝐝𝐢𝐜𝐚𝐫𝐞 𝐮𝐧 𝐝𝐢𝐯𝐢𝐝𝐞𝐧𝐝𝐨 𝐭𝐞𝐜𝐧𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐜𝐨: il valore generato dall'innovazione deve tradursi in migliori retribuzioni, crescita professionale, riduzione dei carichi di lavoro e servizi pubblici più efficienti e accessibili.

🎯 È questa la sfida che abbiamo davanti: governare la trasformazione tecnologica affinché diventi uno strumento di emancipazione collettiva e non una nuova fonte di disuguaglianze.

🫵🏻 𝐄 𝐚𝐛𝐛𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐞 𝐥𝐞 𝐫𝐚𝐠𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐩𝐞𝐫 𝐠𝐮𝐚𝐫𝐝𝐚𝐫𝐞 𝐚 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐬𝐟𝐢𝐝𝐚 𝐜𝐨𝐧 𝐟𝐢𝐝𝐮𝐜𝐢𝐚 𝐞 𝐨𝐭𝐭𝐢𝐦𝐢𝐬𝐦𝐨. Perché il cambiamento non è una forza alla quale dobbiamo rassegnarci, ma una possibilità che possiamo costruire insieme. Abbiamo le competenze, l'intelligenza collettiva e la forza della partecipazione per trasformare una rivoluzione tecnologica in una grande stagione di progresso sociale. Non siamo spettatori del futuro: siamo parte di ciò che lo renderà possibile. E insieme possiamo fare la differenza, perché il futuro appartiene a chi ha il coraggio di immaginarlo e la determinazione di costruirlo.

🆙 Il futuro non è già scritto. Dipende dalle scelte che sapremo compiere oggi. E il sindacato dei prossimi anni non si misurerà su quanto sarà riuscito a rallentare il cambiamento, ma su quante persone sarà riuscito a mettere nelle condizioni di attraversarlo da protagoniste.

_𝑳𝒂 𝒅𝒆𝒎𝒐𝒄𝒓𝒂𝒛𝒊𝒂 𝒉𝒂 𝒃𝒊𝒔𝒐𝒈𝒏𝒐 𝒅𝒊 𝒇𝒖𝒕𝒖𝒓𝒐_In questi giorni, nel Cortile del Belvedere in Vaticano, una gigantesca onda sembra ...
07/10/2026

_𝑳𝒂 𝒅𝒆𝒎𝒐𝒄𝒓𝒂𝒛𝒊𝒂 𝒉𝒂 𝒃𝒊𝒔𝒐𝒈𝒏𝒐 𝒅𝒊 𝒇𝒖𝒕𝒖𝒓𝒐_

In questi giorni, nel Cortile del Belvedere in Vaticano, una gigantesca onda sembra travolgere la Biblioteca Apostolica. È Diluvium, l’opera di JR: un’immagine potente del nostro tempo. L’onda può essere catastrofe, ma anche forza, trasformazione, vita. E forse racconta bene ciò che stiamo vivendo. Il cambiamento climatico, l’intelligenza artificiale, le grandi trasformazioni economiche e sociali possono apparire come qualcosa che ci sovrasta. Ma la risposta non può essere rifugiarsi nella paura o illudersi di fermare l’onda. Il punto è non lasciarsi trascinare dalla corrente: capire ciò che sta accadendo, scegliere una direzione e costruire gli strumenti per arrivarci insieme. La paura è diventata una delle merci politiche più facili da vendere. Guerre, instabilità economica, disuguaglianze, migrazioni, cambiamento climatico, rivoluzione tecnologica alimentano un sentimento diffuso di insicurezza. Di fronte alla complessità diventa semplice indicare un nemico, promettere protezione, alzare muri, offrire risposte elementari a problemi che elementari non sono. È il terreno sul quale prosperano populismi e nazionalismi. Ma una democrazia non può limitarsi a organizzare le paure. Deve essere capace di produrre fiducia e soprattutto di tornare a offrire una prospettiva e soprattutto speranza. La politica, le istituzioni e anche il sindacato devono ritrovare la capacità di parlare al cuore delle persone senza rinunciare alla ragione, contrapponendo alla paura non rassicurazioni vuote, ma soluzioni credibili e una visione del futuro. Perché non possiamo chiedere alle persone di avere fiducia nel domani se il presente continua a generare insicurezza. La questione democratica è inseparabile dalla questione sociale. Se si lavora e si rimane poveri, se un giovane non riesce a costruire una vita autonoma, se la casa, la salute o l’istruzione diventano privilegi, se il lavoro perde stabilità e dignità, allora la paura trova inevitabilmente spazio. È qui che lavoro, salari, welfare e servizi pubblici tornano a essere questioni profondamente democratiche. Il pubblico non è soltanto un insieme di amministrazioni e servizi: è uno degli strumenti attraverso cui una comunità corregge le distorsioni del mercato, riduce le disuguaglianze e contrasta la marginalità. Indebolirlo significa rendere più fragile non soltanto lo Stato sociale, ma la stessa qualità della democrazia.

