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Cassandra Cassandra D nasce come realtà associativa di impegno e supporto alle persone vittime di violenza, isolamento, stalking e discriminazione

20/10/2026

Dal 30 ottobre in libreria una nuova uscita per la collana I Saggetti: "𝐏𝐚𝐫𝐚𝐝𝐨𝐬𝐬𝐨 𝐚𝐦𝐞𝐫𝐢𝐜𝐚𝐧𝐨. 𝐒𝐭𝐚𝐭𝐢 𝐔𝐧𝐢𝐭𝐢: 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐚𝐝𝐝𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢" di Alessia Gasparini.

Ora in diretta su Rainews24 l'autrice ospite della trasmissione Inside clicca qui: https://www.rainews.it/notiziari/rainews24

19/10/2026

Oggi Alessia Gasparini, socia di Cassandra D, a Inside24 su Rai News 24 ha presentato il suo libro Paradosso Americano, che uscirà il 30 ottobre per L'Asino d'oro edizioni.

La stupenda copertina è opera di Livia Carpineto, anche lei socia della nostra associazione.

Paradosso Americano è un libro che racconta le contraddizioni che attraversano gli Stati Uniti sin dalla loro nascita e che continuano a caratterizzarne la storia e l’identità del Paese.

Nel nostro occidentale migliore dei mondi possibili ha finalmente fatto breccia il grido di aiuto di Najmeh Amini, che p...
15/10/2026

Nel nostro occidentale migliore dei mondi possibili ha finalmente fatto breccia il grido di aiuto di Najmeh Amini, che più di un mese fa in un audio a lei attribuito chiedeva: “Oggi non voglio fare l’eroina. Voglio solo una cosa: siate la mia voce”.

Najmeh Amini, studentessa di 23 anni iraniana, in seguito alle proteste di gennaio è stata arrestata e poi condannata con due processi distinti, presso il tribunale rivoluzionario e quello penale ordinario, a più di 12 anni di carcere per propaganda contro il regime e alla pena capitale per un post (non divulgato) considerato blasfemo.

Nella sempre più preoccupante e crescente disposizione di condanne a morte nel paese degli Ayatollah (oltre 600 solo nel 2026, anche per minori!), ciò che colpisce di più è “il salto di qualità” compiuto dal regime, come l’ha definito Shirin Ebadi, giurista iraniana in esilio e Premio Nobel per la Pace 2023. E’ la prima volta infatti che si adduce un contenuto social come prova di un reato punibile con la morte e questo dimostra come il regime appunto non si fermi più davanti a nulla. È di fatto quell’assurdo salto di qualità nella violenza che abbiamo visto a Gaza, ribadito dal documentario “Naza”: quella violenza che va talmente oltre grazie all’impunità o meglio all’alleanza di Stati “civilizzati”, figli illuminati del logos occidentale, che nessuno più si sente p***eguibile.

Quell’alleanza che osserviamo anche tra chi si dice nemico, a partire proprio dal presidente statunitense Trump, che della pena di morte sta per fare uno show per la più grande democrazia dell’Occidente e che con la sua guerra all’Iran non ha fatto altro che rinforzare un governo già decisamente sanguinario. Per non parlare del comune revanscismo della Religione, spina dorsale di tutti i governi autoritari (nella stessa Repubblica Islamica l’ultima condanna a morte per blasfemia risaliva a tre anni fa).

Dunque questo basta e avanza per capire che altro che guerra di liberazione per le donne (come anche un certo femminismo bianco e borghese vorrebbe far credere), qui si tratta di fermare i movimenti spontanei di resistenza con una globale “war on women”, prendendo in prestito il titolo del docufilm di Raha Shirazi, ovvero una nuova caccia alle streghe, in cui le streghe sono donne, spesso giovanissime, e uomini, altrettanto giovani, che non si riconoscono nell’identità maschile violenta, che ovunque lottano insieme per un presente e un futuro più umani, anche per chi non può ancora difendersi, i bambini.

Per non avere un’ennesima Giovanna D’Arco, un’altra Mahsa Amini, oggi, bisogna allora non lasciare solo chi si riconosce nel rivoluzionario slogan “donna, vita, libertà”, che non a caso dava il nome all’ultimo libro di Marjane Satrapi, che della sua vita personale ha fatto un racconto politico e universale.

