11/09/2026
Dalle Torri Gemelle ai Gemellaggi
L’11 settembre 2001 le Torri Gemelle crollavano a New York sotto gli occhi del mondo. Quasi tremila persone persero la vita in poche ore. Con quelle torri sembrò crollare anche l’illusione che il progresso, la ricchezza, la tecnologia e il potere potessero garantire sicurezza e pace all’umanità.
L’11 settembre rappresenta, infatti, l’inizio di una nuova fase per l’umanità. Da quelle macerie sono venute altre macerie, in una spirale di violenza, morte e distruzione che è ancora in corso.
Afghanistan, Iraq, Siria, un terrorismo sempre più subdolo e diffuso, attentati e terrore in diverse città europee – Londra, Madrid, Bruxelles, Parigi – e in tante altre parti del mondo, con un filo che lega l’11 settembre 2001 alle guerre e alle tensioni che ancora oggi sconvolgono l’umanità.
I numeri sono impressionanti. Secondo il progetto “Costs of War” della Brown University, le guerre successive all’11 settembre hanno provocato oltre 940 mila morti direttamente per la violenza bellica, di cui più di 432 mila civili. Considerando anche le morti indirette causate dalle conseguenze della guerra – fame, malattie, distruzione delle infrastrutture e dei sistemi sanitari – la stima arriva a quasi cinque milioni di morti. Almeno 38 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare la propria casa.
E poi ci sono le enormi conseguenze economiche e sociali di venticinque anni di guerre, terrorismo, distruzione e spese militari: migliaia di miliardi di dollari impiegati nei conflitti, intere economie devastate, risorse sottratte allo sviluppo, alla salute, all’educazione e alla lotta contro la povertà. E, come troppo spesso accade, sono i più deboli a pagarne il prezzo più alto: i poveri, i bambini, le famiglie, chi è costretto a lasciare la propria terra e chi non ha strumenti per difendersi dalle conseguenze delle decisioni dei più potenti.
Ma dietro ogni numero c’è una persona. C’è un bambino. C’è una madre. C’è un padre. C’è una famiglia.
E allora, dopo venticinque anni, dobbiamo avere il coraggio di porci qualche domanda più profonda: perché, nonostante tutta la nostra scienza, la tecnologia, l’economia, la politica e perfino tanta religione, non riusciamo ancora a vivere in pace? Perché tante “risposte” hanno prodotto ancora più divisione, violenza, guerra e morte? Perché dopo 25 anni viviamo in un mondo sempre più chiuso, spaventato e spesso incapace di relazionarsi con il diverso? Perché gli USA (e il mondo) nel 2026 stanno peggio rispetto al 2001? Perché le tante guerre scatenate dopo l’11 settembre 2001 sono ancora aperte e non hanno portato più giustizia e sicurezza nel mondo?
E come siamo arrivati al punto di affidare il destino di interi popoli a leadership che troppo spesso sembrano alimentare paura, contrapposizione e ricerca del potere, invece di favorire incontro, responsabilità e pace?
Forse perché continuiamo a cercare fuori di noi le cause di una divisione che nasce molto più in profondità.
È proprio da questa domanda che nasce anche l’esperienza di Padre Angelo Benolli, sacerdote, missionario e fondatore di Italia Solidale – Mondo Solidale, che ha dedicato la sua vita all’incontro con persone e famiglie, in Italia e nel mondo, cercando di comprendere che cosa impedisca all’essere umano di vivere pienamente e di costruire relazioni autentiche.
Attraverso decenni di esperienza concreta con persone di culture, condizioni sociali e religioni diverse, Padre Angelo ha maturato una convinzione profonda: le grandi divisioni tra i popoli non sono separate dalle divisioni che attraversano la persona, la coppia, la famiglia e le comunità. Le guerre che vediamo esplodere fuori di noi hanno anche radici in un’umanità che troppo spesso non riesce più a trovare unità dentro di sé e nelle proprie relazioni.
Ha visto quanto l’uomo soffre quando la scienza si separa dall’anima, quando la fede rimane astratta e non entra concretamente nella vita, quando perdiamo il rapporto profondo con Dio, con noi stessi e, di conseguenza, con gli altri.
Ma questa esperienza non ha prodotto soltanto una denuncia del degrado dell’umanità. Ha fatto emergere soprattutto una proposta di speranza che, oggi più che mai, è davvero necessaria.
Per grazia di Dio, da questa lunga esperienza di vita e missione è nato un cammino che cerca di ricomporre ciò che spesso la nostra cultura tiene separato – scienza, fede e vita – perché la persona possa ritrovare la propria dignità, sviluppare i doni e talenti ricevuti e tornare capace di relazioni vere.
È il cuore dell’esperienza di Italia Solidale – Mondo Solidale, che da questa visione ha sviluppato nel tempo un modo nuovo di vivere la solidarietà e la missione.
Ed è proprio qui che, venticinque anni dopo, vogliamo passare simbolicamente dalle Torri Gemelle ai Gemellaggi.
Le torri sono diventate il simbolo drammatico di un mondo che può dividersi, contrapporsi e crollare.
