03/08/2026
L’INCLUSIONE SOTTO ALTRI CIELI: CRONACHE DALL’INDONESIA
24 Luglio, 2026
di Giorgio Sama*
Articolo pubblicato su Superando
«Sto viaggiando con la mia famiglia in Indonesia – scrive Giorgio Sama – ed è un tempo di vacanza, ma per chi lavora nella scuola e da anni si occupa di disabilità, inclusione e formazione degli insegnanti, lo sguardo professionale non va facilmente in ferie. Tra Bali, Giava e Lombok, dunque, si incontrano due lezioni assai utili anche per il nostro Paese. La prima dice che la comunità, senza diritti, può amare e proteggere fino a soffocare. La seconda dice che i diritti, senza comunità, possono collocare una persona nel posto corretto e lasciarla lì, perfettamente sola»
Insegno sostegno in Italia e da anni mi occupo di disabilità, inclusione e formazione degli insegnanti. Nei mesi di luglio e agosto sto viaggiando con la mia famiglia in Indonesia, tra Giava, Bali e Lombok. È un tempo di vacanza, naturalmente, ma per chi lavora nella scuola lo sguardo professionale non va facilmente in ferie. Entra nelle conversazioni, osserva gli edifici, si ferma davanti a una rampa che manca, domanda chi accompagni a scuola un bambino che non può camminare e chi, alla fine delle lezioni, torni a riprenderlo.
In Indonesia la distanza tra una legge e la vita di un bambino può essere fatta di mare. Può attraversare una strada sterrata, richiedere ore di motocicletta, una barca, un traghetto e il denaro necessario per compiere due volte lo stesso viaggio. Prima della didattica vengono spesso il trasporto, la visita medica, una diagnosi che nessuno nel villaggio è in grado di formulare, una carrozzina introvabile, un genitore che rinuncia al lavoro per accompagnare il figlio.
L’arcipelago comprende più di 17.000 isole, 6.000 delle quali abitate da una popolazione distribuita tra grandi città, villaggi montani, coste remote e territori raggiungibili soltanto via mare. A questa geografia si sovrappongono centinaia di gruppi etnici e più di 700 lingue locali. Una politica nazionale, qui, deve imparare a navigare prima ancora che a governare.
Lo Stato indonesiano ha tuttavia scelto una direzione chiara. Dal 2016 la disabilità è entrata con maggiore forza nel linguaggio dei diritti. Nel 2020 sono stati riconosciuti gli Akomodasi yang Layak, ossia gli “accomodamenti ragionevoli” dovuti agli studenti con disabilità.
Nel 2023 il quadro è stato precisato attraverso disposizioni su personale, curricoli, accessibilità, finanziamenti e servizi territoriali. È una normativa ambiziosa, soprattutto se letta dentro una geografia nella quale raggiungere una scuola può essere già un’impresa familiare.
La legge ha dunque indicato la destinazione. Una parte consistente del Paese deve ancora costruire la strada. E i dati amministrativi offrono una misura incompleta, ma significativa. Alla fine del 2025 il Ministero indonesiano registrava circa 180.000 studenti con disabilità nelle scuole comuni e professionali. A questi si aggiungono gli alunni delle scuole speciali, le Sekolah Luar Biasa. Il numero complessivo degli studenti formalmente intercettati dal sistema rimane nell’ordine di alcune centinaia di migliaia, dentro una popolazione scolastica di molte decine di milioni.
Il confronto con l’Italia non consente equivalenze automatiche. Cambiano le definizioni, le diagnosi e i criteri di certificazione. Il divario resta però eloquente: nelle scuole statali italiane gli alunni con disabilità rappresentano poco meno del 5 per cento della popolazione scolastica. Applicare quella proporzione all’Indonesia significherebbe ipotizzare oltre due milioni di studenti bisognosi di un sostegno formalizzato. Non è una stima epidemiologica, ma un esercizio comparativo. Mostra l’ampiezza della zona che separa il bisogno potenziale dal riconoscimento amministrativo. Prima dell’insegnante specializzato, manca spesso l’atto che rende il bisogno leggibile. Mancano medici, psicologi, servizi territoriali e famiglie in grado di raggiungerli. Una disabilità priva di diagnosi non genera un diritto: resta una lentezza, una stranezza, un comportamento difficile, talvolta una colpa.
Le scuole comuni che accolgono alunni con bisogni specifici sono chiamate Sekolah inklusif. La figura professionale più vicina al nostro insegnante di sostegno è il Guru Pendidikan Khusus (GPK), incaricato di valutare i bisogni, predisporre interventi individuali e accompagnare i docenti della classe. Può operare in più istituti e svolgere parte del proprio lavoro fuori dall’orario ordinario delle lezioni. Il sistema indonesiano ne stima un fabbisogno di oltre 12.000 soltanto per gli studenti già presenti nelle scuole comuni.