Noi come la Cassandra di Christa Wolf, sempre pronte e pronti a parlare per chi voce non ha, accogliamo la richiesta di Najmeh Amini e rispondiamo con la necessità di una lotta non violenta dell’umano contro il disumano, comune e trasversale, che non si limiti a superficiali riforme, troppo facili da spazzare via perché non realmente foriere di un pensiero nuovo.

15/10/2026

Francisco Ferrer Guardia nacque in Catalogna nel 1859, in una famiglia di agricoltori benestanti. Fin da giovane si avvicinò alle idee anarchiche e si interessò al tema dell’educazione. Dopo alcuni anni travagliati sul piano familiare (p***e due figli prematuramente) e su quello lavorativo (fu licenziato dalle ferrovie per aver dato asilo a dei rifugiati politici), e dopo un periodo di esilio forzato in Francia, tornò in Spagna per fondare la sua “Escuela moderna”.
Mentre due terzi della popolazione sp****la era analfabeta e centinaia di migliaia di bambini vivevano condizioni di vita infame, lo Stato e la Chiesa usavano la scuola per educare le classi popolari all’obbedienza verso la gerarchia e alla sudditanza nei confronti dei poteri che secolarmente gestivano la società sp****la.
Per questo Ferrer sosteneva che: “La missione della Escuela Moderna è di assicurare che i ragazzi e le ragazze che le sono stati affidati saranno istruiti bene e [diventeranno] sinceri, giusti e liberi da ogni pregiudizio (...) così che egli o ella non solo diventerà un utile membro della società, con il suo valore individuale pienamente sviluppato, ma contribuirà anche, come conseguenza necessaria, al benessere dell’intera comunità.”
Nel pensiero di Ferrer educazione e cambiamento sociale andavano di pari passo: una nuova scuola poteva creare una nuova cultura, a sua volta presupposto necessario per rivoluzionare profondamente la società. Nella “Escuela moderna” si insegnava la parità tra i sessi, l'uguaglianza, la libertà, la solidarietà e la pace; si accoglievano bambini di tutte le classi e si tenevano conferenze anche per gli adulti.
Dal 1901 in pochi anni oltre trenta scuole su questo modello aprirono in tutta la Spagna. Nel 1909, durante la "Settimana Tragica" le autorità arrestarono Ferrer e lo condannarono a morte con l’accusa di essere il fomentatore delle rivolte contro la guerra in Marocco.
Anche dopo il suo omicidio molte scuole modellate sulla “Escuela moderna” continuarono a sorgere fuori i confini della Spagna.
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Francisco Ferrer è uno dei protagonisti del nostro primo almanacco “Cronache Ribelli”. Lo trovate seguendo il link nel primo commento.

14/10/2026
20/09/2026

LA BELLISSIMA LETTERA di VIOLA ARDONE, scrittrice e insegnante, a Isabella Marsilio, la professoressa vannacciana salvata da un suo alunno congolese