Dentro questa trasformazione c’è poi una questione destinata a cambiare profondamente il nostro tempo: l’intelligenza artificiale. Sarebbe sbagliato raccontarla soltanto attraverso la paura, come la macchina che sostituirà il lavoro umano. Sarebbe altrettanto ingenuo considerarla automaticamente sinonimo di progresso. La tecnologia produce conseguenze diverse a seconda di chi la progetta, di chi la possiede, degli obiettivi per i quali viene utilizzata e delle regole attraverso cui entra nella vita delle persone e nell’organizzazione del lavoro. La domanda quindi non è più se l’intelligenza artificiale entrerà nel lavoro: è già accaduto. La questione è decidere quale posto debba avere, quali decisioni possano esserle affidate, quali debbano restare umane e soprattutto come distribuire il valore che sarà capace di produrre. Per questo abbiamo bisogno di conoscenza. L’educazione, la formazione continua e la capacità critica diventano una nuova infrastruttura della libertà. In un mondo nel quale una quantità crescente di informazioni viene selezionata, organizzata e prodotta attraverso sistemi algoritmici, essere liberi significa anche possedere gli strumenti per comprendere ciò che abbiamo davanti, verificare, distinguere, scegliere. Una società incapace di investire nella conoscenza rischia di creare una nuova disuguaglianza, forse ancora più profonda delle precedenti: quella tra chi comprende e utilizza le trasformazioni e chi semplicemente le subisce.

Anche il sindacato deve attrezzarsi per questo salto. Non possiamo entrare in scena soltanto quando una tecnologia è stata acquistata, installata e utilizzata e discutere a quel punto esclusivamente dei suoi effetti. Dobbiamo essere presenti prima, conoscere i processi, comprendere gli algoritmi e partecipare alla definizione degli obiettivi e dei limiti del loro impiego. Contrattare l’algoritmo significa esattamente questo: riportare dentro la dimensione democratica decisioni che non possono essere lasciate soltanto alla tecnica o al mercato. E significa anche porre una domanda che riguarda la redistribuzione. Se l’intelligenza artificiale e le nuove tecnologie consentiranno di aumentare enormemente la produttività, chi beneficerà di quella ricchezza? Se tutto il vantaggio si concentrasse nelle mani di pochi proprietari delle tecnologie, avremmo società più ricche ma anche più diseguali. Una parte di quel valore deve invece tornare al lavoro: attraverso salari più alti, formazione, maggiore qualità dell’occupazione e anche una diversa organizzazione del tempo. È quello che possiamo chiamare un dividendo tecnologico. Ma nessuna di queste questioni può ormai essere affrontata soltanto dentro i confini nazionali.