Esiste anche il Program Pembelajaran Individual (PPI), assimilabile per alcuni aspetti al nostro PEI (Piano Educativo Individualizzato). Le parole sembrano familiari. L’organizzazione lo è molto meno. In Italia l’insegnante di sostegno è contitolare della classe. L’alunno appartiene giuridicamente e pedagogicamente all’intero Consiglio di Classe, almeno secondo il disegno normativo. In Indonesia il GPK può diventare una presenza intermittente, condivisa tra più gruppi e concentrata sull’intervento individuale. La disabilità entra nell’edificio, mentre la responsabilità rischia di fermarsi sulla soglia dell’aula. Lo specialista rassicura l’organizzazione e, nello stesso gesto, le consente di non cambiare.
Conosciamo questa tentazione anche in Italia. Abbiamo costruito un sistema assai più capillare, ma continuiamo talvolta a chiamare inclusione una “delega educata”. L’alunno ha un PEI, ore assegnate, firme e riunioni. Poi trascorre parte della giornata in un’aula laterale, affidato quasi interamente al sostegno. L’Indonesia rende visibile una contraddizione che da noi ha imparato a presentarsi in abito amministrativo.
In ogni caso, la distanza storica resta enorme. Nei paesi dell’Appennino, nelle campagne, nelle isole minori e nelle periferie italiane degli Anni Cinquanta e Sessanta, una disabilità poteva rimanere chiusa in casa. Mancavano trasporti, diagnosi, ausili e scuole raggiungibili. Anche le nostre montagne hanno avuto stanze nelle quali un figlio veniva protetto fino a scomparire. Poi la strada italiana non è cominciata nei Ministeri. È cominciata sulle spalle delle famiglie che portavano materialmente i figli dove le istituzioni non arrivavano ancora. Prima della rampa ci sono state braccia. Prima del trasporto scolastico, madri e padri che percorrevano chilometri. La norma è venuta dopo, quando quella fatica privata è riuscita a diventare domanda pubblica.
In Indonesia il potere della famiglia rimane assai maggiore. Può cercare la scuola, pagare il viaggio, affrontare lo stigma, procurarsi un ausilio e difendere la possibilità del figlio di apprendere. Può anche tenerlo in casa senza percepirsi come crudele. La protezione dal dileggio, dalla fatica e da un ambiente giudicato inadatto finisce per sottrarlo al mondo. La porta domestica diventa una frontiera morale: da un lato la cura, dall’altro la cancellazione sociale.
Le rappresentazioni religiose entrano in questo spazio, ma occorre parlarne senza caricature. Bali è prevalentemente induista; Giava e Lombok sono in larga maggioranza musulmane. Nessuna appartenenza religiosa produce un atteggiamento uniforme. Le credenze si intrecciano con povertà, istruzione, tradizioni locali e accesso ai servizi.
In alcuni contesti balinesi la nascita di un bambino con disabilità può essere interpretata attraverso il karma, le vite precedenti o la necessità di riequilibrare un disordine cosmico. Una simile lettura offre talvolta alla famiglia un linguaggio con cui sostenere ciò che non comprende. Può però trasferire la disabilità dal campo dell’educazione a quello del destino. Se infatti una condizione appartiene a una traiettoria già scritta, la domanda «che cosa può imparare?» perde forza davanti a un’altra: «Che cosa deve espiare?».
La distinzione si fa più dura nel caso delle disabilità intellettive e psicosociali. Una cecità, una sordità, una mutilazione o una menomazione motoria presentano un corpo riconoscibile e un bisogno relativamente nominabile. Il disagio mentale introduce condotte che possono essere lette attraverso la possessione, la colpa, l’azione di spiriti o la rottura di un ordine spirituale. La disabilità fisica caratterizza il corpo; quella psichica, nello sguardo di alcune comunità, sembra incrinare il confine stesso tra la persona e il mondo invisibile.
La pratica del pasung, il confinamento o l’immobilizzazione domestica di persone con disturbi psichici, rappresenta il punto estremo di questa storia. È illegale e non può essere assunta come fotografia dell’intera società indonesiana. La sua persistenza mostra però ciò che accade quando stigma, paura e assenza di servizi si chiudono intorno a una famiglia. La catena materiale arriva dopo una catena simbolica: l’idea che quella persona non appartenga più al mondo degli scambi possibili. L’educazione nasce sempre da una teoria, dichiarata oppure no, su chi possa ancora trasformarsi. Se la condizione viene accolta soltanto come destino da espiare, l’intervento appare superfluo. Se il bambino viene considerato “un dono affidato alla famiglia”, può ricevere cura e protezione, ma anche rimanere prigioniero di una bontà che non gli chiede nulla. Il dono libera soltanto quando riconosce nell’altro un soggetto capace di risposta. Altrimenti diventa una forma gentile di ineducabilità.
Le tradizioni locali contengono anche risorse di segno opposto. A Bali, Menyama Braya indica il riconoscimento dell’altro come fratello, membro della medesima parentela morale. Suggerisce una forma di inclusione meno fondata sul contratto tra individuo e istituzione e più radicata nella continuità del legame. La persona con disabilità non viene ricevuta come ospite della comunità, ne costituisce già una parte. Il suo posto precede la valutazione delle sue capacità.