Cara collega Isabella, a scuola accogliamo e non remigriamo
Carissima collega,
noi facciamo lo stesso lavoro, anche se insegnare è diverso per ciascuno. Differenti sono le classi, i contesti, gli alunni, gli edifici scolastici, le materie. Però ci accomuna una soglia, la stessa per chiunque entri in un’aula: la soglia dell’altro. Entriamo in classe come ci si tuffa in piscina senza conoscere mai perfettamente la temperatura dell’acqua. I ragazzi e le ragazze possono sorprenderci, entusiasmarci, deluderci, qualche volta ferirci. A te è accaduto nel modo più doloroso. Ti auguro di guarire presto.
Ho letto le buone parole che hai dedicato al ragazzo che ti ha aggredita: hai detto di averlo perdonato, di volerlo incontrare. A salvarti è stato un altro tuo alunno di tredici anni, di origine congolese, che si è lanciato contro il compagno e lo ha disarmato. Quando ti hanno chiesto se questo episodio avesse cambiato le tue idee sulla remigrazione hai risposto di no. Hai aggiunto che quel ragazzo ha tutti i diritti di stare qui, e che se non fosse regolare non sarebbe tuo alunno. Eppure, per chi come noi ogni giorno attraversa la soglia, la parola “regolare” non ha molto senso. Nel nostro lavoro le categorie perdono compattezza, si sgonfiano. Davanti a noi siedono i singoli: il migrante regolare e l’irregolare, l’italiano e lo straniero. Siedono Amir che non porta mai il quaderno, Francesca che sa tutte le risposte, Irina che aiuta il compagno in matematica, Alessio che da un po’ di tempo ha un’aria strana, e nessuno riesce a capire perché. Li chiamiamo per nome ogni mattina. Facciamo l’appello.
La scuola pubblica italiana possiede questa peculiarità: accoglie anche chi, secondo le definizioni dello Stato, occupa una posizione incerta. Un minore straniero ha diritto all’istruzione indipendentemente dalla regolarità del soggiorno. Come sai, lo stesso ragazzo che ti ha aiutata avrebbe dunque potuto trovarsi nella tua classe anche da irregolare perché l’articolo 34 della Costituzione, che ogni insegnante conosce, dice che: «La scuola è aperta a tutti». E si sarebbe probabilmente comportato nello stesso modo, con lo stesso coraggio.
Le parole con cui discutiamo di immigrazione: sicurezza, confini, rimpatri, remigrazione possono sembrare nette finché restano nel dibattito pubblico, finché sono etichette con le quali semplificare la realtà, bollini con cui vengono suggellati patti elettorali. Poi suona la campanella e quelle categorie entrano dalla porta con uno zaino sulle spalle, le ideologie diventano dita che si muovono svogliate su un quaderno, gambe che corrono verso la palestra, facce che tradiscono un disagio, occhi che brillano per una scoperta, mani che feriscono, a volte, o che suonano con grazia infinita uno strumento musicale. E proprio la tua storia lo dimostra nel modo più evidente: il tuo studente di origine congolese non rappresenta l’immigrazione e tu non rappresenti un’idea politica, ma siete semplicemente un alunno e la sua professoressa. Eravate nella stessa acqua. Lui ti ha vista in pericolo ed è intervenuto.eo del 13enne che prepara l'aggressione in bagno e poi colpisce
La scuola vive quotidianamente dentro questa complessità, chiede a persone diversissime di condividere uno spazio, una lingua, alcune regole, una storia. A volte ci riesce, a volte fallisce clamorosamente. Eppure resta uno dei pochi luoghi in cui l’appartenenza non è scritta su un documento di identità ma si costruisce in presa diretta: da banco a banco, da corridoio a corridoio, attorno allo spazio della cattedra, luogo geometrico degli equilibri della classe.
Poi certo, gli insegnanti hanno idee politiche, come tutti, votano, discutono, si dividono. Ma ogni mattina entrano in aula e lì incontrano quella soglia dell’altro che è sempre instabile, sempre da negoziare, non somiglia a un confine ma a una domanda: che cosa succede alle nostre convinzioni quando la persona che abbiamo davanti non coincide più con la categoria in cui l’avevamo sistemata? È una domanda che facciamo continuamente ai ragazzi. E vale anche per noi.

Viola Ardone

09/09/2026

Nel centenario della nascita di Ingeborg Bachmann, torniamo a riflettere su una delle voci più potenti, illuminanti e integre del Novecento. Un ritratto intenso che ripercorre le tappe fondamentali della vita e dell’opera della scrittrice e poeta austriaca, sempre intenta a smascherare le violenze invisibili della società attraverso il segno scritto.

Durante Pagina Tre del 9 settembre è stata data lettura di un estratto dell'articolo "Ingeborg Bachmann,il coraggio della verità” di Elena Chiattelli, vicepresidente di Cassandra D. La versione integrale è disponibile sul numero di settembre di Left
Paginatre Radiotre

Verità e giustizia per Abderrahim Fakir. Abderrahim Fakir è morto durante un’azione di contenimento condotta da due memb...
24/07/2026

Verità e giustizia per Abderrahim Fakir.