I Gemellaggi Mondiali testimoniano un movimento opposto: persone che si incontrano, famiglie che entrano in relazione, bambini che possono crescere nella loro terra, comunità che superano distanze, culture, religioni e continenti.
Il Gemellaggio è una nuova forma di adozione a distanza, che non si limita al sostegno economico di un bambino, ma mette in relazione persone e famiglie perché possano crescere insieme nella vita e nella solidarietà.
Non è semplicemente un aiuto economico. Non è il ricco che dà qualcosa al povero. Non è una solidarietà assistenziale che rischia di lasciare ciascuno nella propria solitudine e dipendenza. È una relazione personale, concreta e reciproca, nella quale ciascuno può ricevere e ciascuno può donare.
Una persona o una famiglia in Italia entra così in relazione con un bambino e una famiglia dell’Africa, dell’India o del Sud America. Persone lontanissime geograficamente scoprono di avere qualcosa di essenziale in comune: il bisogno di essere rispettate nella propria dignità, di amare e di essere amate, di sviluppare la propria vita e di donarla agli altri.
E così anche il povero non rimane un povero da assistere, ma ritrova la propria dignità e diventa protagonista, solidale e missionario verso altre famiglie. E chi pensava di essere soltanto colui che aiutava scopre, a sua volta, quanto ha bisogno della vita, della fede, dell’umanità e della testimonianza dell’altro.
È questa reciprocità che può superare davvero le divisioni.
È questa l’esperienza che si vive nelle comunità eucaristiche e missionarie e nei Gemellaggi Mondiali: non persone anonime separate da migliaia di chilometri, ma volti, nomi, bambini, famiglie, esperienze di vita che entrano in relazione.
Mentre il mondo costruisce muri, noi vogliamo costruire relazioni.
E oggi ne abbiamo un bisogno enorme.
Perché la spirale iniziata venticinque anni fa non si è fermata. Alle guerre di allora se ne sono aggiunte altre. Vediamo ancora popoli contrapposti, bambini uccisi, famiglie costrette a fuggire, odio che genera altro odio.
Ma vediamo anche un degrado meno appariscente e forse ancora più profondo: solitudine, dipendenze, crisi delle relazioni, famiglie che si spezzano, giovani che faticano a trovare un senso e una speranza.
Davanti a tutto questo non possiamo perdere la speranza.
Ma non basta neppure invocare genericamente la pace.
La pace deve nascere dalla vita. Deve cominciare dalla persona, entrare nella coppia e nella famiglia, diventare comunità e poi relazione tra popoli. Ha bisogno di persone libere, capaci di amare senza possedere, di donare senza dominare, di incontrare l’altro senza cancellarne la diversità.
Perché nessun trattato di pace potrà bastare se l’uomo rimane in guerra con sé stesso e con chi gli è vicino. Nessun muro potrà darci sicurezza se perdiamo la capacità di incontrarci. Nessuna tecnologia potrà sostituire una relazione vera.
A venticinque anni dall’11 settembre, dalle macerie di quelle torri arriva allora anche una chiamata per ciascuno di noi: essere ancora più missionari nel mondo di oggi.
Essere missionari non significa necessariamente partire per un Paese lontano. Significa anzitutto non rimanere indifferenti. Significa non adattarsi al male ma far fronte, con l’Amore, a tutte le negatività del nostro tempo. Significa uscire dalle nostre chiusure, ritrovare vita e fede nelle nostre relazioni e avere il coraggio di incontrare l’altro. Significa credere che anche un legame tra due famiglie lontane possa diventare un piccolo seme di pace in un mondo che continua a dividersi.
Siamo tutti creati per essere missionari.
Tutti possiamo partecipare alla costruzione di relazioni nuove tra persone, famiglie, comunità e popoli.
Per questo, chi già vive un Gemellaggio è chiamato oggi a sostenerlo con ancora più fede e consapevolezza. Dietro quel bambino e quella famiglia non c’è soltanto un aiuto che arriva dall’Italia. C’è una relazione che attraversa il mondo. C’è una famiglia che può svilupparsi e diventare a sua volta missionaria verso altre famiglie. C’è una comunità che cresce. C’è un piccolo pezzo di umanità che sceglie la relazione invece della divisione. C’è la pace che, dal basso, prende forma.
Stiamo partecipando a qualcosa di molto più grande di noi.
E chi ancora non vive un Gemellaggio può aprirsi a questa esperienza. Non soltanto per “aiutare un bambino”, ma per lasciarsi coinvolgere in una relazione capace di arricchire entrambe le parti, di attraversare confini e differenze e di farci scoprire concretamente che apparteniamo alla stessa umanità.
Oggi è così che si risponde alle macerie interiori, relazionali e mondiali del nostro tempo. Non aspettando che siano i governi, la politica o le istituzioni a costruire la pace, ma cominciando noi, persona per persona, famiglia per famiglia, relazione per relazione.
Oggi possiamo scegliere di costruire, un Gemellaggio alla volta, relazioni capaci di attraversare il mondo e diventare semi concreti di speranza, di dignità, di luce, di fede, di amore e di viva pace.
Davide De Maria