Ed è qui che l’Europa deve compiere un salto di qualità. L’Europa non può essere soltanto il luogo che stabilisce le regole per tecnologie pensate, finanziate e prodotte altrove. Difendere diritti, libertà, trasparenza e sicurezza resta indispensabile, ma non è sufficiente. Un continente che regola l’innovazione degli altri senza possedere una propria capacità di innovare rischia progressivamente di perdere autonomia economica e politica. Abbiamo bisogno di un’Europa capace anche di costruire. Nell’intelligenza artificiale, nell’energia, nelle infrastrutture digitali, nella ricerca, nella transizione ecologica, nelle tecnologie strategiche. Questo significa investire nelle università, nelle competenze, nella ricerca pubblica e privata, nelle imprese innovative, nella pubblica amministrazione. Significa acquisire la consapevolezza che alcune capacità produttive e tecnologiche non possono essere interamente delegate agli Stati Uniti, alla Cina o ad altre potenze. Non si tratta di rincorrere un’autosufficienza impossibile, ma di riconquistare la possibilità di scegliere. Anche questa è sovranità: non quella delle frontiere chiuse e dei nazionalismi, ma la capacità di un’Europa unita di decidere il proprio futuro, difendere il proprio modello sociale e avere voce nella competizione mondiale. Per questo abbiamo bisogno di più Europa, ma anche di un’Europa diversa: capace di unire innovazione e coesione sociale, competitività e diritti, sviluppo e sostenibilità. Un’Europa che non scelga tra mercato e società, ma sappia costruire le condizioni perché l’uno sia al servizio dell’altra. È anche su questo terreno che i corpi intermedi possono tornare a svolgere una funzione fondamentale. Il sindacato non può limitarsi alla difesa dell’esistente. Deve rappresentare le persone dentro trasformazioni che stanno cambiando lavoro, organizzazioni e società. Deve sapere parlare a chi un lavoro lo ha e a chi lo cerca, alle nuove generazioni, a chi rischia di essere espulso dai processi produttivi e a chi dispone di nuove competenze ma non trova ancora diritti e tutele adeguati. E deve recuperare una capacità che forse per troppo tempo abbiamo considerato estranea alla nostra funzione: quella di emozionare. Non significa sostituire la concretezza con la retorica. Significa dire non soltanto contro che cosa ci battiamo, ma quale società vogliamo costruire. Dobbiamo riuscire a raccontare un futuro nel quale l’intelligenza artificiale liberi tempo anziché creare nuove disuguaglianze, la transizione ecologica produca lavoro e non nuova marginalità, l’Europa torni protagonista, i servizi pubblici siano un motore di uguaglianza e una ragazza o un ragazzo possano ancora immaginare che il proprio domani contenga più possibilità, non meno, di quelle avute dalle generazioni precedenti. È questa la risposta più difficile, ma anche la più forte, ai populismi. Non basta smontare le loro paure. Bisogna tornare a rendere desiderabile il futuro. Forse allora quell’onda che sembra travolgere la Biblioteca Apostolica può offrirci anche un’altra immagine. Il futuro non è qualcosa che possiamo fermare sulla soglia. Arriva, comunque. Possiamo lasciarci sommergere oppure comprenderne la forza, scegliere dove vogliamo andare e costruire insieme la rotta. La speranza non è ottimismo ingenuo. È la capacità di trasformare il futuro da minaccia in possibilità. E oggi è forse proprio questo il compito più importante della politica, dell’Europa e del sindacato.

_ 𝑰𝒏𝒕𝒆𝒍𝒍𝒊𝒈𝒆𝒏𝒛𝒂 𝒂𝒓𝒕𝒊𝒇𝒊𝒄𝒊𝒂𝒍𝒆, 𝒊𝒍 𝒎𝒂𝒓𝒌𝒆𝒕𝒊𝒏𝒈 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒑𝒂𝒖𝒓𝒂 𝒆 𝒍𝒂 𝒅𝒐𝒎𝒂𝒏𝒅𝒂 𝒄𝒉𝒆 𝒏𝒐𝒏 𝒇𝒂𝒄𝒄𝒊𝒂𝒎𝒐: 𝒄𝒉𝒊 𝒅𝒆𝒄𝒊𝒅𝒆 𝒅𝒐𝒗𝒆 𝒔𝒕𝒊𝒂𝒎𝒐 𝒂𝒏𝒅𝒂𝒏𝒅𝒐? Sull...
30/09/2026

_ 𝑰𝒏𝒕𝒆𝒍𝒍𝒊𝒈𝒆𝒏𝒛𝒂 𝒂𝒓𝒕𝒊𝒇𝒊𝒄𝒊𝒂𝒍𝒆, 𝒊𝒍 𝒎𝒂𝒓𝒌𝒆𝒕𝒊𝒏𝒈 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒑𝒂𝒖𝒓𝒂 𝒆 𝒍𝒂 𝒅𝒐𝒎𝒂𝒏𝒅𝒂 𝒄𝒉𝒆 𝒏𝒐𝒏 𝒇𝒂𝒄𝒄𝒊𝒂𝒎𝒐: 𝒄𝒉𝒊 𝒅𝒆𝒄𝒊𝒅𝒆 𝒅𝒐𝒗𝒆 𝒔𝒕𝒊𝒂𝒎𝒐 𝒂𝒏𝒅𝒂𝒏𝒅𝒐?