Abderrahim Fakir è morto durante un’azione di contenimento condotta da due membri della polizia e un ignoto passante. La violenza che ha subito Fakir non è solo quella fisica, agita contro un uomo in evidente stato di agitazione psicomotoria, ma anche quella messa in atto dagli operatori del 118 rimasti immobili di fronte alle ripetute e accorate richieste d’aiuto dell’uomo che erano stati chiamati a soccorrere.

Nel silenzio mantenuto dalle istituzioni sulla vicenda, si è però immediatamente data applicazione alla novità normativa voluta dal governo Meloni in favore degli agenti di polizia, concretizzata nel cosiddetto “decreto sicurezza” che dispone nuove misure per lo svolgimento delle indagini. La norma prevede che vi sia un’annotazione preliminare in un registro delle notizie di reato separato e autonomo (modello 45 bis), nel caso in cui l’azione che costituirebbe reato sia compiuta in presenza di un’evidente causa di giustificazione (legittima difesa, uso legittimo delle armi, esercizio di un diritto o adempimento di un dovere), quello che in breve è stato chiamato “scudo penale”. Stessa tutela è stata attivata in questo caso anche per i soccorritori.

Dalle immagini e dai video apparsi sui social si vede che quella messa in atto dalle forze dell’ordine è stata un’azione di contenimento, ben diversa dalla contenzione medica della quale Fakir avrebbe necessitato. La prima, infatti, dovrebbe rispondere a finalità di sicurezza pubblica, rispettare stringenti criteri di proporzionalità e cessare non appena la persona smette di rappresentare una minaccia attiva, e nel caso di Fakir non è andata così. L’atto medico della contenzione invece ha la sola finalità di impedire a una persona, che non è in quel momento nella condizione psichica di comprendere e volere le sue azioni, di nuocere a sé e agli altri; questo avrebbe risposto alle necessità di salute di Fakir, oltre a salvargli la vita.

Come ha ricordato il Dr. Alessandro Riccardi, presidente della Società Italiana di Medicina d’Urgenza, la percentuale di mortalità di un paziente in delirio iperattivo (stato in cui si trovava Fakir) è pari al 30%. Se tali pazienti vengono posti in una posizione prona con conseguente schiacciamento delle vie aeree, aumenta il loro stato di agitazione, sia a causa dello schiacciamento sia per la minaccia percepita, e questo può portare a un arresto respiratorio.

L’assenza dell’atto medico nei confronti di una persona in stato di agitazione psicomotoria, che avrebbe cambiato il destino di Fakir, contrasta con la nostra Costituzione, che all’art. 32 sancisce la tutela della salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. Ciò che è successo a Bologna non è compatibile con la cura e la prevenzione della malattia mentale, e impone una riflessione collettiva.

La rianimazione praticata dagli operatori del 118 viene messa in atto con Fakir ancora in stato di contenimento ed è tardiva: nessuno tenta di opporsi alle manovre di contenimento, nessuno chiede l’immediato intervento di un medico. L’accanimento nei confronti di un uomo già arreso da parte delle forze dell’ordine appare una violenza che disumanizza una persona fragile e in evidente difficoltà. La malattia mentale, pur evidente e riconosciuta (il 118 era stato attivato per una crisi psichiatrica) viene ignorata invece che essere valutata e curata come qualsiasi altra patologia.

Resta poi un interrogativo: a quale titolo un privato cittadino contribuisce attivamente alle manovre di contenimento dei poliziotti, tenendo fermo Fakir? Eppure nessuno dei presenti contesta la sua presenza o agisce per allontanarlo. La responsabilità può essere attribuita soltanto a chi ha materialmente agito, o anche a chi ha assistito senza intervenire?

Fakir è rimasto vittima della recrudescenza di azioni violente nei confronti delle persone migranti a cui stiamo assistendo, sull’onda della propaganda governativa sempre più aggressiva. Un esempio è il già citato “decreto sicurezza”, dove è presente una stretta correlazione tra potenziamento della sicurezza e inasprimento delle misure in materia di immigrazione. L’associazione “straniero = pericolo” si inserisce perfettamente nel pensiero propagandato dalle forze politiche di destra che alimentano, in chi si presta, la percezione di una minaccia legata alla presenza di persone migranti.

