31/05/2026
Mentre le truppe alleate, entrate a Roma, cercano di agganciare le truppe germaniche in ritirata verso nord, attestandosi in un triangolo che ha per vertice le vie Aurelia e Trionfale, Ponte Milvio, Monte Mario e, dall’altra, la riva destra del fiume Aniene, fino a Ponte Mammolo e sulla via Tiburtina fino a Tivoli, le retroguardie tedesche costituite da reparti di paracadutisti della 4. Divisione, si attardano nella zona nord est della città per sabotare le infrastrutture stradali e ferroviarie al fine di ostacolare l’avanzata delle avanguardie americane.
La ritirata da Roma della Wehrmacht è ordinata e senza eccessivi danni, le colonne della 362° divisione di Fanteria hanno sfilato lungo le vie della capitale sotto un sole cocente in lunghe teorie di mezzi motorizzati e carriaggi di artiglieria, mentre disposti su due file ai lati della strada camminano i fanti appiedati, avviliti per la stanchezza e preoccupati di finire sotto attacco delle brigate partigiane o di essere raggiunti dalle truppe alleate che avanzano.
L’ordine del CLN centro Italia è di sospendere l’insurrezione generale per evitare danni più gravi alla città e alla popolazione, ma le truppe tedesche vengono sorvegliate dalle pattuglie dei GAP e degli altri gruppi di Resistenza, da lontano.
Diversi cittadini si accalcano agli incroci delle vie per vedere i soldati tedeschi ba***re in ritirata. Nei romani c’è la certezza che i giorni bui stanno per finire e alcuni battono pure le mani in segno di intima gioia per la prossima libertà, ma soprattutto per la speranza che con gli Alleati possano tornare la libertà e l'abbondanza di cibo, medicine, generi di conforto e consumo che per più di venti anni erano mancati alla maggioranza della popolazione.
Ai lati della città sfilano verso ovest invece la 65° Divisione di Fanteria e la 3° Panzergrenadier Division, che subiscono delle perdite per i mitragliamenti dei caccia bombardieri inglesi e americani sulle vie Portuense e Aurelia, mentre invece sulla destra retrocede la 4° Fallschirmjäger Division, che percorre la via Nomentana, la via Salaria e la via Flaminia, subendo anch’essa sporadici mitragliamenti.
Alla retroguardia proteggono la ritirata i resti della speciale divisione “Hermann Goering”, attestati sulla riva sinistra del fiume Aniene. I partigiani intanto ingaggiano scontri sulla via Tiberina e a Prima Porta, per ostacolare la ritirata alle truppe tedesche ritardatarie.
In questa caotica situazione, con la maggior parte dei cittadini romani in attesa dello scorrere degli eventi e con i partigiani intenti a dare la caccia ai funzionari del partito fascista o a qualche soldato tedesco rimasto isolato, si innesta la vicenda del piccolo Ugo Forno, bambino di 12 anni appena promosso alla terza media presso la Scuola “Luigi Settembrini”, in Corso Trieste, vicino al Liceo “Giulio Cesare”, con ottimi voti, come appare nel registro di classe, e residente in via Nemorense, al quartiere Trieste - Salario.
Ugo esce di casa la mattina del 5 giugno 1944. La madre gli dice di stare attento e di non fare tardi per il pranzo, ma lui si avvia invece verso piazza Verbano dove trova un gruppo di una trentina di adulti che discute animatamente della situazione. Le voci dei soliti ben informati danno gli americani vicini e i guastatori tedeschi intenti a minare la strada e il ponte sulla via Salaria.
Ugo si dirige verso una casa colonica nei prati che fiancheggiano la via Salaria in discesa verso il fiume, dove sapeva che fosse nascosto un fucile e delle munizioni abbandonate dai soldati Italiani dopo l’8 settembre. Bisogna sapere che di armi, munizioni ed esplosivi nascosti ce ne’erano tanti, dimenticati o recuperati dai gruppi di combattimento partigiani, che nel caso del Salario, facevano capo alla III zona. In tutto erano otto le zone in cui era stata divisa Roma dal movimento partigiano.
