21/10/2026
PASSARE DA UNA DEMOCRAZIA A UNA DEMOCRATURA
Quando il disagio sociale diventa un problema di ordine pubblico e il dissenso una minaccia alla "Nazione", la democrazia comincia a vacillare.
Il tentativo, poi non riuscito, contenuto nell’ultimo decreto del governo Meloni, di attribuire a 500 militari funzioni di ufficiali giudiziari con poteri di arresto, insieme alle dichiarazioni del ministro della Difesa, che ha ipotizzato che i gravi fatti di Milano potessero essere riconducibili a un attacco ibrido di una potenza straniera, solleva interrogativi inquietanti sulla direzione intrapresa da questo Governo.
Il rischio è trasformare le disuguaglianze, il disagio economico e le tensioni sociali in una questione esclusivamente di ordine pubblico.
E, in nome di una presunta "emergenza nazionale", arrivare a giustificare restrizioni delle libertà individuali e misure straordinarie che potrebbero mettere in discussione i principi democratici.
È una concezione del potere che sembra attraversare una parte significativa della cultura politica delle destre: i gruppi sociali, le associazioni, i sindacati e i partiti che esprimono interessi e valori diversi da quelli del Governo diventano ostacoli da contrastare o da depotenziare, in nome del presunto interesse supremo della "Nazione"
Ma in Italia, come spesso accade, si applicano due pesi e due misure.
Lo dimostra l’atteggiamento ben più comprensivo del Governo nei confronti di altre forme di protesta, soprattutto quando provengono da categorie economiche e corporazioni vicine al suo bacino elettorale.
I blocchi stradali delle ultime settimane da parte di trasportatori e agricoltori, che denunciano anch’essi un forte disagio economico e sociale, stanno provocando pesanti ripercussioni sulla distribuzione delle merci e sulle attività commerciali, soprattutto in alcune aree del Centro-Sud.
Negozi e supermercati con scaffali sempre più vuoti restituiscono l’immagine di un Paese fragile, esposto a tensioni che ricordano, per certi aspetti, un’economia di guerra.
Eppure, di fronte a queste proteste, il Governo mostra una disponibilità al confronto ben diversa da quella riservata ad altri soggetti sociali.
Il problema, dunque, non è soltanto come si protesta, ma chi protesta.
Per alcuni, comprensione, interlocuzione e promesse di intervento; per altri, sospetto, repressione e richiami alla sicurezza nazionale.
Nel frattempo, le risposte ai bisogni di milioni di persone vengono affidate a piccoli "bonus", interventi "una tantum' e misure decise dall’alto, senza una strategia strutturale capace di affrontare le disuguaglianze, rafforzare lo Stato sociale e promuovere politiche di inclusione.
Una logica che rischia di marginalizzare proprio quei corpi intermedi sindacati, associazioni e organizzazioni della società civile che rappresentano una componente essenziale della nostra democrazia costituzionale.
Il quadro che emerge è preoccupante: meno diritti e meno partecipazione, più mance elettorali e più provvedimenti destinati a consolidare il consenso di specifiche categorie economiche.
Ma la democrazia non può ridursi alla gestione del consenso, né la politica può diventare uno strumento al servizio di interessi corporativi. Governare significa tenere insieme gli interessi diversi, affrontare i conflitti sociali e costruire soluzioni condivise, nel rispetto della Costituzione.
È qui che si misura la responsabilità storica delle forze che si definiscono "progressiste".
I loro leader devono uscire dalle rispettive "torri d’avorio", superare divisioni e personalismi e tornare a dare rappresentanza politica alle esigenze concrete delle persone: lavoratori, pensionati, giovani, precari, cittadini impoveriti e comunità lasciate ai margini.
Occorre comprendere anche le trasformazioni profonde prodotte dalla rivoluzione tecnologica, che non sono fenomeni astratti, ma processi che modificano il lavoro, i redditi, le relazioni sociali e la vita quotidiana di milioni di persone.
Non basta denunciare le derive autoritarie: bisogna costruire un’alternativa credibile, capace di coinvolgere le persone, il sindacato, le associazioni e tutte le energie democratiche del Paese.
La vera posta in gioco delle prossime elezioni è questa: governare democraticamente le trasformazioni, oppure lasciare che le disuguaglianze e le paure diventino il terreno fertile per una progressiva riduzione dei diritti.
Da una parte, una democrazia partecipata, fondata sulla dignità, sulla solidarietà e sulla giustizia sociale.
Dall’altra, il rischio di un ritorno a una concezione feudale del potere, nella quale chi governa pretende obbedienza e sottomissione, mentre ai cittadini resta soltanto il compito di applaudire e votare.
Perché la democrazia non è soltanto votare. È poter dissentire, organizzarsi, protestare e partecipare alle decisioni che riguardano la propria vita.
Quando questi diritti diventano un ostacolo per chi governa, il passaggio dalla democrazia alla democratura non è più soltanto una provocazione lessicale. Diventa un rischio politico concreto da
riconoscere e contrastare.
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