02/09/2026
Il carrello della spesa è aumentato del 30% in cinque anni. L’inflazione, nello stesso periodo, del 21%.
A dirlo è un’analisi pubblicata da Il Sole 24 Ore, che mette in evidenza quanto il costo del cibo sia cresciuto più dell’inflazione generale: se nel 2021 spendevamo 100 euro, oggi per la stessa quantità di cibo spendiamo 129,50 euro.
Intanto la Pewex, catena di supermercati romana, ha annunciato che presso i loro punti vendita sarà possibile pagare la spesa anche a rate, un segnale preoccupante della crisi sociale dilagante, tra bassi redditi e salari fermi al palo da anni, e un segnale della tendenza di alcune catene della grande distribuzione, che si approfittano del graduale impoverimento della società per incrementare profitti su beni essenziali, come il cibo.
Dietro questo +30% infatti c’è una domanda che non possiamo ignorare: chi paga davvero l’aumento dei prezzi e chi, invece, ne beneficia?
Perché pagare di più al supermercato non significa necessariamente che chi produce il nostro cibo riceva di più.
Il prezzo finale è il risultato di filiere complesse, dove il valore viene distribuito tra agricoltura, trasformazione, logistica e distribuzione. E quando questa distribuzione non è equa, a pagare il conto sono contemporaneamente cittadini e produttori, gli anelli più deboli della filiera del cibo.
Ecco perché parlare del prezzo del cibo significa parlare anche di giustizia sociale, reddito agricolo, scelte e funzionamento delle filiere.
Il problema non è soltanto quanto costa quello che mangiamo.
È anche come viene distribuito il valore che c’è dietro quel prezzo.
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