Sull’intelligenza artificiale rischiamo di essere imprigionati dentro una narrazione sempre più semplice: la tecnologia corre troppo velocemente, potrebbe sfuggirci di mano e quindi bisogna rallentare. I rischi esistono. Sarebbe irresponsabile negarli. Ma proprio perché sono seri dovremmo evitare di trasformarli in quello che potremmo definire un vero e proprio marketing della paura. La domanda, infatti, non dovrebbe essere soltanto se l’intelligenza artificiale stia correndo troppo. Dovremmo chiederci chi sta correndo, chi guida, chi stabilisce la direzione e chi deve rispondere delle conseguenze. Colpisce che a chiedere di rallentare siano soprattutto coloro che stanno correndo.

Le preoccupazioni sulla sicurezza possono essere autentiche e fondate. Ma questo non dovrebbe impedirci di porre una domanda: chi produce una tecnologia può essere anche il principale soggetto che definisce quanto quella tecnologia sia pericolosa e quali debbano essere le regole del mercato nel quale opera? È proprio qui che dobbiamo spostare il punto di vista: non chiedere genericamente di rallentare, ma attribuire responsabilità a chi sviluppa, immette sul mercato e controlla queste tecnologie. Per questo non convince l’idea del semplice “rallentare”. Non abbiamo bisogno di sentirci dire da chi corre: rallentateci. Abbiamo bisogno di attribuire responsabilità a chi corre. Responsabilità sui prodotti che vengono immessi sul mercato, sui dati utilizzati, sulla trasparenza, sulla sicurezza, sugli effetti sociali ed economici, sul rispetto dei diritti e sulla possibilità di verificare i sistemi ed i processi. È una differenza enorme. Perché il primo approccio rischia di bloccare o selezionare l’innovazione, il secondo cerca di governarla. E qui entra una questione ancora più delicata. La sicurezza è una tutela. Ma può diventare anche una barriera competitiva. Immaginiamo una fontanella pubblica dalla quale tutti possono bere gratuitamente acqua potabile. Accanto alla fontanella qualcuno vende bottigliette d’acqua. È evidente che l’acqua della fontanella debba essere controllata. Ma immaginiamo che, giorno dopo giorno, qualcuno cominci a diffondere il messaggio che quell’acqua potrebbe essere pericolosa. Aumentano i controlli, le certificazioni, gli adempimenti, le limitazioni. Fino a quando bere alla fontanella diventa talmente complicato, o percepito come rischioso, che acquistare la bottiglietta sembra l’unica scelta ragionevole.

La questione, allora, non è eliminare i controlli. È domandarsi se quei controlli siano davvero necessari per fronteggiare un rischio reale o se possano diventare anche uno strumento per frenare la concorrenza, creare barriere all’ingresso e consentire a qualcuno di mantenere, rafforzare o acquisire una posizione dominante nel mercato. La metafora vale anche per l’intelligenza artificiale. Il confronto tra modelli proprietari e modelli aperti non è soltanto una discussione tecnica. È anche una gigantesca partita industriale. I modelli aperti provenienti dalla Cina hanno negli ultimi anni ridotto fortemente la distanza rispetto ai modelli occidentali, conquistando rapidamente diffusione anche grazie a costi più bassi e maggiore accessibilità. Non significa che non debbano essere controllati. Al contrario. Significa che le medesime regole di sicurezza, trasparenza e responsabilità devono valere indipendentemente dal passaporto dell’algoritmo. Altrimenti rischiamo di confondere due questioni diverse: proteggere le persone dai rischi dell’intelligenza artificiale e proteggere qualcuno dalla concorrenza. Ed è forse questo uno degli effetti più pericolosi del marketing della paura: concentrare tutta la nostra attenzione sullo scenario estremo, la macchina che prende il controllo, l’umanoide che sostituisce l’essere umano, l’intelligenza che diventa incontrollabile, mentre rimangono sullo sfondo questioni molto più concrete che esistono già oggi.

Chi possiede la tecnologia? Chi possiede i dati? Chi controlla la capacità di calcolo? Chi stabilisce gli obiettivi? Chi decide? E soprattutto, a chi andrà la ricchezza prodotta? Anche sul lavoro dobbiamo interrompere una narrazione troppo semplicistica. Vedremo certamente sostituzioni. Gli umanoidi nelle fabbriche e l’automazione di alcune attività sono già una realtà. Sarebbe inutile negarlo. Ma il futuro del lavoro non può essere rappresentato attraverso un’unica equazione: più tecnologia uguale meno persone. Dipenderà da come ridisegneremo i processi, da quali nuovi lavori nasceranno, da come utilizzeremo l’aumento di produttività e soprattutto dalla capacità di accompagnare lavoratrici e lavoratori verso nuove competenze e nuove funzioni. Il punto non è difendere ogni attività esistente per conservarla identica a se stessa. È ridisegnare l’organizzazione del lavoro attorno alle possibilità offerte dalla tecnologia, senza espellere le persone dal processo.

