01/02/2026
VIVA LA SINCERITA’
Ma davvero qualcuno crede che la così detta riforma della magistratura sia fine a se stessa? Davvero qualcuno crede che, rotto l’argine, non ci sarà la valanga di norme (ordinarie) per chiudere la partita? Ebbene, a parte il fatto che, per rendere operativa la (sciagurata) riforma della Costituzione, occorrerà legiferare, tanto per dire, per definire i meccanismi di selezione dei membri laici nei due CSM e nella (alta?) corte disciplinare, non meno che per regolamentare i due concorsi per l’accesso nelle due magistrature e, più in generale, per adeguare, entro un anno, l’ordinamento giudiziario al capolavoro partorito da Nordio & C., resta il fatto che le reali intenzioni dei “riformatori”, dei loro sponsor, tifosi e gregari, sono facilmente comprensibili se solo si pone un po’ di attenzione alle loro stesse parole.
Cominciamo da (relativamente) lontano. Nel 2022, il 7 dicembre, su Nazione /Carlino/Giorno, l’avv. Caiazza, allora presidente della Unione camere e penali e oggi presidente del comitato per il SI della Fondazione Einaudi (quella di Roma, non certo quella di Torino!), rilasciava una intervista nel cui titolo si leggeva a chiare lettere LA POLITICA INDIRIZZI LE PROCURE. Nel corpo dell’articolo, il noto penalista auspicava nell’ordine (oltre a un depotenziamento delle intercettazioni, un evergreen molto caro a una certa parte politica): a) separazione delle carriere, b) ridimensionamento della obbligatorietà dell’azione penale, c) indicazione ministeriale o parlamentare delle priorità da imporre ai PM nel promovimento della suddetta azione. Facciamo un salto in avanti e arriviamo al 30 gennaio 2025: Vittorio Feltri su Il Giornale scrive, a proposito del caso Almasri, che bisogna porre fine a “una incomprensibile e pericolosissima deriva, avvicinandoci alla condizione illuminata di quei Paesi in cui l’indipendenza è solo dei giudici” (intendendo dire: non anche dei PM). E andiamo avanti. Il 3 febbraio 2025 Marcello Pera ci regala su Il Foglio un significativo articolo dal titolo “LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE NON BASTA, chiarendo il suo pensiero con un paio di passaggi: innanzitutto, va abolita la obbligatorietà dell’azione penale (in questo trovando d’accordo il senatore Malan), in secondo luogo, l’indipendenza del PM non può essere ampia come quella del giudice. E infine: i criteri di priorità li deve fornire alle Procure un soggetto politico. E veniamo finalmente al 2026. Il 25 gennaio Tajani sillaba che è il caso di rivedere il principio in base al quale la polizia giudiziaria dipende direttamente dal PM. Ciò sta a significare che si dovrebbe ritornare al “sistema” in vigore prima del nuovo codice di procedura, quando la polizia giudiziaria dipendeva dai rispettivi superiori gerarchici e, alla fine della trafila, quindi, dai ministri dell’Interno, della Difesa e delle Finanze. Insomma, a ben vedere, era il PM a dipendere dalla polizia giudiziaria.
Dunque il programma postreferendario è questo: 1) Il PM riceve direttive da un soggetto politico (si dovrà stabilire quale), 2) il PM esercita l’azione penale in maniera selettiva, 3) il PM non dispone della polizia giudiziaria, 4) il PM può essere “un po’” indipendente, ma non come il giudice. Il “condimento” di questa “macedonia programmatica” lo ha fornito, come è noto, il buon Nordio quando si è meravigliato della ostilità dell’opposizione a una riforma che potrebbe risultare utile anche a tale parte politica, quando (e se) dovesse tornare al potere. Insomma, se non ci aiutiamo tra noi …..