Le norme sull’immigrazione si inseriscono in un testo dedicato al mantenimento della sicurezza pubblica, tanto da far sentire autorizzato anche un privato cittadino a intervenire in aiuto delle forze dell’ordine. Altri residenti hanno filmato e testimoniato, ma in quei minuti concitati nessuna delle persone presenti si è opposta a quella violenza, nessuno ha agito per pretendere e ottenere quell’atto medico di cura a cui tutti abbiamo diritto non solo per legge, ma per umanità.

Un’umanità che deve lottare contro l’indifferenza, le norme che invocano tutele per agenti e sanitari e dimenticano l’unica persona che più di chiunque altro in quel momento aveva bisogno di aiuto e di cura.

Non si può continuare a accettare la colpevolizzazione sistemica degli individui più vulnerabili che in queste vicende vengono esposti pubblicamente, invece di intraprendere l’unica strada profondamente umana, quella della possibilità di cura per la malattia mentale che trova nella teoria della nascita di Massimo Fagioli il suo fondamento e la sua speranza.

«Mio zio era una persona, un uomo con una storia dei sentimenti e delle persone che lo amavano profondamente, meritava aiuto, ascolto, rispetto, dignità da chi dovrebbe proteggere le persone più vulnerabili» - Youssra, nipote di Abderrahim Fakir

Illustrazione di Livia Carpineto

13/07/2026

𝐈𝐫𝐚𝐧, 𝐥𝐚 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐥𝐞 𝐝𝐨𝐧𝐧𝐞 𝐫𝐚𝐜𝐜𝐨𝐧𝐭𝐚𝐭𝐚 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐫𝐞𝐠𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐑𝐚𝐡𝐚 𝐒𝐡𝐢𝐫𝐚𝐳𝐢

Articolo di Rossella Graffeo

Approda il 22 luglio a Perugia, nell'ambito del festival Fuori Post XL, negli spazi dei Loggi a Ponte San Giovanni ilm fim A War on Women. Dopo un omaggio a Marjane Satrapi, il prezioso documentario alle 19,30 sarà proiettato alla presenza della coraggiosissima regista iraniano-canadese Raha Shirazi. Il docufilm è attualmente nella selezione dei film candidati per una possibile qualificazione agli Oscar, al Doc Edge Festival in Nuova Zelanda (che prosegue fino al 12 agosto): una presenza internazionale che ne consolida la forza e l’urgenza, dopo la calorosa accoglienza di pubblico e critica, a fine aprile, nella première internazionale e nordamericana al festival Hot Docs Canadian International di Toronto e la più recente partecipazione all’Encounters South African international documentary festival.

Meritoriamente la coproduzione del documentario è per gran parte italiana, ed è stato il nostro Paese ad accoglierne l’esordio in anteprima assoluta a Bari lo scorso marzo nella sezione Meridiana del Bari International Film&Tv Fest. L’talia ha rappresentato di fatto l’hub principale e la prima tappa del tour europeo, con le prime proiezioni alla Casa internazionale delle donne e in alcuni cinema della capitale, dove speriamo di riaverlo presto (si rimanda alla Filmclub Distribuzione per le prossime proiezioni sul territorio nazionale). Perché vale davvero la pena di cercarlo e vederlo, per il vortice di sensazioni e domande che la sua visione suscita e che vanno al di là del carattere di impegno civile, sensibilizzazione e denuncia che il film necessariamente porta con sé. È infatti patrocinato da Amnesty international Italia, da sempre accanto alla lotta delle donne iraniane: il portavoce Riccardo Noury - insieme alla regista durante la presentazione della pellicola nella presentazione Cinema Farnese di Roma, cui ho assistito lo scorso 8 giugno - ha evidenziato la notevole importanza di un film che restituisce alle donne una voce senza filtri, sottolineando doverosamente come ogni dittatura si instauri e si consolidi attraverso l’attacco alle donne, con forme deliberate di repressione e oppressione dei loro corpi e delle loro voci. E, aggiungiamo, anche di quelli dei bambini, vittime troppo spesso taciute di una violenza inaudita e trasversale.

