L'Italia che Merita

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Attività dall’1 al 13 giugno, continuano le proposte di  Meritocrazia Italia. 💪❤️⭐️🇮🇪
13/06/2026

Attività dall’1 al 13 giugno, continuano le proposte di Meritocrazia Italia. 💪❤️⭐️🇮🇪

13/06/2026

È ritenuto inaccettabile l’esamificio legalizzato delle Università telematiche, che rilasciano titoli accademici senza percorsi formativi di qualità, favorendo lo svilimento delle competenze e la svalutazione del merito. Lo Stato spagnolo è intervenuto nelle scorse settimane bloccando il ricon...

MERITOCRAZIA ITALIA: BASTA LAUREE FACILI. LO STATO DEVE TUTELARE IL VALORE LEGALE DEL TITOLO DI STUDIOÈ inaccettabile l’...
13/06/2026

MERITOCRAZIA ITALIA: BASTA LAUREE FACILI. LO STATO DEVE TUTELARE IL VALORE LEGALE DEL TITOLO DI STUDIO

È inaccettabile l’esamificio legalizzato delle Università telematiche, che rilasciano titoli accademici senza percorsi formativi di qualità, favorendo lo svilimento delle competenze e la e svalutazione del merito.

Lo Stato spagnolo è intervenuto nelle scorse settimane bloccando il riconoscimento di titoli rilasciati da atenei telematici stranieri, rilevando ciò che in Italia molti sanno ma pochi hanno interesse a dire: un’Università telematica senza criteri selettivi di ammissione, verifica della frequenza ed esami seriamente svolti, senza docenti strutturati e in una quantità adeguata a seguire da vicino gli studenti, senza strutture sufficienti, produce laureati privi di effettiva preparazione.
Gravissimo in un momento storico nel quale sarebbe invece necessario dare il migliore contributo possibile alla tenuta culturale, professionale ed economica dell’intero Paese. Missione che non può che essere affidata all’Università, da sempre motore del progresso sociale.

Il problema non è la formazione a distanza, che, se ben congegnata, può invece favorire l’inclusione formativa.
Il problema è l’assenza di controllo sulla qualità della didattica e sull’effettivo accertamento della conoscenza. Quando l’esame diventa una formalità e il titolo un prodotto commerciale, si crea una concorrenza sleale verso chi studia, fa ricerca e supera selezioni pubbliche con anni di sacrificio.

Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Sempre più spesso si registrano casi di plurilaureati telematici con lode che, grazie al solo punteggio del titolo, risultano preferiti nelle progressioni di carriera e nei concorsi pubblici rispetto a candidati che hanno costruito competenze sul campo. Il merito viene sostituito dal certificato. La competenza reale dalla strategia di accumulo crediti.

I dati pubblicati da IrpiMedia sul caso spagnolo confermano la dimensione del fenomeno. I colossi del settore hanno visto il gettito da master di I e II livello crescere del 154% tra il 2019 e il 2024, passando da 8,7 a 22,3 milioni di euro.
Nello stesso periodo, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha registrato di alcuni Atenei come “non rispondenti/inadempienti” per i dati sugli iscritti ai master, con valore zero per l’anno 2021-2022. Solo dal 2023-2024 sono disponibili i numeri: 20.200 iscritti, scesi a 13.500 nel 2024-2025, mentre il gettito è comunque aumentato di 4,4 milioni.
L’inchiesta ne cita inoltre una condotta in Spagna per un presunto gruppo che falsificava esami e facilitava il conseguimento di titoli.

Da ultimo, alcuni accorgimenti ministeriali hanno tentato di mettere un argine alla completa spersonalizzazione delle relazioni formative, ma non basta. Meritocrazia Italia chiede
– verifiche indipendenti e a campione sull’effettivo svolgimento degli esami e sulla corrispondenza tra carico didattico dichiarato e conoscenza acquisita;
– l’aumento del numero minimo dei docenti strutturati in relazione al numero di studenti iscritti;
– la pubblicazione obbligatoria e verificabile dei dati su iscritti, laureati, tasso di abbandono e placement per ogni corso di laurea e master.