Anche il gotong royong, la cooperazione con cui il villaggio affronta insieme un lavoro o una difficoltà, può offrire un terreno pedagogico fecondo. Il bisogno di un bambino diventa affare comune, non incidente privato della sua famiglia. La comunità possiede però una doppia mano: con una sostiene, con l’altra può trattenere. Fratellanza e autodeterminazione non coincidono. Si può appartenere intensamente a un gruppo e non avere alcun potere sulla propria vita. Il noi diventa inclusivo soltanto quando non divora l’io.
Nelle comunità musulmane, lo zakat apre un’altra via. L’obbligo religioso di destinare risorse a chi si trova in una condizione di bisogno può sostenere scuole, materiali e percorsi educativi. Il passaggio più significativo avviene quando la persona con disabilità accede direttamente alla parola religiosa. Un testo coranico in Braille, un insegnamento mediato dalla Lingua dei Segni, una lezione costruita per chi apprende con tempi diversi fanno più che rendere accessibile un contenuto. Restituiscono autorità. Il credente cieco o sordo non rimane colui per il quale gli altri pregano e interpretano, può studiare, discutere, insegnare. L’inclusione entra nel punto più delicato di ogni religione, ovvero chi possiede il diritto di pronunciare la parola.
Il Ministero indonesiano ha promosso anche percorsi formativi dedicati al Corano nella Lingua dei Segni, rivolti a educatori e studenti sordi. Il pesantren, il collegio islamico nel quale studio, preghiera e vita quotidiana condividono lo stesso spazio, rende ancora più evidente questa possibilità. La struttura di esso può offrire a un giovane con disabilità una comunità continua, non limitata alle ore di lezione. Mangiare, dormire, studiare e pregare insieme produce quella familiarità che nessun protocollo riesce a decretare. La stessa intensità, però, può trasformarsi in controllo e dipendenza. Ogni comunità totale, infatti, moltiplica sia le opportunità di appartenenza sia il potere esercitato sul singolo. L’accoglienza religiosa raggiunge la propria maturità quando smette di custodire soltanto il vulnerabile e comincia a riconoscerne la voce.
Anche il giudizio sulle scuole speciali richiede prudenza. Dall’Italia siamo portati a leggerle come un residuo segregativo. La nostra storia ci ha insegnato, a caro prezzo, che separare stabilmente gli alunni riduce aspettative e cittadinanza. In alcuni territori indonesiani, tuttavia, la Sekolah Luar Biasa può costituire il primo varco fuori dalla segregazione domestica. Un ragazzo sordo vi incontra una lingua e persone con cui usarla. Un adolescente con disabilità intellettiva trova compagni con cui condividere un ritmo, un gioco, perfino un litigio. Essere sempre il più fragile in mezzo a persone molto distanti per capacità e codici sociali può diventare una forma raffinata di solitudine. Questo interrogativo riguarda anche la scuola italiana. Abbiamo difeso giustamente il diritto a stare con tutti, ma raramente ci domandiamo se ciascun ragazzo disponga anche di qualcuno con cui poter stare da pari. Un pari non è soltanto un coetaneo anagrafico. È una persona che può rispondere, contraddire, sfidare, condividere un interesse senza trasformare ogni incontro in assistenza. La scuola speciale può separare dal mondo. La scuola comune può lasciare soli nel mondo. E la qualità educativa si misura nello spazio difficile tra questi due fallimenti.
L’Indonesia sta tentando dunque di costruire un sistema nazionale in una geografia che oppone resistenza all’uniformità. La normativa possiede un coraggio che merita rispetto. Mancano ancora docenti, rampe, carrozzine, trasporti, ausili, équipe e continuità. Il diritto ha raggiunto la lingua della legge prima di raggiungere molti corpi. Guardare questo processo da insegnante italiano produce un duplice effetto. Fa apprezzare la strada percorsa dal nostro Paese, dalle stanze chiuse dei decenni passati alla scuola comune, dalla benevolenza al diritto. E incrina la soddisfazione con cui talvolta contempliamo i nostri apparati. Abbiamo infatti imparato a scrivere l’inclusione con grande precisione, ma un Paese come l’Indonesia ricorda che bisogna ancora saperla vivere. Il PEI assegna obiettivi e responsabilità, non genera da solo fratellanza. Le norme impediscono l’abbandono, non assicurano uno sguardo capace di vedere possibilità dove altri vedono destino.
Tra Bali, Giava e Lombok si incontrano due lezioni che sarebbe imprudente separare. La prima dice che la comunità, senza diritti, può amare e proteggere fino a soffocare. La seconda dice che i diritti, senza comunità, possono collocare una persona nel posto corretto e lasciarla lì, perfettamente sola.
*Insegnante nella scuola secondaria di secondo grado, impegnato da molti anni negli istituti professionali. Si occupa di inclusione e di formazione dei docenti e collabora con l’Università di Parma nei percorsi di formazione degli insegnanti di sostegno, conducendo laboratori di didattica e area antropologica.
L’Indonesia ha ratificato il 30 novembre 2011 la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (non ne ha invece ratificato il Protocollo Opzionale).
Anche il giudizio sulle scuole speciali richiede prudenza. Dall’Italia siamo portati a leggerle come un residuo segregativo. La nostra storia ci ha insegnato,