Ugo, detto Ughetto in famiglia e dagli amici, va a prendere le armi pensando di poter fare qualcosa per disturbare i soldati della Wermacht. Giunto ad un cascinale sulla strada che porta al ponte della ferrovia vi trova alcuni giovani, cinque ragazzi della zona di Piazza Vescovio, due, figli del proprietario di quell'appezzamento agricolo, Antonio e Francesco Guidi, tre braccianti, Luciano Curzi, Vittorio Seboni , Sandro Fornari e altri due dei quali non si conosce il nome. Sono armati con due fucili Ma**er e tre pistole, incerti sul da fare.
Fucile in mano e bandoliera al collo, Ugo si mette a capo del gruppetto armato e si rivolge al plotone di partigiani improvvisati proponendo di attestarsi sulla collina della tenuta Senigallia (oggi centro residenziale Prato della Signora) per avere la vista libera sul ponte.
Giunti in prossimità del ponte vedono una decina di genieri della Wermacht, con le caratteristiche tute mimetiche a chiazze e pantaloni giallo sabbia, sotto i piloni del ponte, con tubi di dinamite, cariche esplosive e fili elettrici per l’accensione.
I ragazzi si gettano a terra e iniziano a sparare, i militari sorpresi si mettono al riparo non sapendo quanti siano a tenerli sotto tiro.
Ugo e gli altri, distesi sul terrapieno e al riparo dietro una capanna, continuano a fare fuoco.
I genieri pensano a una formazione partigiana, chiamano via radio i rinforzi che arrivano dalla via Salaria e mettono in linea mitraglie pesanti e mortai.
Sotto il fuoco tedesco i ragazzi tentano di resistere e dirigono i colpi dei fucili sul fumo dei mortai ma vengono colpiti.
Il primo a cadere è Francesco Guidi, poi in rapida sequenza, altri due colpi di mortaio vanno a segno.
Curzi ha una gamba straziata, Fornari perde di netto un braccio, le schegge investono mortalmente Ugo Forno al petto e alla testa.
I genieri tedeschi, pensando di essere sotto il tiro dei partigiani, abbandonano le posizioni e si ritirano rapidamente, raggiungono i loro mezzi parcheggiati su quella che è oggi via dei Prati Fiscali e si incolonnano sulla via Salaria diretti verso nord.
Il ponte sull’Aniene resta lì, con le micce e i fili che penzolano dalle arcate di ferro.
Avvisati dagli spari e dai contadini della zona, accorrono i partigiani della VIII zona, guidati dal sottotenente paracadutista Giovanni Allegra.
I feriti vengono soccorsi, Ugo Forno viene disteso su un carretto coperto da un drappo tricolore che aveva con sé, e portato alla clinica Inail di via Monte delle Gioie.
Francesco Guidi, ventunenne, morì poco dopo.
I genitori di Ugo intanto, non vedendolo tornare all’ora di pranzo, vanno alla sua ricerca e dopo essere stati avvertiti che in uno scontro con i tedeschi in mattinata un bambino era morto, il padre si avvia alla clinica Inail per avere ulteriori notizie. Qui i genitori lo riconoscono.
I giornali, il giorno dopo, parleranno dello scontro e anche di un morto, un ragazzino di dodici anni di nome Ugo Forno, detto Ughetto.
L’anno successivo si terrà una commemorazione presso la scuola Luigi Settembrini, dove Ugo Forno avrebbe dovuto frequentare la classe III, sez. B, e in suo onore verrà esposta la bandiera tricolore all’asta portabandiera dell’edificio.
Oggi una lapide lo ricorda in un aiuola del parco Virgiliano, su via Nemorense, una targa è stata posta nel luogo deve fu colpito, in via Mascagni e sotto il ponte ferroviario sull'Aniene, accanto alla ciclabile, c'è un murale col suo ritratto e una bacheca che narra la sua storia.
Si torna al Caffè Nemorense per l'anniversario di Ughetto. Grazie a Paolo Brogi CORO Sgarbatello Arianna Camellini ANPI "Musu-Regard" del II Municipio di Roma Aps Barikamà Matteo Marroni Ludovica Valori e a chi vorrà stare con noi