Fino a quando non ci sarà perfetta equiparazione qualitativa tra Università telematiche e Università tradizionali, anche in punto di organizzazione della didattica e della docenza, sarà necessario riconoscerne un diverso peso in sede di selezione nei concorsi pubblici.

Difendere il valore legale del titolo di studio significa difendere la competenza. Significa evitare che il Paese si ritrovi con dirigenti, docenti e professionisti scelti sulla base di un pezzo di carta, non di una competenza verificata.

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Meritocrazia Italia: la norma delle sei ore sulle olive deve sottostare al principio di equità La l. 27 dicembre 2023, n...
12/06/2026

Meritocrazia Italia: la norma delle sei ore sulle olive deve sottostare al principio di equità

La l. 27 dicembre 2023, n. 206 (Disposizioni organiche per la valorizzazione, la promozione e la tutela del Made in Italy) introduce misure per rafforzare e proteggere il marchio Made in Italy. In particolare, impone che consegne e registrazioni avvengano entro sei ore dalla consegna delle olive da parte degli olivicoltori. L’obiettivo è garantire qualità, tracciabilità e trasparenza nella filiera, ridurre il rischio di frodi e assicurare che le olive siano lavorate fresche, a vantaggio dei consumatori e della reputazione del Made in Italy.
La legge impone però un vincolo uniforme che rischia di penalizzare proprio le regioni a maggiore produzione olivicola, dove infrastrutture e logistica richiederebbero invece potenziamenti. Meritocrazia Italia propone alcune soluzioni per ridurre queste disparità e garantire applicazione equa della norma.

Stop war.

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12/06/2026

Mauriello (Meritocrazia Italia): «All’apertura dei Mondiali di calcio 2026 un po’ di amarezza c’è. Vogliamo che sia
avviato un percorso di rinnovamento che metta al centro la formazione, la trasparenza e la valorizzazione dei
talenti»
Roma, 12 giugno 2026 – «Sono finalmente iniziati i mondiali di calcio. I colori della cerimonia di apertura emozionano sempre, ma non posso
negare che un po’ di amarezza c’è» dice Walter Mauriello, Presidente nazionale di Meritocrazia Italia. «Avremmo voluto partecipare allo
spettacolo tifando per l’Italia. Non è stato possibile, e non è la prima volta che la storia della nostra migliore tradizione sportiva resta tradita. C’è
un problema, ed è nel fatto che, mentre nei campionati dilettantistici il 90% dei calciatori è italiano, in Serie A la percentuale crolla al 5%. Vuol
dire che mancano incentivi reali per valorizzare il giocatore italiano. Se non costruiamo un percorso che accompagni i giovani dal settore dilettantistico
alla Serie A, rischiamo di impoverire la Nazionale ancora di più e di perdere l’identità stessa del nostro calcio. Noi oggi sosteniamo la candidatura
di Giovanni Malagò alla guida della Fgic, ma quello che vogliamo davvero è che sia avviato un piano di rinnovamento che metta al centro la
formazione, la trasparenza e la valorizzazione dei talenti. Mai come nello sport i successi sono possibili solo valorizzando merito e competenze, oltre
logiche di appartenenza, rendite di posizione e dinamiche conflittuali».