Il film ripercorre la lunga lotta delle donne iraniane restituendo profondità storica alle proteste del movimento Donna, Vita, Libertà seguite alla morte di Mahsa Jina Amini, arrestata e uccisa dalla polizia morale iraniana per non aver indossato l'hijab in modo conforme ai rigidi dettami del governo. È in quei tormentati frangenti che Shirazi avverte l’esigenza di archiviare tutte le immagini che documentavano ciò che stava accadendo e la brutale repressione del regime: come riferisce ai microfoni di Federico Raponi a Tuttascena1, il duplice intento da cui il progetto ha preso le mosse, era mostrare che quella lotta - solo ultima in ordine temporale - fosse il risultato di generazioni di donne che hanno resistito e combattuto per i loro diritti e portare, poi, a conoscenza del mondo come le radici del movimento femminista iraniano risalgano a più di cento anni fa.

Ma il documentario restituisce anche, inevitabilmente, la storia di un Paese e la tragica involuzione segnata dalla cosiddetta Rivoluzione Khomeinista del 1979, e lo fa tessendo insieme, con un toccante taglio storico, un mèlange di immagini di repertorio pubbliche, private, clandestine, con le testimonianze di sette donne di generazioni e mondi diversi, nella loro fiera e dolorosa condizione di esuli - come la stessa Shirazy - e nei cui racconti dimensione politica e personale si intrecciano indissolubilmente. Un susseguirsi di parole e immagini che di momento in momento esprime e infonde resistenza, o indigna per la sua disumana ferocia e violenza. Donne fisicamente aggredite da persone comuni in luoghi pubblici per i motivi più disparati, che sia per uno smalto o il rossetto, malmenate o portate via, con atroci conseguenze, nei White Wednesdays di disobbedienza civile, e ancora le storie di bambine senza infanzia, sottoposte a forme inaccettabili di violenza domestica, come quella di Leyla venduta a 8 anni, costretta a prostituirsi e stuprata anche dai propri fratelli, condannata a morte perché, prendendo in prestito le parole della Cassandra di Christa Wolf, si preferisce punire chi nomina il fatto piuttosto che chi lo compie. La sentenza venne fortunatamente sospesa, ma queste violenze sono all’ordine del giorno e vengono compiute nelle forme legalizzate dal regime. Pensiamo ad esempio al limite anagrafico per contrarre matrimonio, portato nel 2002 a 13 anni per le ragazze e a 15 anni per i ragazzi (il che si stenta a vederlo come un vero progresso!), ma lasciando intatta la possibilità - fino ad allora una vera e propria norma - di autorizzare il matrimonio di bambine di 9 anni con il consenso del padre e l’approvazione di un giudice.

In un contrasto per certi versi destabilizzante, il documentario propone, poi, le immagini dell’Iran prima del 1979, quando sotto la dinastia degli scià Palhavi il Paese aveva conosciuto un forte processo di modernizzazione e secolarizzazione della società, fino a registrare un primato mondiale con l’istituzione di un ministero per gli Affari femminili, presieduto da una delle sette donne intervistate dalla regista, Mahnaz Afkhami, la cui preziosa testimonianza rende conto di un passato vissuto che stride, a confronto, con un presente quasi drammaticamente distopico.

Come è stato possibile un tale regresso? Il film non dà risposte immediate, ma lascia aperto un dilemma che si avverte sulla pelle e scuote profondamente. Sull’impasse segnato dalla ‘rivoluzione’ di Khomeini che Marjane Satrapi - prematuramente scomparsa lo scorso maggio -, con quella verità e quell’ironia dolorose e struggenti, aveva raccontato al mondo nelle pagine di Persepolis alle soglie degli anni Duemila, Shirazi dichiara, come riportato da Nicoletta Labarile in un articolo su Il Sole 24 ore del 29 maggio: «Quando prese il potere, la gente era in festa, anche le donne. Negli anni in esilio aveva dissimulato le sue vere idee patriarcali». Il fatto che lascia sgomenti, in realtà, è proprio l’immagine dell’Ayatollah Khomeini, principale oppositore dello scià, in esilio in Francia, che risale a quei momenti cruciali: scuro in volto, nell’abito e con un eloquio affatto rassicurante. Certo, sono le donne le prime a rendersene conto, ben prima del referendum che avrebbe consegnato ufficialmente il Paese al potere degli Ayatollah, ribellandosi contro l’annuncio di ripristino dell’obbligo dell’hijab nei luoghi pubblici, l'8 marzo 1979: migliaia di Antigoni scesero in piazza protestando per sei giorni, ma sono lasciate sole da una popolazione ancora frastornata dall’euforia per la fuga del monarca, andando incontro alla violenta repressione dal regime teocratico.

