30/04/2026
🇮🇹 Primo Maggio
𝗜𝗹 𝗚𝗿𝗮𝗻 𝗠𝗮𝗲𝘀𝘁𝗿𝗼 𝗦𝗲𝗺𝗶𝗻𝗮𝗿𝗶𝗼: “𝗖𝗲𝗹𝗲𝗯𝗿𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗱𝗮𝘁𝗮 𝘂𝗻𝗲𝗻𝗱𝗼𝗰𝗶 𝗮 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗶 𝗶 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗮𝘁𝗼𝗿𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝗼𝗴𝗻𝗶 𝗴𝗶𝗼𝗿𝗻𝗼 𝗽𝗮𝗿𝘁𝗲𝗰𝗶𝗽𝗮𝗻𝗼 𝗮𝗹𝗹𝗼 𝘀𝘃𝗶𝗹𝘂𝗽𝗽𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝘂𝗺𝗮𝗻𝗶𝘁𝗮̀ 𝗲 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗶𝗯𝘂𝗶𝘀𝗰𝗼𝗻𝗼 𝗮𝗹 𝗺𝗶𝗴𝗹𝗶𝗼𝗿𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘀𝗼𝗰𝗶𝗲𝘁𝗮̀”
Noi liberi muratori del Grande Oriente d'Italia celebriamo il Primo Maggio, unendoci a tutti i lavoratori che ogni giorno partecipano allo sviluppo dell’umanità e contribuiscono al miglioramento della società. Questa ricorrenza, nel nostro presente, attraversato da trasformazioni profonde e da nuove fragilità sociali, mantiene intatta la sua forza e continua a interrogare le coscienze, richiamando il valore del lavoro quale elemento essenziale della vita civile.
In questo senso, il lavoro si rivela come l’altra faccia della libertà intesa come capacità di custodirne la dignità, la quale rappresenta la misura più autentica del suo grado di civiltà: quando essa si indebolisce si incrina la coesione sociale; quando è riconosciuta e tutelata, si rafforza la trama della convivenza.
E il Primo Maggio si inserisce in un lungo percorso storico che, a partire dall’Ottocento, ha visto maturare le grandi battaglie per l’umanizzazione del lavoro, alle quale hanno preso parte anche numerosi liberi muratori.
Il Grande Oriente d’Italia, erede delle antiche corporazioni dei Maestri costruttori, riconosce nel lavoro l’espressione della nostra Arte, che si esprime nella disciplina del gesto, nel rigore del sapere e nella trasmissione ordinata della conoscenza nel tempo. Per questo motivo siamo consapevoli che, così come il tempio interiore si edifica per gradi attraverso una pratica paziente e consapevole, anche la Comunità civile si edifica progressivamente mediante il concorso ordinato delle diverse espressioni del lavoro umano, secondo proporzione ed equilibrio.
In questo spirito, il nostro compito oggi è quello di custodire il significato originale degli avvenimenti, insieme a tutti gli uomini e le donne del nostro tempo, tenendo vivo il senso profondo del lavoro di fronte alle trasformazioni in atto, segnate dallo sviluppo tecnologico, dall’innovazione dei processi produttivi e dall’avvento dell’era dell’Intelligenza Artificiale.
Non si tratta soltanto di accompagnare tali mutamenti, ma di orientarli affinché il progresso non generi nuove marginalità, bensì si traduca in un rafforzamento della dignità del lavoro e della piena partecipazione della persona alla vita civile. È nel lavoro, infatti, che l’individuo si confronta con la comunità, trasformando la propria esperienza in responsabilità condivisa e in costruzione comune di un avvenire sospeso tra memoria e presente.
Tale sospensione non è un semplice equilibrio ma una tensione: da un lato, la memoria delle conquiste che non sono dati naturali, bensì esiti di conflitti, di una storia attraversata da corpi e da sacrifici; dall’altro, un presente che sembra aver smarrito il linguaggio stesso della rivendicazione, come se ciò che è stato conquistato una volta fosse destinato a durare per inerzia. In realtà la storia non conserva ma consuma, visto ciò che non viene pensato di nuovo si logora e ciò che non viene difeso si ritira. Così il Primo Maggio rischia di trasformarsi in celebrazione svuotata di significato, se non si accompagna a una rinnovata interrogazione sul senso del lavoro oggi.
Perché il lavoro contemporaneo non si presenta più con i tratti evidenti dello sfruttamento novecentesco. Non ha sempre il volto della fabbrica, né il ritmo scandito dalla sirena. Si è fatto diffuso, intermittente, spesso invisibile. La precarietà non è soltanto una condizione economica, ma una forma dell’esistenza: è l’impossibilità di progettare, di stabilire un rapporto duraturo tra sé e il proprio fare. In questa instabilità, il lavoro smette di essere luogo di identità e diventa esperienza provvisoria, sostituibile e fragile. Le disuguaglianze crescono proprio mentre si diffonde l’illusione di una libertà senza vincoli visto che una libertà che non poggia su condizioni solide è solo una parola.
E allora la questione del lavoro ritorna come questione antropologica: che tipo di uomo si forma in un contesto in cui il lavoro è finalizzato esclusivamente all’interessi materiale, vuotato dell’opera rivolta al miglioramento personale? Anche il lavoro digitale, che pure promette autonomia e flessibilità, espone a nuove forme di dipendenza da algoritmi, da logiche impersonali che organizzano tempi e prestazioni senza offrire volto né interlocuzione. Qui il rischio non è solo la perdita di diritti, ma la dissoluzione stessa della relazione, e con essa della possibilità di riconoscersi.
In questo scenario, il Primo Maggio non può limitarsi a ricordare. Deve inquietare. Deve interrompere l’abitudine, restituire al pensiero ciò che la consuetudine ha anestetizzato. Perché tra memoria e presente non c’è continuità garantita, ma solo una possibilità: quella di scegliere, ogni volta, se il lavoro debba restare uno spazio di dignità o ridursi a funzione senza volto. E questa scelta, prima ancora che politica, è culturale. Riguarda il modo in cui pensiamo l’uomo.
𝗔𝗻𝘁𝗼𝗻𝗶𝗼 𝗦𝗲𝗺𝗶𝗻𝗮𝗿𝗶𝗼
𝗚𝗿𝗮𝗻 𝗠𝗮𝗲𝘀𝘁𝗿𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝗚𝗿𝗮𝗻𝗱𝗲 𝗢𝗿𝗶𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗱’𝗜𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