Questa mattina una delegazione di Meritocrazia Italia ha partecipato, presso la Camera dei Deputati, all'evento della Fo...
11/06/2026

Questa mattina una delegazione di Meritocrazia Italia ha partecipato, presso la Camera dei Deputati, all'evento della Fondazione Nazionale Cavalieri di Gran Croce, per la presentazione della proposta d’istituzione della Giornata Nazionale del Merito Pubblico. Sono intervenuti il Senatore Nazario Pagano ed il Presidente Dott. Claudio Gorelli, che ha illustrato la proposta di legge. Numerosi i rappresentanti dei principali ordini onorifici italiani, tutte le testimonianze hanno sostenuto il merito come faro per la collettività e insieme di verità, altruismo, impegno a sostegno della democrazia. Di grande spessore culturale anche gli interventi di esponenti dei settori dell'imprenditoria, delle libere professioni e della Pubblica Amministrazione.
MI si e’ trovata in linea con la proposta di legge sostenuta.

Nasce il nuovo Ministero Abilità diverse di Meritocrazia Italia,sotto la guida di Angelo Ferrara Roma, 10 giugno 2026 – ...
11/06/2026

Nasce il nuovo Ministero Abilità diverse di Meritocrazia Italia,
sotto la guida di Angelo Ferrara

Roma, 10 giugno 2026 – «È stato un onore ricevere questo incarico, che ho subito accettato con entusiasmo» dice Angelo Ferrara, nuovo Ministro Abilità diverse per Meritocrazia Italia. «Credo che un Movimento che si propone di contribuire al ripristino dell’equità sociale non possa trascurare tutte le problematiche connesse alla disabilità. In linea con i valori da sempre professati da Meritocrazia, nei quali credo fermamente, cercherò di lavorare avanzando proposte volte a garantire che ogni persona possa emergere secondo le proprie abilità e soprattutto sia messo nelle condizioni di scoprire il proprio personale talento, e di svilupparlo, per la migliore realizzazione di sé. Tutti, proprio tutti, possiamo essere valore aggiunto per la comunità. È il merito, quello fatto non di premialità e di eccellenza, ma di opportunità e di valorizzazione delle infinite diversità il motore del progresso».

10/06/2026
RICOSTRUIRE UNA STORIA DELLE DIVERSE CULTUREDagli esclusi alla sinfonia delle diversitàdi Paolo CancelliRicostruire una ...
10/06/2026