Rispondere a come sia stata possibile l’acclamazione di questo personaggio come liberatore della patria non è semplice, ma non ci si può arrestare al piano superficiale della geopolitica. Certamente sono stati manipolati e strumentalizzati la trasversale insofferenza e il dissenso nei confronti del potere di Reza Palhavi, cui venivano addebitati una deriva autoritaria, uno ‘stile' smaccatamente filo-occidentale e il comprensibilmente odiato asservimento del Paese agli interessi economici dell’imperialismo americano, ma non basta. Una radicalità regressiva di tale fattispecie può essere possibile solo se sostenuta dalla complicità di una certa mentalità già largamente esistente, proliferante e subito pronta, infatti, all’oppressione, alla negazione e alla discriminazione della donna, dei bambini, di tutti coloro che si pongono al di fuori di determinati canoni che sono quelli, poi, del maschio adulto individuato ogni volta in precisi criteri nazionalistici. Mentalità che non è confinata all’Iran teocratico degli Ayatollah, anche se lì agisce anche attraverso forme lecite, alla luce del sole, ma che ritroviamo nei pensieri di un predominio maschilista professato dagli Incel e dalla manosphere, alimentata e portata avanti da sistemi di potere in tutto l’Occidente, non a caso sempre a braccetto con il pensiero religioso, storico nemico delle donne. Ed è la stessa matrice che nelle nostre società ‘democratiche’ muove la violenza psichica, fisica, istituzionale contro le donne, e quella silenziata e sommersa che travolge i bambini. Un filo nero che attraversa il mondo e che ci riguarda molto da vicino: è di questi giorni la notizia della sanzione che la Cedu ha comminato al nostro Paese per non aver tutelato, con risposte adeguate e tempestive, una madre e i suoi figli minori, emettendo una sentenza, ritenuta ‘sessista e stereotipata’, che di fatto normalizzava e negava la violenza di cui sono stati vittime, generando le ben note dinamiche di vittimizzazione secondaria.

Concludendo, un’ultima riflessione riguarda l’epilogo delle cosiddette rivoluzioni, momenti di rottura in cui sono confluite di volta in volta le speranze per la realizzazione di una società più libera e dell’uguaglianza tra tutti gli esseri umani. Ricorrendo a un’espressione di tolstojana memoria, osserviamo storicamente che tutte le rivoluzioni si somigliano, ogni rivoluzione ha posto in essere l’annullamento della donna: così Olympe de Gouges giustiziata perché la sua rivendicazione fu considerata eversiva dai rivoluzionari, o le donne che nella Russia sovietica furono ‘rimandate a casa’ dalla Nep di Lenin, o ancora l’omologazione forzata che annullava qualsiasi specificità femminile, della Rivoluzione Culturale maoista. Senza dimenticare che rivoluzione è stata chiamata anche quella nostrana fascista, che con il suo portato mortifero e il suo sistema patriarcale fatto legge, può essere accostata a quella iraniana. Pur su linee temporali distanti e con premesse ideologiche diverse, le rivoluzioni si ritrovano di fatto accomunate nell’ostinata guerra alla donne. Sulla natura delle rivoluzioni, è la stessa regista a rispondere alla domanda di una spettatrice, nel dibattito seguito alla proiezione del film al Cinema Farnese, mettendo in guardia sul fatto che nel momento in cui una rivoluzione sovverte lo status quo, distrugge una storia, spazzando vai in un attimo i diritti acquisiti.

È quanto mai necessario, allora, riportare il termine rivoluzione alla dimensione femminile e femminista - come quella iraniana - unica rivoluzione possibile che unisce il mondo, e che può scongiurare la ripetizione del passato. Donna, Vita, Libertà’diventa quindi un modo di stare al mondo e vivere la realtà del nostro tempo, non lasciando però indietro i bambini.

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