E qui emerge un limite forse ancora più importante nel modo in cui discutiamo di intelligenza artificiale. Continuiamo a considerare quasi esclusivamente la variabile tecnologica. Tecnologia più potente, più dati, maggiore capacità computazionale, modelli migliori. Ma un’organizzazione non è fatta soltanto di tecnologia. È fatta di tecnologia, organizzazione del lavoro e persone. Possiamo introdurre il modello più sofisticato del mondo dentro un’organizzazione costruita male e ottenere semplicemente una cattiva organizzazione che lavora più velocemente. Per questo la cosiddetta people strategy non può più essere considerata una variabile soft. È una variabile hard della trasformazione tecnologica. Competenze, formazione, capacità critica, organizzazione, leadership e partecipazione delle persone diventano infrastrutture essenziali esattamente come la capacità di calcolo. In Italia esiste già una disponibilità significativa verso l’intelligenza artificiale e una crescente consapevolezza della necessità di formarsi. Il problema è che questa disponibilità non è ancora accompagnata da un investimento altrettanto forte e strutturato sulle competenze. E le competenze necessarie non sono una sola cosa. Servono competenze tecniche, per conoscere gli strumenti, comprenderne possibilità e limiti, saperli interrogare e utilizzare correttamente. Servono competenze funzionali, cioè la capacità di leggere, interpretare e utilizzare l’output dell’intelligenza artificiale dentro una professione. E servono soprattutto competenze comportamentali e cognitive: giudizio critico, capacità di verifica, assunzione di responsabilità, valutazione del rischio e capacità di decidere anche quando la macchina suggerisce una soluzione diversa.

Più aumenta la capacità della tecnologia, più diventa importante la qualità della capacità umana che la governa. Ed è qui che cambia anche il ruolo del sindacato. Non può arrivare quando l’algoritmo è già stato deciso e limitarsi a gestirne gli effetti. Deve entrare nel processo, da soggetto autonomo, esterno alla direzione ma interno alla trasformazione, con competenze sufficienti per valutarla e negoziarla. Significa contrattare l’algoritmo, i suoi obiettivi, i processi nei quali viene utilizzato, i limiti e la responsabilità della decisione umana. E significa contrattare anche il dividendo tecnologico: se l’IA aumenta produttività e valore, una parte di quel beneficio deve tornare al lavoro, attraverso salari, tempo, formazione, welfare e qualità dell’occupazione. E l’Europa? Anche qui dovremmo smettere di raccontarci che siamo condannati a scegliere tra tecnologie americane e cinesi. L’Europa dispone di ricerca, università, capitale, industria, competenze e mercato. Ciò che spesso manca è la capacità di trasformare queste risorse frammentate in scala industriale. Airbus rimane una metafora potente. Non perché quel modello possa essere copiato meccanicamente nell’intelligenza artificiale, ma perché dimostra che l’Europa, quando riesce a mettere insieme capacità industriale, capitale, ricerca, competenze e una prospettiva continentale, può costruire realtà in grado di competere globalmente. Le capacità, dunque, esistono.

Quello che serve è una volontà politica capace di metterle a sistema, costruendo una strategia europea sull’intelligenza artificiale che non sia soltanto regolazione delle tecnologie prodotte altrove, ma capacità di ricerca, produzione, investimento e innovazione. Per questo dovremmo uscire dal dibattito tra chi vuole accelerare senza limiti e chi pensa che l’unica risposta sia rallentare. Non abbiamo bisogno né di una fede ingenua nella tecnologia né del marketing del terrore. Abbiamo bisogno di responsabilità. Perché mentre discutiamo della possibilità che un giorno una macchina possa decidere al nostro posto, rischiamo di non accorgerci che le decisioni più importanti sull’intelligenza artificiale vengono prese già oggi da esseri umani: su chi controlla i dati, su quali tecnologie sviluppare, su chi può accedervi, sulle regole del mercato, sull’organizzazione del lavoro e sulla distribuzione della ricchezza prodotta. Forse allora la domanda giusta non è: come possiamo rallentare l’intelligenza artificiale? È molto più impegnativa: chi vogliamo che la governi, in quale direzione vogliamo indirizzarla e come facciamo in modo che il suo straordinario potenziale diventi un progresso non soltanto tecnologico, ma umano, economico e sociale?

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