RICOSTRUIRE UNA STORIA DELLE DIVERSE CULTURE

Dagli esclusi alla sinfonia delle diversità

di Paolo Cancelli

Ricostruire una storia delle diverse culture significa mutare il punto di osservazione da cui si guarda l’umano. Non si tratta soltanto di ampliare il repertorio delle conoscenze o di aggiungere, a una narrazione già definita, qualche pagina dedicata ai popoli marginali. Si tratta, più radicalmente, di ripensare la forma stessa del racconto storico, riconoscendo che ogni cultura è una modalità concreta attraverso cui l’uomo interpreta la vita, abita il tempo, custodisce la memoria e dà forma alla propria presenza nel mondo. La storia non può essere soltanto il monumento che la forza erige alla propria continuità. Se vuole essere davvero conoscenza dell’umano, deve diventare il luogo in cui le voci sommerse, le lingue marginali, le comunità ferite e le esistenze anonime vengono restituite alla loro dignità di soggetti. Partire dagli esclusi significa sottrarre la memoria alla sua deformazione più grave: identificare l’universale con il punto di vista dei vincitori. La storia dell’umanità non coincide con la storia di chi ha governato, conquistato o posseduto; comprende anche chi ha generato legami, custodito tradizioni, attraversato sofferenze, trasmesso sapienze, accolto l’altro e resistito all’oblio. Ogni cultura è un mondo di significati appresi, condivisi e trasformati. L’uomo non nasce mai in uno spazio neutro: viene alla luce dentro una trama di parole, gesti, simboli, credenze, istituzioni, pratiche e attese. La cultura non è un ornamento esterno della natura umana, ma la forma storica attraverso cui l’umano diventa riconoscibile a se stesso. Essa non annulla la comune appartenenza alla famiglia umana, ma la rende concreta, plurale, situata. Non esiste l’uomo astratto, sciolto da ogni appartenenza; esistono persone che abitano lingue, memorie, relazioni, ferite e speranze. Una storia delle diverse culture deve quindi superare la tentazione di ridurre l’alterità a distanza, anomalia o inferiorità. L’altro non è il residuo oscuro di ciò che non siamo; è il luogo in cui la nostra identità viene interrogata e liberata dalla propria pretesa di autosufficienza. L’alterità non impoverisce l’identità: la espone alla relazione, la purifica dalla chiusura, le ricorda che nessuna cultura possiede da sola la totalità dell’umano. Ogni popolo custodisce una parte di sapienza, ma anche una parte di limite; ogni civiltà vede qualcosa e, nello stesso tempo, lascia qualcosa nell’ombra. Da questa consapevolezza nasce una disciplina dello sguardo. La cultura occidentale, come ogni grande tradizione storica, ha spesso osservato l’altro assumendo se stessa come misura del valore. È la radice dell’etnocentrismo: non solo un errore conoscitivo, ma una deformazione morale dell’intelligenza. Esso consiste nel collocare la propria forma di vita al centro del mondo e nel giudicare ogni differenza come mancanza, ritardo o deviazione. Contro questa tentazione, lo sguardo antropologico invita a sospendere il giudizio immediato, a comprendere i fenomeni nel loro sistema di senso, a interrogare le pratiche prima di classificarle, a riconoscere che ciò che appare strano può essere semplicemente la manifestazione di un’altra coerenza. Comprendere, tuttavia, non significa rinunciare al discernimento. Il riconoscimento della diversità culturale non conduce necessariamente al relativismo. Al contrario, rende più esigente la domanda sul bene, sulla giustizia, sulla dignità e sulla libertà. Nessun giudizio è veramente giusto se nasce dall’ignoranza dell’altro; nessuna critica è feconda se si fonda sul disprezzo. La verità non teme la complessità. Occorre evitare tanto l’universalismo astratto, che cancella le differenze in nome di un modello unico, quanto il relativismo dispersivo, che trasforma le culture in mondi incomunicabili. Tra questi due estremi si apre la via della sinfonia. La sinfonia delle diversità è una categoria filosofica prima ancora che poetica. La sinfonia non produce unità eliminando le voci, ma ordinandole in una relazione armonica. Ogni strumento conserva il proprio timbro; ogni voce partecipa alla composizione senza perdere la propria singolarità. L’unità sinfonica non è uniformità, ma convergenza; non è fusione indistinta, ma composizione; non è dominio di una parte sulle altre, ma reciproco riconoscimento dentro una forma comune. Così dovrebbe essere pensata la storia delle culture: non come competizione tra identità chiuse, ma come partitura aperta nella quale ogni popolo contribuisce alla rivelazione della comune dignità umana. Questa prospettiva permette di comprendere le culture non come blocchi immobili, ma come realtà viventi. Esse si trasmettono, si trasformano, migrano, traducono, accolgono e rielaborano. Ogni civiltà nasce da incontri, innesti, eredità, passaggi e contaminazioni. Anche ciò che appare più proprio reca spesso la traccia dell’altro. Le lingue, le istituzioni, le forme religiose, i saperi, le tecniche, gli oggetti quotidiani e le categorie del pensiero sono il frutto di lunghi processi di attraversamento. La purezza culturale, quando viene assolutizzata, diventa un mito sterile; la fecondità della cultura nasce invece dalla capacità di ricevere senza dissolversi e di donare senza dominare. In questo orizzonte, la traduzione assume un significato decisivo. Tradurre non significa soltanto sostituire parole con parole; significa consentire a un mondo di passare in un altro mondo. Ogni traduzione è un atto di ospitalità intellettuale: accoglie un pensiero straniero, lo conduce dentro una nuova lingua, lo espone a un nuovo orizzonte e lo rende capace di generare significati ulteriori. Ma ogni traduzione è anche un rischio, perché nessun passaggio è neutro. Tradurre significa interpretare, scegliere, talvolta perdere, talvolta salvare, sempre trasformare. La storia della cultura è, in larga misura, storia di migrazioni del senso. La cultura vive dunque nella relazione. Le sue stagioni più feconde nascono quando un popolo riconosce la propria insufficienza dinanzi alla ricchezza dell’altro. Vi è una povertà sapienziale che rende possibile l’incontro: la consapevolezza di non bastare a se stessi. Da essa sorgono il desiderio di apprendere, la disponibilità a tradurre, la capacità di trasferire e rinnovare. Una cultura muore quando si concepisce autosufficiente; rinasce quando torna capace di ascoltare. In questo senso, la traduzione è una forma storica dell’umiltà: riconosce che la verità può giungere anche da altrove. Ricostruire una storia delle diverse culture significa allora assumere il passaggio come chiave interpretativa. I saperi passano da una lingua all’altra, da un popolo all’altro, da un’epoca all’altra; ma, passando, non restano identici. Ogni ricezione è anche trasformazione. Ciò che viene ereditato viene reinterpretato, e ciò che viene custodito viene nuovamente generato. La cultura è memoria in atto, non semplice conservazione. Essa non trattiene il passato come reliquia immobile, ma lo assume come principio di futuro. Per questo la fedeltà autentica non è ripetizione servile: è capacità di far vivere ciò che si è ricevuto in un tempo nuovo. Da qui nasce una diversa idea di universalità. L’universale non è ciò che appartiene a una sola cultura e viene imposto alle altre; è ciò che può emergere dall’incontro tra culture che si riconoscono reciprocamente come portatrici di senso. L’universale autentico non cancella il particolare, ma lo attraversa. Non nasce contro le differenze, ma mediante le differenze. La dignità umana, il bene comune, la giustizia, la cura dei fragili, la libertà responsabile, la solidarietà e la pace non sono principi astratti sospesi sopra la storia: devono incarnarsi nelle lingue dei popoli, nelle istituzioni, nell’educazione, nel diritto, nell’economia e negli stili concreti della convivenza. Partire dagli esclusi diventa, in questa prospettiva, un criterio di verità. Gli esclusi non sono soltanto coloro che mancano di potere; sono coloro che rivelano le insufficienze delle forme storiche della convivenza. Il povero, il migrante, la minoranza linguistica, il popolo colonizzato, il malato, il bambino, l’anziano, la comunità dimenticata, il lavoratore invisibile mostrano ciò che una civiltà preferisce non vedere. Essi non sono il margine della storia, ma la sua soglia critica. Una società si comprende davvero non dal modo in cui celebra i propri successi, ma dal modo in cui custodisce le proprie fragilità. Per questo una storia delle culture deve essere anche una storia dei silenzi. Vi sono popoli che non hanno lasciato archivi perché altri hanno scritto al loro posto; tradizioni orali giudicate inferiori perché non conformi alla forma scritta del sapere; memorie familiari, pratiche quotidiane, riti minori, oggetti poveri e gesti anonimi che custodiscono una densità storica non meno reale dei grandi documenti ufficiali. La fonte non è soltanto ciò che il potere conserva; è anche ciò che la vita lascia come traccia. Occorre imparare a leggere i segni deboli, perché spesso in essi si nasconde la verità concreta dell’umano. Nel tempo dell’intelligenza artificiale e della trasformazione digitale, questa riflessione acquista una rilevanza ulteriore. La tecnica tende oggi a produrre un linguaggio globale, rapido, misurabile, computabile. Essa promette connessione, efficienza, previsione, ottimizzazione. Tuttavia, quando non è orientata da una visione integrale della persona, può generare nuove esclusioni, nuove gerarchie invisibili, nuove riduzioni dell’umano a dato, funzione, profilo o prestazione. Il rischio non è la tecnica in sé, ma la sua assolutizzazione; non è l’intelligenza artificiale come strumento, ma il paradigma che pretende di tradurre integralmente la persona in informazione calcolabile. Dinanzi a tale rischio, la storia delle culture offre una riserva critica decisiva. Essa ricorda che l’umano non è mai totalmente formalizzabile. Ogni persona vive dentro narrazioni, simboli, appartenenze, vulnerabilità, desideri, memorie e relazioni che eccedono la mera quantificazione. Ogni cultura contiene zone di senso che non possono essere comprese soltanto mediante l’analisi funzionale. La macchina può elaborare dati, ma non custodire memoria nel senso propriamente umano; può correlare informazioni, ma non assumere la responsabilità del significato; può simulare linguaggi, ma non abitare la fragilità da cui nasce la parola autentica. Ricostruire una storia delle diverse culture significa quindi edificare una memoria capace di futuro. La memoria non è un deposito morto, ma una forza generativa. Può imprigionare i popoli nel risentimento oppure aprirli alla riconciliazione; può diventare strumento di dominio oppure via di liberazione; può alimentare identità aggressive oppure educare alla responsabilità. Una memoria plurale, critica e sinfonica non cancella le ferite, ma le attraversa; non rimuove i conflitti, ma li interpreta; non dissolve le identità, ma le dispone al dialogo. Il cuore filosofico di questa visione è la dignità. La dignità non è concessa dalla cultura, dallo Stato, dalla tecnologia o dal mercato; precede ogni riconoscimento istituzionale e fonda la possibilità stessa del riconoscimento. Ogni cultura deve essere interrogata a partire dalla sua capacità di custodire, esprimere e promuovere la dignità della persona. Ma la dignità non è individualismo isolato: è relazionale, sociale, comunitaria. La sinfonia delle diversità non può essere costruita senza il riconoscimento della fragilità. L’umano non è magnifico perché invulnerabile, ma perché capace di senso anche nella vulnerabilità; non è grande perché domina ogni limite, ma perché può trasformare il limite in relazione, la mancanza in domanda, la dipendenza in comunione. Le culture che rimuovono la fragilità producono scarto; quelle che la custodiscono generano civiltà. Partire dagli esclusi significa riconoscere che la fragilità non è il contrario della dignità, ma il luogo in cui la dignità chiede di essere maggiormente difesa. Da qui emerge anche il valore politico della storia culturale. Una società che conosce soltanto la propria narrazione diventa facilmente prigioniera della paura. Una società che conosce la pluralità delle culture può scoprire che l’altro non è necessariamente minaccia, ma possibilità di ampliamento del mondo. La pace non nasce dall’ignoranza reciproca né da una tolleranza fredda; nasce dalla costruzione paziente di una conoscenza condivisa. La diplomazia delle culture comincia proprio qui: nel riconoscere che i popoli non dialogano soltanto attraverso interessi, trattati e strategie, ma anche attraverso memorie, simboli, ferite, lingue e visioni del bene. Ricostruire una storia delle diverse culture significa, infine, restituire agli esclusi non soltanto un posto nel racconto, ma una funzione generativa nella comprensione del mondo. Essi non chiedono di essere aggiunti come nota marginale; chiedono che la storia sia ripensata a partire dalla loro presenza. Rivelano che nessuna civiltà è compiuta finché qualcuno resta fuori dalla sua promessa. Mostrano che il bene comune non è la somma degli interessi forti, ma la forma della convivenza in cui anche l’ultimo è riconosciuto come parte necessaria del tutto. Nasce così una storia più vera perché più umana, più universale perché meno astratta, più filosofica perché più attenta alla concretezza. Una storia che non oppone identità e dialogo, radici e apertura, memoria e futuro, ma li ricompone in una visione armonica. Una storia che comprende le culture come vie molteplici attraverso cui l’umanità ha cercato di rispondere alle domande fondamentali: che cosa significa vivere, soffrire, sperare, educare, morire, amare, credere, costruire giustizia e abitare la terra.

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